Gaza. Senza cessate il fuoco sarà un’ecatombe inimmaginabile.
La situazione accertata a Gaza da una delegazione di Pd, M5S, Alleanza Verdi e Sinistra e varie Ong è drammatica. Ai
bombardamenti si aggiungono la crisi alimentare e quella
epidemica. Le condizioni igienico-sanitarie sono disastrose e gli aiuti internazionali bloccati. Senza un immediato cessate il fuoco si prevede che, alle attuali 30.000 vittime, se ne aggiungeranno, nei prossimi sei mesi, altre 85.000
11-03-2024 - di Arturo Scotto
L’articolo è tratto, in virtù di un rapporto di collaborazione, dal sito del CRS (Centro per la Riforma dello Stato).
I numeri sono la chiave di tutto. Semplicemente perché la guerra, questa maledetta guerra a Gaza, si legge anche
attraverso queste lenti che spiegano che il tempo è scaduto.
Senza il cessate il fuoco, il bollettino attuale di morti e feriti
sarà nulla a confronto dell’impatto che avranno le epidemie.
Partiamo dal disastro del sistema sanitario, ormai
totalmente saltato in aria:
342 i medici feriti o addirittura uccisi,
100 quelli arrestati o fermati,
106 le ambulanze distrutte o danneggiate, i
l 16% per cento dei bambini soffre di grave
malnutrizione (ne sarebbero morti già dieci secondo
UNICEF perché non mangiano e non bevono),
265.000 affetti da infezioni all’apparato respiratorio,
70.000 da malattie della pelle,
210.000 casi di diarrea,
80.000 i casi di epatite A.
Le cause sono evidenti: si beve acqua inquinata, i servizi
igienici non esistono più (l’OMS ci parla di un bagno ogni
quattrocento persone, quando gli standard umanitari per i
profughi ne prevedono uno ogni venti ), sono rimasti in piedi
solo 7 ospedali su 38. Da sempre le guerre sono
accompagnate da bombe epidemiologiche. Qui dove sono
condensati ormai un milione e mezzo di profughi in un
lembo di terra ridottissimo il colera non è più una possibilità
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remota. E dunque laddove non arrivano le armi, ci
penseranno le malattie.
Se non si fermano le ostilità subito ci saranno 85.000 i
morti in più nei prossimi sei mesi. Numeri che
potrebbero scendere vertiginosamente a 6.000 – che
comunque non sono pochi – se ci fosse il cessate il fuoco e
ai convogli umanitari venisse data la possibilità di entrare.
Durante il viaggio lunghissimo dal Cairo a Rafah – 9 ore e
cinque check point – abbiamo visto file sterminate di camion
che aspettano per giorni. Sono tra i 1.500 e i 2.000 i tir
spiaggiati tra Al Arish e Rafah. Sono parcheggiati all’hub
dell’Ocha (l’agenzia ONU delegata al coordinamento degli
aiuti) e alcuni attendono da più di un mese. I tir, prima di
oltrepassare il valico di Rafah, devono spostarsi a 15 km di
lì, arrivare al valico di Kerem Shalom in Israele, dove
vengono ispezionati accuratamente, e poi rispediti di nuovo
al confine egiziano per poi mettersi in fila. Con il sole che
comincia a picchiare anche il cibo in scatola, la farina, i
pacchi di riso, i bidoni di acqua rischiano di essere
danneggiati. Il potere della burocrazia significa rallentare il
tempo e disporre della vita degli altri. Nel centro logistico
della Mezzaluna rossa si stoccano le merci che non passano
il vaglio di sicurezza di Israele. In un paio di capannoni
troviamo una quantità di beni salvavita inviati da Arabia
Saudita, Kuwait, Brasile, Germania, Francia, Australia,
Indonesia, Singapore e ovviamente ONU e varie ong.
Respingono
anestetici,
incubatrici per bambini,
bombole di ossigeno,
generatori elettrici,
toilette chimiche,
pastiglie per la depurazione dell’acqua d’acqua,
ma persino sedie a rotelle e pali per il montaggio delle
tende da campo.
Il timore di Israele è che possano avere una funzione dual
use e dunque vengono sequestrate. E i paesi donatori non
possono né protestare né chiederne lo sblocco. Ieri Biden ha
implorato Israele di non ostacolare gli aiuti e ha annunciato
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l’invio di una nave a Gaza e la costruzione di un molo per far
arrivare i beni. Sarebbe comunque importante perché l’air
dropping (il lancio dagli aerei delle merci) è largamente
inefficace oltre che pericoloso. Abbiamo denunciato questo
scandalo e presenteremo una interrogazione parlamentare
sia a livello italiano che europeo: i paesi donatori non
possono tacere davanti a beni che sono pagati con i soldi dei
contribuenti. E la trasparenza, la tracciabilità e la
finalizzazione sono fondamentali quando si aiutano le
persone in guerra. La verità è che è il sistema delle Nazioni
unite a essere nel mirino. Dopo le frasi nette sulle
responsabilità di Israele di Antonio Guterres all’inizio
dell’assedio di Gaza il processo di delegittimazione delle
agenzie umanitarie collegate all’ONU è stato fortissimo, fino
a chiedere la chiusura dell’UNRWA. Una struttura che esiste
dal 1949 e che si occupa esclusivamente dei rifugiati
palestinesi in Siria, Giordania, Libano, West Bank, Gaza.
Solo nella striscia ha tredicimila addetti stabili e diecimila a
tempo determinato. È un’infrastruttura che in questo
momento assiste un milione di persone senza la quale
sarebbe già collassato tutto. È un’anomalia da cancellare
perché testimonia ancora l’esistenza di una questione
specifica palestinese e il diritto al ritorno che è presente in
tutte le risoluzioni dell’ONU. L’Italia ha sospeso il contributo,
l’UE solo tre giorni fa lo ha sbloccato per 50 milioni dopo
mesi di indecisione, ora finalmente anche la Gran Bretagna.
Sarebbero dodici i dipendenti ad aver partecipato agli
attentati terroristici di Hamas il 7 ottobre secondo Israele. Si
puniscano loro, ma chiudere l’intero programma avrebbe
solo il sapore della vendetta. Anche perché non esiste
alcuna struttura in grado di sostituire nell’immediato
UNRWA. Si aprirebbe solo un vuoto pericoloso.
In tutti gli incontri che abbiamo fatto – con una
delegazione parlamentare di tre gruppi politici diversi
(Pd, M5S, AVS) e una folta delegazione di ONG sotto il
cappello di AOI (Associazione delle organizzazioni italiane
di cooperazione e solidarietà internazionale) – la richiesta è
stata quella di non adottare doppi standard rispetto alla crisi
mediorientale. La presenza di un uso discriminatorio del
diritto internazionale che spinge a intervenire solo su alcune
guerre e non in altre attraverso gli strumenti della Corte
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penale internazionale rischia di creare precedenti gravissimi.
L’attacco all’iniziativa del Sudafrica presso la corte dell’Aja è
l’esempio più emblematico. Nel caso palestinese, rischia di
allargare la faglia tra l’Occidente e la larga parte dei paesi
che vivono Gaza come un turning point. Per questo occorre
insistere sul cessate il fuoco, premessa fondamentale, per lo
sblocco degli aiuti umanitari e per una ripresa di iniziativa
politica. La politica ha battuto in ritirata in Medio Oriente. E
mentre contempla la propria impotenza, ci sono ancora gli
ostaggi israeliani nelle mani di Hamas e migliaia di vittime
sotto le bombe, in prevalenza donne e bambini, la
prospettiva di uno Stato palestinese sempre più remota. La
punizione collettiva ideata e praticata da un leader
screditato come Netanyahu rischia di moltiplicare ulteriore
odio per le generazioni successive con effetti imprevedibili
su tutta la regione come ci ha spiegato la Lega Araba. Non
possiamo più restare con le mani in tasca.