Ai musei reali fino al 25 febbraio. La direttrice Pagella: "Non è mostra d'arte, ma storia dell'epopea dell'aggressione"
La mostra sul colonialismo in Africa che smentisce gli "Italiani brava gente"
di ANDREA PARODI
Diciamolo subito: è una mostra molto coraggiosa. Coraggiosa perché affronta temi spinosi, sensibili e non facili. Ed è una mostra dura, cruda, che invita a una profonda riflessione. Fino al 25 febbraio i Musei Reali ospitano, nelle Sale Chiablese, «Africa. Le collezioni dimenticate». E la direttrice Enrica Pagella lo ammette subito, a scanso di equivoci: «Non è una mostra d'arte, è una mostra di storia dedicata all'Africa nell'epopea dell'aggressione coloniale, per conoscere e non dimenticare, per combattere gli stereotipi che ancora avvolgono il continente africano».
Ricorre, di continuo, la parola oblio. Si presenta da subito come strumento per combattere l'oblio. E, di conseguenza, per demolire quel concetto di «italiani brava gente» diffusosi nel periodo fascista per autoassolvere il popolo italiano dai crimini della dominazione coloniale e della Seconda guerra mondiale. L'esposizione presenta opere e reperti, molti inediti. Come dice il titolo, dimenticati. Denuncia con forza un secolo di violenza, avvenuta tra metà Ottocento e metà Novecento, subita dalle popolazioni africane durante il periodo delle dominazioni e del colonialismo. E lo fa attraverso le «opere riemerse» custodite in città. La definizione è della co-curatrice Cecilia Pennaccini, che dirige il Museo di Antropologia ed Etnografia dell'Università di Torino (realtà culturale di estrema importanza della nostra città, ma che i torinesi hanno rimosso persino dai ricordi in quanto chiuso al pubblico da ormai 40 anni, da dopo il Cinema Statuto).
Ai Musei Reali (con la collezione straordinaria dell'Armeria Reale, inesauribile fonte di opere d'arte) si uniscono il museo diretto dalla Pennaccini e la Direzione Regionale Musei Piemonte, ovvero i castelli di Racconigi e di Agliè, che ancora oggi conservano oggetti e reperti per abbellire le residenze con oggetti considerati esotici e di conquista. Si susseguono le storie di piemontesi che hanno perlustrato, conquistato e saccheggiato i paesi africani. Molti sono sconosciuti ai più: Giacomo Antonio Brun-Rollet, Vincenzo Filonardi, Pietro Antonio Gariazzo, Stefano Ravotti. E poi i Savoia. Con il Duca degli Abruzzi, Amedeo, che conquista il Rwenzori, e il principe Umberto, che visita le colonie.
Un'intera sala è dedicata ai crimini contro le popolazioni, con particolari anche molto duri e immagini che parlano da sole. Ci sono i trofei di guerra, si affronta la spartizione dell'Africa del 1883, ma anche le opere restituite (la più celebre è l'Obelisco di Axum). L'ultimo ambiente è un'installazione di arte contemporanea di Bekele Mekonnen, artista concettuale etiope. Si intitola «The Smoking Table» ed è un tavolo dove sono appoggiate valigie fumanti. Richiama l'iconografia della Conferenza di Berlino con la quale venne spartita l'Africa. Un'opera che, così come fa l'intera mostra, invita a pensare e a guardare onestamente e apertamente al passato.
Risulta molto bello l'allestimento museologico, curato internamente. Gli occhi si sono riempiti di meraviglia nei confronti di manufatti di oggettiva bellezza e di importanza demoantropologica di assoluto valore, ma la sensazione è quella di aver ricevuto un pugno nello stomaco.
Un risultato che è probabilmente voluto e ricercato dai curatori. Ancora Pennaccini: «studiare, restaurare ed esporre questo patrimonio aiuta a ricordare la storia comune che, nel bene e nel male, ci unisce all'Africa. La sua valorizzazione può offrire ai giovani di seconda generazione, e agli italiani, la possibilità di avvicinare le civiltà extraeuropee, acquisendo strumenti di conoscenza fondamentali per contrastare razzismo e xenofobia».
La Stampa, 28 ottobre 2023