mercoledì 13 marzo 2024

GAZA: SENZA CESSATE IL FUOCO SARA' UN'ECATOMBE...

Gaza. Senza cessate il fuoco sarà un’ecatombe inimmaginabile.

La situazione accertata a Gaza da una delegazione di Pd, M5S, Alleanza Verdi e Sinistra e varie Ong è drammatica. Ai

bombardamenti si aggiungono la crisi alimentare e quella

epidemica. Le condizioni igienico-sanitarie sono disastrose e gli aiuti internazionali bloccati. Senza un immediato cessate il fuoco si prevede che, alle attuali 30.000 vittime, se ne aggiungeranno, nei prossimi sei mesi, altre 85.000

11-03-2024 - di Arturo Scotto

L’articolo è tratto, in virtù di un rapporto di collaborazione, dal sito del CRS (Centro per la Riforma dello Stato).

I numeri sono la chiave di tutto. Semplicemente perché la guerra, questa maledetta guerra a Gaza, si legge anche

attraverso queste lenti che spiegano che il tempo è scaduto.

Senza il cessate il fuoco, il bollettino attuale di morti e feriti

sarà nulla a confronto dell’impatto che avranno le epidemie.

Partiamo dal disastro del sistema sanitario, ormai

totalmente saltato in aria:

 342 i medici feriti o addirittura uccisi,

 100 quelli arrestati o fermati,

 106 le ambulanze distrutte o danneggiate, i

 l 16% per cento dei bambini soffre di grave

malnutrizione (ne sarebbero morti già dieci secondo

UNICEF perché non mangiano e non bevono),

 265.000 affetti da infezioni all’apparato respiratorio,

 70.000 da malattie della pelle,

 210.000 casi di diarrea,

 80.000 i casi di epatite A.

Le cause sono evidenti: si beve acqua inquinata, i servizi

igienici non esistono più (l’OMS ci parla di un bagno ogni

quattrocento persone, quando gli standard umanitari per i

profughi ne prevedono uno ogni venti ), sono rimasti in piedi

solo 7 ospedali su 38. Da sempre le guerre sono

accompagnate da bombe epidemiologiche. Qui dove sono

condensati ormai un milione e mezzo di profughi in un

lembo di terra ridottissimo il colera non è più una possibilità

2

remota. E dunque laddove non arrivano le armi, ci

penseranno le malattie.

Se non si fermano le ostilità subito ci saranno 85.000 i

morti in più nei prossimi sei mesi. Numeri che

potrebbero scendere vertiginosamente a 6.000 – che

comunque non sono pochi – se ci fosse il cessate il fuoco e

ai convogli umanitari venisse data la possibilità di entrare.

Durante il viaggio lunghissimo dal Cairo a Rafah – 9 ore e

cinque check point – abbiamo visto file sterminate di camion

che aspettano per giorni. Sono tra i 1.500 e i 2.000 i tir

spiaggiati tra Al Arish e Rafah. Sono parcheggiati all’hub

dell’Ocha (l’agenzia ONU delegata al coordinamento degli

aiuti) e alcuni attendono da più di un mese. I tir, prima di

oltrepassare il valico di Rafah, devono spostarsi a 15 km di

lì, arrivare al valico di Kerem Shalom in Israele, dove

vengono ispezionati accuratamente, e poi rispediti di nuovo

al confine egiziano per poi mettersi in fila. Con il sole che

comincia a picchiare anche il cibo in scatola, la farina, i

pacchi di riso, i bidoni di acqua rischiano di essere

danneggiati. Il potere della burocrazia significa rallentare il

tempo e disporre della vita degli altri. Nel centro logistico

della Mezzaluna rossa si stoccano le merci che non passano

il vaglio di sicurezza di Israele. In un paio di capannoni

troviamo una quantità di beni salvavita inviati da Arabia

Saudita, Kuwait, Brasile, Germania, Francia, Australia,

Indonesia, Singapore e ovviamente ONU e varie ong.

Respingono

 anestetici,

 incubatrici per bambini,

 bombole di ossigeno,

 generatori elettrici,

 toilette chimiche,

 pastiglie per la depurazione dell’acqua d’acqua,

 ma persino sedie a rotelle e pali per il montaggio delle

tende da campo.

Il timore di Israele è che possano avere una funzione dual

use e dunque vengono sequestrate. E i paesi donatori non

possono né protestare né chiederne lo sblocco. Ieri Biden ha

implorato Israele di non ostacolare gli aiuti e ha annunciato

3

l’invio di una nave a Gaza e la costruzione di un molo per far

arrivare i beni. Sarebbe comunque importante perché l’air

dropping (il lancio dagli aerei delle merci) è largamente

inefficace oltre che pericoloso. Abbiamo denunciato questo

scandalo e presenteremo una interrogazione parlamentare

sia a livello italiano che europeo: i paesi donatori non

possono tacere davanti a beni che sono pagati con i soldi dei

contribuenti. E la trasparenza, la tracciabilità e la

finalizzazione sono fondamentali quando si aiutano le

persone in guerra. La verità è che è il sistema delle Nazioni

unite a essere nel mirino. Dopo le frasi nette sulle

responsabilità di Israele di Antonio Guterres all’inizio

dell’assedio di Gaza il processo di delegittimazione delle

agenzie umanitarie collegate all’ONU è stato fortissimo, fino

a chiedere la chiusura dell’UNRWA. Una struttura che esiste

dal 1949 e che si occupa esclusivamente dei rifugiati

palestinesi in Siria, Giordania, Libano, West Bank, Gaza.

Solo nella striscia ha tredicimila addetti stabili e diecimila a

tempo determinato. È un’infrastruttura che in questo

momento assiste un milione di persone senza la quale

sarebbe già collassato tutto. È un’anomalia da cancellare

perché testimonia ancora l’esistenza di una questione

specifica palestinese e il diritto al ritorno che è presente in

tutte le risoluzioni dell’ONU. L’Italia ha sospeso il contributo,

l’UE solo tre giorni fa lo ha sbloccato per 50 milioni dopo

mesi di indecisione, ora finalmente anche la Gran Bretagna.

Sarebbero dodici i dipendenti ad aver partecipato agli

attentati terroristici di Hamas il 7 ottobre secondo Israele. Si

puniscano loro, ma chiudere l’intero programma avrebbe

solo il sapore della vendetta. Anche perché non esiste

alcuna struttura in grado di sostituire nell’immediato

UNRWA. Si aprirebbe solo un vuoto pericoloso.

In tutti gli incontri che abbiamo fatto – con una

delegazione parlamentare di tre gruppi politici diversi

(Pd, M5S, AVS) e una folta delegazione di ONG sotto il

cappello di AOI (Associazione delle organizzazioni italiane

di cooperazione e solidarietà internazionale) – la richiesta è

stata quella di non adottare doppi standard rispetto alla crisi

mediorientale. La presenza di un uso discriminatorio del

diritto internazionale che spinge a intervenire solo su alcune

guerre e non in altre attraverso gli strumenti della Corte

4

penale internazionale rischia di creare precedenti gravissimi.

L’attacco all’iniziativa del Sudafrica presso la corte dell’Aja è

l’esempio più emblematico. Nel caso palestinese, rischia di

allargare la faglia tra l’Occidente e la larga parte dei paesi

che vivono Gaza come un turning point. Per questo occorre

insistere sul cessate il fuoco, premessa fondamentale, per lo

sblocco degli aiuti umanitari e per una ripresa di iniziativa

politica. La politica ha battuto in ritirata in Medio Oriente. E

mentre contempla la propria impotenza, ci sono ancora gli

ostaggi israeliani nelle mani di Hamas e migliaia di vittime

sotto le bombe, in prevalenza donne e bambini, la

prospettiva di uno Stato palestinese sempre più remota. La

punizione collettiva ideata e praticata da un leader

screditato come Netanyahu rischia di moltiplicare ulteriore

odio per le generazioni successive con effetti imprevedibili

su tutta la regione come ci ha spiegato la Lega Araba. Non

possiamo più restare con le mani in tasca.