lunedì 4 marzo 2024

Le amnesie della premier

di Francesco Bei

Un'esagerazione? Niente affatto, se si scende nel dettaglio e nel concreto. Intanto la fotografia di un gruppo coeso è quanto di più distante dalla realtà. La frase pronunciata ieri da Giorgia Meloni dal palco di Cagliari — «stiamo insieme per scelta e convinzione da trent'anni» — è già, di per sé, un bel cocktail di mezze bugie e amnesie. Per restare alla cronaca «degli ultimi trent'anni», basterebbe ricordare agli smemorati di Cagliari che fu la Lega a far cadere il primo governo Berlusconi, che sempre la Lega votò contro il governo Monti del quale faceva parte il Pdl, che Forza Italia e Fratelli d'Italia furono all'opposizione del governo giallo-verde di cui vicepremier era Salvini e che, da ultimo, Fratelli d'Italia era all'opposizione del governo Draghi con dentro Lega e Forza Italia. Uniti da trent'anni?

Ma lasciando da parte il passato prossimo e remoto, si potrebbe guardare alla politica e alle scelte degli ultimi giorni. Nell'intervista pubblicata oggi su questo giornale, un ministro importante della Lega come Roberto Calderoli lancia quasi un ultimatum agli alleati di governo sulla questione del terzo mandato. Che, spogliata all'osso, è la questione Luca Zaia, che vuole ricandidarsi in Veneto senza lasciare il passo a un fratello d'Italia. La frattura è clamorosa, dato che la stessa premier ha chiesto al leader leghista di ritirare l'emendamento che farebbe saltare il limite dei due mandati per i governatori e Salvini, per tutta risposta, ha ordinato ai suoi di mantenerlo. La "concordia" tra alleati-coltelli è tale che basterebbe che le opposizioni smettessero per un solo giorno di guardarsi l'ombelico e colpissero tutte insieme per mandare sotto la maggioranza su una questione potenzialmente esplosiva. Ma non c'è solo il terzo mandato. La divisione della maggioranza passa per le riforme — premierato e autonomia differenziata –, investe le politiche economiche del governo, con il ministro Giorgetti che ormai non ricorda nemmeno più il numero di volte in cui è stato sconfessato dal suo stesso partito e tocca anche la giustizia. Perché a via Arenula lavora un Guardasigilli che mostra di avere una concezione diciamo peculiare della sua materia rispetto a quella del resto del governo. Basti pensare che ieri Nordio non ha avuto alcuno scrupolo nello sconfessare in Parlamento l'idea della sua collega Calderone di arrivare a un nuovo reato di "omicidio del lavoro".

Ma il terreno in cui la distanza diventa macroscopica è quello della politica estera, il più importante e delicato, quello dove assolutamente non sono ammesse deviazioni, specie in un momento storico in cui l'Occidente e l'Europa affrontano tre scenari di crisi in simultanea, da Kiev a Gaza fino al Mar Rosso. Qui la posizione smaccatamente filorussa del vicepremier Salvini rappresenta l'elefante nella stanza che Meloni fa finta di non vedere e di cui si ostina a non dire una parola. Lo scontro è ormai impossibile da occultare: nello stesso giorno in cui Salvini si affida all'imparzialità delle inchieste dei giudici-marionette di Putin sul caso Navalny, il ministro degli Esteri e vicepremier Tajani convoca alla Farnesina l'ambasciatore di Mosca per chiedergli conto della morte dell'oppositore nel carcere siberiano. Il problema, a questo punto, non è tanto di Salvini e dei suoi referenti al Cremlino. Il tema vero è l'atteggiamento di Meloni. Ed è una questione che non è destinata ad allontanarsi, al contrario. Ieri il Ppe, di cui Meloni si propone come futura alleata, ha piantato i suoi paletti in profondità e con forza. Manfred Weber, il duro presidente tedesco dei Popolari, rappresentante dell'ala destra del partito, l'ha detto chiaro: Viktor Orbán, «è un problema» perché «è la voce di Putin all'interno dell'Ue». Sulla stessa linea la neo-alleata di Meloni, Ursula von der Leyen: «Non lavorerò con amici Putin». Per Meloni, che sul posizionamento filoatlantico e filoccidentale, ha giocato gran parte del suo successo, sta arrivando il momento delle scelte difficili. Con l'Ue e il Ppe oppure con gli "amici di Putin" Salvini-Orbán? Il bivio si riproporrà con ancora più forza anche dopo le Europee, se alla Casa Bianca dovesse tornare Donald Trump. Lo stratega Steve Bannon ieri al Cpac dei Repubblicani — la convention della destra Usa dove Meloni non mancava mai — ha riorientato la bussola strategica del partito verso il "nemico" cinese senza mai citare la Russia. Una vittoria di Trump sarebbe la vittoria in Italia di Salvini. A Meloni converrebbe iniziare a fare il tifo per Biden.

Repubblica, 22 febbraio