domenica 18 febbraio 2024

Guerra e conflitto a sinistra

 di Ezio Mauro

 

Forse c'è ancora tempo (anche se poco, ormai) per una semplice constatazione: la metà del campo politico che in Italia si contrappone a Giorgia Meloni e si prepara a sfidarla nelle elezioni europee sotto il nome antico di centrosinistra, non ha nessuna possibilità di vincere e di convincere se non si dota dello strumento indispensabile per interpretare il momento storico che stiamo vivendo, e cioè una linea condivisa di politica estera. A sinistra oggi ce ne sono due, contrapposte e antagoniste: e sono certamente troppe anche per un Paese creativo come l'Italia, soprattutto di fronte alla sfida della realtà e alla radicalità drammatica delle scelte che la cronaca di guerra impone a tutti.

È sicuramente vero che le inquietudini e i risentimenti degli italiani sono in gran parte dovuti a fattori domestici, come lo scollamento tra la società e la classe dirigente, la crescita delle diseguaglianze, le nuove esclusioni, la precarietà del lavoro e dunque l'incertezza del futuro. In più l'impoverimento delle prospettive favorisce un ripiegamento sugli egoismi nazionali, una nuova gelosia del welfare e un restringimento degli orizzonti. E infine bisogna ricordare che la prossima scadenza elettorale riguarda il Parlamento di Strasburgo e non le Camere e il governo nazionale. Ma non c'è dubbio che le due guerre in corso denunciano la crisi dell'ordine mondiale post-bellico e l'esaurimento dei sistemi internazionali di garanzia della coesistenza, di tutela del diritto e di salvaguardia dei diritti, mentre si è inceppata la rete di istituzioni, regole e meccanismi di prevenzione e regolazione dei conflitti con cui credevamo di poter governare il pianeta.

Ci sentiamo scoperti perché siamo esposti, e si capisce perché. Dal 2007 viviamo in una continua emergenza, prima economico-finanziaria, poi sanitaria, quindi bellica. Non sappiamo più quale parte del mondo abitiamo, e in quale grande gioco quella parte si inserisce, a quale prezzo, in nome di quali valori e per quali obiettivi: ma nello stesso tempo siamo consapevoli che tutte le sfide concorrenti oggi trascendono i confini del vecchio Stato nazionale e pretendono una lettura strategica capace di uscire dai canoni del Novecento, così come la realtà è fuoriuscita dalla pretesa faustiana del secolo scorso di aver trovato una regola capace di tutelare la pace.

In poche parole, è definitivamente finito il dopoguerra, che per decenni aveva trovato un suo precario equilibrio nella deterrenza: nemmeno il timore definitivo della bomba, intatto nel passaggio di secolo, garantisce ormai da solo la coesistenza. Serve una nuova visione del mondo, dalla quale soltanto può nascere una politica estera in grado di rispondere alla dimensione delle crisi che dobbiamo fronteggiare: quindi europea, per convenienza e necessità. La sinistra, proprio perché crede nell'Europa politica come compimento e destino delle storie nazionali, dovrebbe essere in vantaggio sui suoi avversari. Scopriamo invece che sorprendentemente fa fatica a spendere nel mercato della crisi il capitale politico investito per anni nella scelta europeista. Arrivando da molto lontano, addirittura dall'altro mondo rispetto alle culture politiche democratiche, Giorgia Meloni ha invece colto immediatamente l'invasione russa dell'Ucraina come un'occasione unica per "comperare" una politica estera alla nuova destra italiana, provando a sdoganare nel fragore della guerra tutto il suo passato in un colpo solo, con lo scambio tra la remissione del peccato originale post-neo-fascista e una chiara e netta scelta atlantica: senza nemmeno preoccuparsi di accompagnarla con quell'indispensabile cornice di valori, di principi e di storia che dà forma a una civiltà, chiamata Occidente.

Da strumento di un sistema che si riconosce nella libertà della democrazia, l'atlantismo diventa così politica estera semplificata, e la destra risolve nel cortocircuito il problema storico del suo accreditamento con gli Stati Uniti, mentre mantiene l'Italia in una posizione coerente con la sua storia.

La sinistra invece è divisa sulle responsabilità del conflitto, sulla strategia da seguire, sugli aiuti a Kiev, sugli armamenti e soprattutto sulle possibili vie d'uscita dalla guerra. Poco per volta le differenze tra i due soggetti principali dell'opposizione si sono fissate su due assoluti, irrigidendosi: la pace per i Cinque Stelle, la democrazia per il Pd. Stiamo incredibilmente assistendo a un contesa innaturale tra pace e democrazia, che poteva nascere soltanto a sinistra, come ultima deformazione dello scontro eterno tra le sue due anime. Per il Pd infatti sono i principii della democrazia calpestata nell'invasione russa che impongono un sostegno al martirio di Kiev, perché la violazione di quei valori riguarda anche noi, che diciamo di credere nella supremazia del diritto sulla forza, nel rispetto delle sovranità nazionali e dell'autodeterminazione dei popoli. Per i grillini l'imperativo della pace è invece assoluto, comunque prioritario, e obbliga a fermare la guerra a qualsiasi costo, anche se così oggi in Ucraina si sanzionerebbe la vittoria dell'abuso e dell'usurpazione, contrabbandando come pace ciò che in realtà è una resa.

Sono due posizioni inconciliabili, che non possono produrre una cultura politica condivisa, e tanto meno una maggioranza e un governo. Non solo. Scavando nel nodo identitario sempre irrisolto della sinistra, rivelano una nuova faglia interna che arriva fino all'idea di Europa, al ruolo della Nato, agli obblighi della democrazia e addirittura al concetto stesso di sinistra, non per caso messo in discussione da Conte: che preferisce il termine "progressisti" per contrapporsi direttamente ai conservatori di Giorgia Meloni, e anche alla tradizione di cui il Pd è erede. Col risultato, per il Paese, di avere una destra atlantica ma non occidentale, e una sinistra che sbandiera valori a patto di non doverli difendere. Due incompiute che non fanno un insieme.

 

Repubblica, 5 febbraio