sabato 13 aprile 2024

 

Comunità  cristiana  di  base  di  via  Città  di  Gap,  Pinerolo

NOTIZIARIO DELLA CASA DELL’ASCOLTO E DELLA PREGHIERA

Qui puoi sfogliare il tuo notiziario:

https://www.sfogliami.it/fl/293661/uc8xrcmyr3fjdkejqde59zjjzuyp2j44

N° 111 Aprile ‘24

In evidenza:

     INCONTRI COMUNITA’ IN SEDE E SU MEET

- 2, 9, 16, 23 e 30/4 h18: gr. bibl. on line

- 5, 12, 19 e 26/4 h17: gr. bib. in sede

- 7/4 h10: eucarestia con cdb Viottoli

- 14/4 h10: eucarestia on line

- 21/4 h10: eucarestia on line e in presenza

- 28/4 h10: eucarestia on line + assemblea

     RECENSIONI E SEGNALAZIONI

- L. Sandri, Dire oggi il Dio di Gesù

- D. Marguerat, Paolo di Tarso…

- AA.VV., Concilium 1/2024

     SPUNTI PER MEDITARE E RIFLETTERE

- Documenti prodotti dalla rete sinodale

    DALLA NOSTRA COMUNITA’

- Questa comunità

 

APPUNTAMENTI COMUNITA’ IN SEDE (v.Città di Gap)

 E SU MEET

NB: invitiamo tutte/i a partecipare ai tre consueti incontri comunitari settimanali:

- Gruppi biblici: il martedì dalle h18 solo on line (colleg. dalle h 17:45 meet.google.com/qpe-wfjz-cdp) e il venerdì dalle h17 solo in presenza, presso la sede di via Città di Gap n.13, a Pinerolo.

- Eucarestie: solo in presenza con CdB “Viottoli” domenica 7 aprile ore 10; solo on line domenica 14 e 28 aprile alle h10 (link dalle 9:45 meet.google.com/vpu-vkkh-wfm); in presenza (in sede) e on line (solito link) domenica 21 aprile alle h 10.

     MARTEDI’ 2 APRILE h 18 e VENERDI’ 5 h 17 – Gruppi biblici: II Corinzi, cc.8-9.

     DOMENICA 7 APRILE h 10 – Eucarestia solo in presenza insieme alla CdB “Viottoli”: presso la sede di Vicolo Carceri, 1, vicino al municipio di Pinerolo (prepara un gr. intercomunitario).

     MARTEDI’ 9 APRILE h 18 e VENERDI’ 12 h 17 – Gruppi biblici: II Corinzi, cc.10-11.

     DOMENICA 14 APRILE h 10 – Eucarestia solo on line (prepara il gr. del martedì).

     MARTEDI’ 16 APRILE h 18 e VENERDI’ 19 h 17 – Gruppi biblici: II Corinzi, cc.12-13.

     DOMENICA 21 APRILE h 10 – Eucarestia in sede e on line (prepara il gr. del venerdì).

     MARTEDI’ 23 APRILE h 18 e VENERDI’ 26 h 17 – Gruppi biblici: iniziamo libro di Tobia.

     DOMENICA 28 APRILE h 10 – Eucarestia breve solo on line (prepara il gr. del martedì).

     DOMENICA 28 APRILE h 10:45/11:30 – Assemblea di comunità solo on line

     MARTEDI’ 30 APRILE h 18 – Gruppo biblico: continuiamo la lettura del libro di Tobia.

NOTIZIE DA GRUPPI E COLLEGAMENTI

Eucarestia insieme CdB “Viottoli” e CdB “via Città di Gap”

Era un po’, che ne parlavamo… finalmente ci siamo riusciti! Domenica 7 aprile, presso la sede del FAT, le due comunità cristiane di base di Pinerolo, la comunità “Viottoli” e la comunità di “via Città di Gap”, hanno svolto la celebrazione eucaristica insieme. E’ stato un momento importante per tutte/i noi, eravamo circa una ventina di persone e tutte/i abbiamo espresso felicità ed emozione per questo incontro. E’ solo l’inizio… è nostra intenzione continuare a condividere momenti come questo e organizzare insieme tante iniziative.

Corso biblico di Torino

Gli ultimi due incontri mensili del corso prima della pausa estiva si svolgeranno venerdì 26 aprile e venerdì 31 maggio, dalle ore 16:45 alle ore 18:30, presso il saloncino della libreria Claudiana (a Torino, in via Principe Tommaso, 1). Discuteremo sul libro degli Atti, fino al capitolo 20 (proponiamo di leggere durante l’estate gli ultimi 8 cc., dal 21 al 28). Per informazioni contattare Anna Campora (3487136965) e/o Maria Zuanon (3497206529).

Comunità cristiane di base: incontro con il cardinale Zuppi

Il 23 marzo le comunità di base italiane hanno incontrato a Bologna il presidente della CEI Matteo Zuppi, per una giornata di conoscenza e confronto. Nel corso della mattinata le singole comunità hanno raccontato brevemente le loro attività e la loro storia. Nel primo pomeriggio ci siamo confrontati sul sinodo, a partire dal documento prodotto nel 2022 dalle comunità di base italiane e riproposto nella sezione “spunti per meditare e riflettere” del notiziario di marzo. Per ulteriori dettagli sull’incontro si rimanda al sito nazionale delle comunità di base www.cdbitalia.it.

Abbiamo considerato costruttivo e stimolante continuare a confrontarci: il prossimo incontro è stato fissato per mercoledì 10 luglio dalle ore 9 presso la sede della CEI a Roma.

 

RECENSIONI E SEGNALAZIONI (a cura di Franco Barbero)

Luigi Sandri, Dire oggi il Dio di Gesù

Ho letto con interesse il libro di Luigi Sandri e sono piuttosto interpellato. Molte di queste informazioni mi erano note da alcuni decenni, ma rileggerle è stato un grande piacere. Per me neo-teista Dio abita tutti i sentieri del mondo, dell'umanità e dei nostri cuori. Non penso affatto a rinunciare al nome di Dio. Nel mio libro “Preghiere d'ogni giorno”, richiamo alla libertà dei credenti e mia personale nel trovare i nomi con cui rivolgersi a Dio. Altrimenti non saprei e forse non potrei dire il mio amore, riconoscere il Suo e vedere la Sua presenza nella mia vita e nel mondo. Per me dire Dio, come faccio ogni giorno, segnala che la mia vita e il creato sono in relazione con questo Mistero in cui mi sento avvolto e in cui tutto è avvolto.

So che lasciata tutta la nomenclatura del passato, esiste un solo mistero di cui il mio linguaggio è un'amorosa ricerca.

Indicare Gesù o Maria con i nomi della tradizione cristiana, mi è estraneo. Solo il Mistero è Dio. Nel libro ho trovato un plurale piacevole ma, ho l'impressione che nei riferimenti cristologici e mariologici si usi un linguaggio che, come viene spesso ricordato nel testo, è poco chiaro nel dire la funzione di Gesù senza farlo Dio. Con questi convincimenti la mia comunità e il sottoscritto continuano a celebrare l'eucarestia, a conferire battesimi, a celebrare l'eucarestia nel matrimonio e commiati senza nulla della liturgia funerea: roba di tutte le settimane.

Certo Gesù non sarà mai Dio per me, ma il profeta fondamentale nel mio cammino di fede.

In libreria per Paoline editrice, 2023, pp. 360, € 26

Daniel Marguerat, Paolo di Tarso, l’enfant terrible del cristianesimo

Il teologo Marguerat ha trascorso molti anni a riflettere e studiare Paolo e le lettere paoline, sempre con acume ed accuratezza. In questo ultimo volume, senza dimenticare il contenuto delle lettere, l'Autore compie anche una accurata indagine sul carattere della persona di Paolo che, attraverso i suoi scritti, lascia trasparire i tratti salienti del suo carattere; meglio direi che qui l'Autore riesce a presentare la figura di Paolo, al lettore, senza tacere la sua fisionomia, la sua fede, i suoi lati discutibili. Si tratta, in ogni caso, di una lettura che rappresenta un contributo fertile anche per la lettura delle sue lettere.

All'inizio della stagione calda, questo libro sulla vita di un avventuriero della fede va letto per arricchire spiritualmente qualche ora di silenzio. E sarà buona lettura anche in gruppo. Aggiungo un grazie a Cesare e Carla che me l'hanno donato.

In libreria per Claudiana editrice, Torino 2023, pp. 391, € 29

Concilium 1/2024

La rivista internazionale di teologia dedica il numero 1 di questo anno, ad esplorare i vari aspetti di "guerra e pace" sul terreno economico, psicologico, etico e biblico con l'occhio rivolto ai vari contesti sociali, religiosi e culturali in senso ampio. Il numero della rivista si chiude con un forum internazionale.

In libreria per Queriniana editrice, Brescia 2024, pp.180, € 17)

SPUNTI PER MEDITARE E RIFLETTERE (dal blog di F. Barbero)

Documenti prodotti dalla rete sinodale: prima parte

La rete sinodale è una rete di associazioni (per l’elenco completo si rimanda alla fine del presente articolo) che da alcuni anni si stanno confrontando sulle tematiche proposte dal sinodo. A partire da questo numero del notiziario proponiamo i documenti che la rete ha prodotto in questi anni, partendo dal primo, redatto nel 2021.

Carissimi fratelli vescovi, il cammino sinodale, di cui la Conferenza episcopale ha nelle scorse settimane annunciato l’avvio e di cui discuterete nella vostra Assemblea generale del 24-27 maggio, ci pare una grande opportunità, un vero kairós, per rimettere in movimento una comunità ecclesiale che da tempo nel nostro paese vive una situazione di stanchezza e di fatica a comunicare la fede in un mondo in continuo mutamento.

Perciò siamo convinti che tale occasione vada colta con gioia e speranza, con coraggio e impegno, con spirito costruttivo e autocritico, con parresia e voglia di percorrere strade nuove, sotto la guida dello Spirito, e sentiamo urgente la necessità di contribuire fin da principio al cammino sinodale, che non può prescindere dall’apporto di tutte le componenti ecclesiali.

Ciò richiede, a nostro parere, prima di tutto, che il percorso sinodale sia il più aperto, inclusivo e partecipativo possibile, coinvolgendo non solo chi frequenta abitualmente le nostre parrocchie e associazioni, ma pure quanti, per diverse ragioni (anche di visione etica o teologica), sono stati messi ai margini o si sono allontanati dalle nostre strutture pastorali. Solo un processo di profondo ascolto, di autentica discussione, di dialogo sincero, di ricerca comune e di deliberazione condivisa, che implichi tutte le componenti del corpo ecclesiale e tutte le voci (comprese quelle ferite o critiche e interpellando anche i fratelli e le sorelle delle altre Chiese cristiane), chiamate a esprimersi su un piano di parità, con piena libertà e senza argomenti “proibiti”, può, infatti, innescare quella conversione pastorale sempre invocata.

A ciò dovrebbe servire prima di tutto una consultazione che parta dal basso, comunità per comunità, diocesi per diocesi, ecc. per costruire un consenso forgiato a partire dalle esperienze, dalle preoccupazioni, dalle proposte emergenti dalla base ecclesiale, e destinato a tradursi in decisioni assunte di comune accordo.

Questa autentica esperienza di comunione, corresponsabilità e discernimento dovrebbe avere come filo conduttore un interrogativo di fondo: come la nostra Chiesa può ripensare la propria presenza e missione evangelizzatrice nella società italiana di oggi e di domani?

Non potremmo, infatti, non partire da alcune constatazioni, vissute nell’esperienza quotidiana prima che rilevate dalle indagini sociologiche:

-  l’esaurimento del modello ecclesiologico della Chiesa italiana; questo è nella sostanza ancora espressione di un regime di cristianità che non risponde più alla realtà del nostro paese, ma sopravvive nell’immaginario o nelle nostalgie, per cui va rivisitato criticamente, riconoscendo anche quanto di esso nei decenni scorsi ha oscurato il messaggio evangelico

-  l’insufficienza, confermata dalla pandemia, della parrocchia tradizionale quale canale di evangelizzazione/trasmissione della fede

-  la distanza sempre più percepita tra insegnamento della Chiesa e vita delle persone

-  la difficoltà della nostra Chiesa, pur capace di promuovere innumerevoli e lodevoli iniziative di carità, a “dire una parola rilevante” nelle gravissime crisi vissute dall’Italia nel 2008 e oggi, che hanno accresciuto le disuguaglianze sociali e indotto anche molti cattolici ad avallare spinte xenofobe e antisolidali.  

Ciò implica affrontare almeno due questioni decisive:

-  la forma con cui i credenti vivono la fede insieme oggi (quindi l’organizzazione della comunità, la centralità della Parola, i ministeri ecclesiali, il ruolo delle donne, la visione della sessualità e la presenza delle persone lgbt, il rinnovamento delle modalità celebrative, la formazione del clero, gli abusi di potere, coscienza e sessuali sui più fragili, la trasparenza delle finanze e la gestione dei beni ecclesiastici, ecc.)

-  il come la comunità ecclesiale può offrire un servizio significativo alla nostra società, (quindi la centralità di ultime e ultimi, il pluralismo religioso, la presenza delle comunità immigrate, il rapporto con la politica, la laicità dello Stato, l'impegno per la pace, la giustizia e l'integrità del creato, il dialogo ecumenico e interreligioso, ecc.)

Un compito impegnativo, ma entusiasmante. Un cammino da percorrere tutte e tutti insieme.

19 maggio 2021

Adista – Costituzione Concilio e Cittadinanza. Per una rete tra cattolici e democratici (c3dem) - Cammini di speranza – Centro interconfessionale per la pace (Cipax) - Comunità cristiane di base (Cdb) – Comunità di via Germanasca (Torino) - Coordinamento teologhe italiane (Cti) - Donne per la Chiesa - Il foglio - La tenda di Gionata – Noi siamo Chiesa - Pax Christi - Pretioperai - Progetto giovani cristiani lgbt+ - 3VolteGenitori - Viandanti

Pasqua: la resurrezione d Gesù

Nel giorno dopo il sabato, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di buon mattino, quand'era ancora buio, e vide che la pietra era stata ribaltata dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall'altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l'hanno posto!». Uscì allora Simon Pietro insieme all'altro discepolo, e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l'altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Chinatosi, vide le bende per terra, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro che lo seguiva ed entrò nel sepolcro e vide le bende per terra, e il sudario, che gli era stato posto sul capo, non per terra con le bende, ma piegato in un luogo a parte. Allora entrò anche l'altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Non avevano infatti ancora compreso la Scrittura, che egli cioè doveva risuscitare dai morti (Giovanni 20, 1-9). 

Ho molto insistito negli anni e nelle settimane passate sul fatto che il messaggio della risurrezione è un invito a operare nella direzione della liberazione dalla violenza, dall’egoismo, dall’ingiustizia, dall’emarginazione. Questa è la risurrezione di cui siamo incaricati; questa è la parte che tocca a noi oggi nel nostro vivere e operare quotidiano. 

Ma non possiamo, celebrando questa Pasqua, dimenticare uno dei fondamenti della fede cristiana: Dio ha cambiato la morte di Gesù in vita. Gesù è vivo. Non siamo noi che risuscitiamo Gesù e lo teniamo in vita con i nostri racconti, i nostri canti, il nostro ricordo, le nostre liturgie, ma è Dio che non ha abbandonato Gesù e gli ha dato una vita nuova. Gesù vive non perché noi crediamo, ma piuttosto noi crediamo perché Dio ha reso vivo quel Gesù sconfitto. Ciò che è avvenuto in lui e di lui, è ciò che anche noi, oltre il confine della morte, attendiamo dalle mani di Dio. Egli è il “primogenito” anche dei risorti, per dirla con il linguaggio biblico. 

Noi ricordiamo l’evento che Dio ha operato nella vita di questo profeta sconfitto e crocifisso. La nostra lode sale a Dio che è il vero autore della risurrezione. La nostra vita, come quella di Gesù, non è consegnata al vuoto, al nulla, ma è raccolta dalle mani di Dio. Solo la fede, solo gli occhi della fede (e non quelli della carne) condussero i discepoli a fidarsi delle parole che il nazareno aveva loro detto. La risurrezione non ha dimostrazioni. I linguaggi biblici delle apparizioni e della tomba vuota sono codici linguistici del tempo, non prove. La realtà della risurrezione non ha prove empiriche.

Come la stessa realtà di Dio, non è dimostrabile. Questo è il nostro cammino: un progressivo affidarci al Dio fedele di cui Gesù si è fidato e di cui ci ha dato testimonianza. Questo è l’orizzonte da non archiviare mentre, come figli e figlie della risurrezione, siamo chiamati/e a vivere da risorti, a porre le opere della speranza e della liberazione umana con tutte le nostre forze. Il nostro domani è nelle mani di Dio, amore senza fine.

Nota Bene: ho scritto queste righe qualche giorno prima della Pasqua perché chi legge, abbia anche il tempo di rileggere e di riflettere e affidarsi a Dio con la preghiera con grande fiducia. Nonostante il quadro più che sconcertante di questo tempo, noi continuiamo ad aver fiducia nel Dio che ha dato la vita a Gesù dopo la sua crocefissione e morte. Sarà così anche per noi.

Franco Barbero 26 marzo 2024

Le parole della guerra

“Ma la guerra, portando via le comodità delle consuetudini di ogni giorno, è maestra di violenza e rende conforme alle circostanze l’indole dei più. Nelle città, dunque, infuriava la guerra civile […]. Cambiarono a piacimento il significato consueto delle parole in rapporto ai fatti. L’audacia sconsiderata fu ritenuta coraggiosa lealtà verso i compagni, il prudente indugio viltà sotto una bella apparenza, la moderazione schermo alla codardia, e l’intelligenza di fronte alla complessità del reale inerzia di fronte ad ogni stimolo” (Tucidide)

Si potrebbe continuare: ogni invito a negoziare divenne “complicità con il nemico”; la vendetta più spietata “autodifesa”; i bombardamenti a tappeto contro una popolazione assediata e affamata “lotta al terrorismo”; ogni forma di critica e opposizione “antisemitismo”… Oggi come ieri, quando Tucidide descriveva la caduta di ogni freno inibitore nella lotta fratricida tra gli abitanti di Corcira, la guerra, “maestra di violenza”, ha bisogno di “cambiare il significato consueto delle parole” per rendere accettabile ciò che non lo è. Niente di cui stupirsi: sappiamo bene che la guerra si combatte anche con la propaganda. Ma quando ogni limite viene oltrepassato e la violenza diventa tanto smisurata da far vacillare le fondamenta del vivere civile, la deformazione della realtà, attraverso un “uso specioso della parola” (ancora Tucidide), finisce per sfiorare il grottesco.

Proviamo a guardarle da vicino, allora, alcune delle parole che stanno avvelenando il dibattito pubblico, impedendoci di ragionare e di ascoltarci a vicenda. Per poi magari continuare a dissentire e a dividerci, ma a ragion veduta, a partire dalla condivisione di un vocabolario comune. 

Autodifesa

Nei rapporti tra privati per autodifesa si intende la risposta a una minaccia “in atto” contro la propria incolumità. Una risposta che è lecita a patto che sia proporzionata e non si prolunghi oltre il momento del pericolo. Il commerciante che estrae la pistola e spara al ladro che lo ha derubato, colpendolo alle spalle mentre è in fuga, non si sta “difendendo”. Sta compiendo un reato, per il quale potrà essere perseguito. In modo analogo il diritto internazionale prevede il “diritto naturale” all’auto-difesa in caso di attacco armato da parte di un altro Stato, ma solo fintantoché non intervengano le istituzioni preposte a mantenere la sicurezza e la pacifica convivenza. E solo nel rispetto dei parametri della necessità e della proporzionalità. A distanza di quasi 6 mesi dall’attacco del 7 ottobre (perpetrato, peraltro, da un’entità non statale), si può ancora sostenere che Israele si sta difendendo? Gli oltre trentamila morti, in prevalenza donne e minori, le decine di migliaia di feriti, la distruzione sistematica di abitazioni, ospedali, scuole, luoghi di culto, la fame usata come arma di guerra, con i camion carichi di beni di prima necessità bloccati alle frontiere, ci raccontano ben altro. Vendetta? Rappresaglia? Punizione collettiva? La Corte di giustizia dell’Aja ha ritenuto “plausibile”, addirittura, parlare di genocidio. In ogni caso, niente a che vedere con l’idea di una difesa da un attacco in corso, destinata a lasciare il posto all’intervento di un’autorità super partes, come potrebbe essere una forza di interposizione delle Nazioni Unite. Che i governi israeliani non accettano e non hanno mai accettato (e vedremo ora se la risoluzione dell’ONU per l’immediato cessate il fuoco sarà rispettata…).

Lotta al terrorismo

Se è problematico classificare senz’altro Hamas come un gruppo terroristico, non ci sono dubbi che il brutale massacro contro civili del 7 ottobre, gli stupri, il rapimento degli ostaggi siano atti di natura terroristica. Ma come si combattono i terroristi? Bombardando le città in cui potrebbero essere rifugiati? Assalendone i covi anche a costo di compromettere la vita degli ostaggi? È così che abbiamo sconfitto il terrorismo rosso, e nero, nei nostri anni di piombo? Sono ovviamente domande retoriche. Il terrorismo si combatte attraverso indagini e operazioni di polizia, finalizzate a individuare e a processare i colpevoli di reato. Chi colpisce nel mucchio, indifferente al coinvolgimento di persone innocenti, si macchia, a sua volta, di terrorismo. Terrorismo di Stato, anche più grave di quello di cui sono responsabili gruppi para-militari, per l’asimmetria che dovrebbe sempre esistere nel ricorso alla violenza tra entità statali e non. Soprattutto se lo Stato in questione pretende di essere democratico…

Antisemitismo

Questa parola viene oggi adoperata come una clava, per bollare col marchio dell’infamia chiunque critichi le politiche israeliane, che si tratti del Segretario generale dell’ONU Guterres o di intellettuali ebrei di sicura fede democratica, come Moni Ovadia e Judith Butler. O, da ultimo, dei membri del Senato accademico dell’Università di Torino che hanno ritenuto “non opportuna” la partecipazione a un accordo di cooperazione tra Italia e Israele in progetti di ricerca suscettibili di applicazioni dual use, civili e militari (https://docs.google.com/document/d/1Q5uuXmdJeDEyi06Kv1VkLPXAeVkMbfl8gHxPh6JGLQ).

Sia chiaro, l’antisemitismo è questione serissima ed è ben possibile che gli eccessi di questi mesi lo stiano sciaguratamente alimentando. Ma chiediamoci, di nuovo, in che cosa consiste? Se le parole hanno un senso, l’antisemitismo è una forma di odio, discriminazione, intolleranza nei confronti degli ebrei “in quanto ebrei”. Al pari del razzismo e dell’islamofobia, consiste nel prendersela con qualcuno solo perché fa parte di un certo gruppo, connotato in senso etnico-religioso. Avversarlo per ciò che è (o si ritiene che sia), non per ciò che dice o fa. Se questo è vero, criticare, anche duramente, le scelte politiche di questo, o altri, governi israeliani, non ha niente a che vedere con l’anti-semitismo. Così come non può essere confusa con l’anti-semitismo l’avversione al sionismo, un’ideologia nazionalistica che non tutti gli ebrei condividono. A meno di non voler modificare “il significato consueto delle parole”, finendo col banalizzare e rendere inservibile un termine associato ad alcune delle pagine più terribili della nostra storia.

Ci sono poi le parole che contribuiscono a ricostruire il contesto che ha reso possibile il 7 ottobre: occupazione, colonialismo, apartheid.

Sono alcuni dei lemmi attorno ai quali è costruito il bellissimo (e terribile) libro di Francesca Albanese, Relatrice speciale della Nazioni Unite per i Territori palestinesi occupati, J’accuse (Fuori Scena, Milano, 2023). Da questo volume, scritto con partecipazione commossa per le sofferenze di tutte le vittime, ma sempre “in punta di diritto”, senza retorica, sulla base di una solida documentazione, mi limito a riprendere un dato che, da solo, aiuta più di tanti altri a capire di che cosa stiamo parlando. Si tratta del dato relativo al tasso di mortalità infantile nei Territori occupati palestinesi e nella vicina, vicinissima, Israele (prima del 7 ottobre, si intende): mortalità neonatale al 9,3 su 1000 nel primo caso e all’1,7 nel secondo; mortalità infantile al 12,7 (14,8 per i bambini sotto i 5 anni) tra i palestinesi, e al 2,7 (3,4 sotto i 5 anni) per gli israeliani (p. 42). C’è bisogno di commentare?

Vorrei però chiudere con un’altra parola. Una bella parola, finalmente: boicottaggio. Uno strumento nonviolento a disposizione dei deboli e dei senza-potere per fare arrivare la loro indignazione a chi sta in alto e non sente ragioni. Da circa un ventennio esiste il movimento internazionale BDS (Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni), di ispirazione analoga a quello che a suo tempo venne fondato – con un certo successo – per combattere l’apartheid in Sud Africa (qui il link alla sezione italiana: https://bdsitalia.org). Il suo obiettivo è esercitare pressione sui governi israeliani perché pongano fine all’occupazione illegale dei territori palestinesi (un processo tuttora in corso in Cisgiordania), attraverso il boicottaggio dei prodotti provenienti dalle colonie e delle aziende compromesse con le politiche anti-palestinesi. Potrebbe essere importante oggi rilanciarlo, per spezzare la complicità con lo sterminio in corso a Gaza, ma anche per continuare a denunciare l’insostenibilità di un regime di occupazione e di vero e proprio apartheid (con coloni e palestinesi soggetti a una diversa giurisdizione, in Cisgiordania), che dura ormai da troppo tempo. Pensiamoci…

Valentina Pazé (da https://volerelaluna.it, 28-03-2024)

Nicodemo, i passi difficili verso la fede (commento di Gv 3, 1-21, brano evangelico di domenica 10/3/24)

In realtà questa pagina che dovrebbe almeno essere citata per intero, nella liturgia di oggi viene contratta e ridotta ai versetti dal 14 al 21. E' il consueto bistrattamento liturgico dei testi biblici.

I primi 13 versetti ci presentano l'incontro e il dialogo di Gesù con Nicodemo. 

La seconda parte è una costruzione teologica dell'evangelista di stampo apologetico e cristocentrico. Va da sè che sarebbe umoristico leggere i versetti 14-21 come parole di Gesù. 

Il redattore del vangelo di Giovanni fa seguire ad una memoria, ad un episodio, le sue considerazioni e questi "discorsi" hanno la funzione di accreditare la testimonianza di Gesù, ma sono un "prodotto" che ci allontana dal Gesù storico. Ho commentato questi versetti negli anni passati.

Ora voglio soffermarmi sui primi 13 versetti senza dimenticare che il vangelo di Giovanni ci ricorda Nicodemo in altri due momenti assai significativi che riprenderò dentro questo breve racconto.

Caro Nicodemo, cerco di individuare, da questi pochi accenni evangelici, il tuo percorso che molto mi interessa e mi coinvolge.

Chissà che cosa vi siete detti tu e Gesù quella notte...Già....tu venisti di notte forse perché, data la tua posizione di "capo", correvi un grande rischio. Potevi essere interpretato come uno dei suoi seguaci. In qualche modo avevi sentito parlare del nazareno e la sua testimonianza e le sue parole ti avevano toccato il cuore, se avevi deciso di cercarlo e di andarlo ad incontrare quella notte. Credo che si sia trattato di una decisione non facile.

Anch'io, caro Nicodemo, so che cosa sono le paure e quanto sia difficile avventurarsi su strade nuove. E poi... incontrare un profeta mite, ma senza peli sulla lingua come Gesù, non deve essere stato così privo di scompiglio interiore. Il nazareno deve averti letto nel cuore tutto il tuo desiderio di novità, tutta la tua sincera ricerca di ebreo fedele e, nello stesso tempo, la consapevolezza di quanto potessi rischiare, di quante incertezze ti trattenessero, vista la tua età e il tuo "posto", il tuo "ruolo"...

Ma lui, questo profeta dall'illimitata fiducia in Dio, guardava avanti e seminava a larghe mani nel cuore dei suoi interlocutori.

Nascere di nuovo? Nascere dall'alto? Insomma, abbandonarsi all'azione imprevedibile del vento di Dio... Gesù non ti stava domandando, da ebreo credente quale era, di "cambiare religione". Ti sollecitava a ripensare la tua fede di ebreo come un continuo rinascere, un ripartire ogni giorno senza la presunzione di essere degli eletti...

Credo che quella notte il sonno per te non sopraggiunse. Fu insonnia di pensieri, di interrogativi: una di quelle esperienze che lasciano il segno, che si "metabolizzano" molto lentamente...

Tu, caro Nicodemo, mescolasti nel tuo cuore le parole di Gesù con le tue esitazioni, ma il seme gettato non morì. Gesù aveva visto giusto, come si suol dire. Aveva riposto fiducia in te, anche se in quella notte non avevi potuto o saputo o voluto abbracciare come Pietro, Andrea, Maria di Magdala e altri il messaggio di Gesù venendo allo scoperto. E tu conservasti nel tuo cuore, anzi apristi il tuo cuore al coraggio quando (7, 50ss) prendesti apertamente le difese del nazareno tanto da meritarti l'accusa di essere uno che viene dalla "Galilea" (7,52).

Forse in modo carsico, lento, sotterraneo le parole che il profeta di Nazareth ti aveva indirizzato erano penetrate in te. Anzi, dapprima esse ti sconvolsero fino a suscitare una tempesta interiore; poi scesero in te come una nutriente pioggia di primavera. 

Da quella notte il nazareno non fu mai più per te un estraneo e cercasti di fare tue le sue proposte di vita. Erano la vera fede dei tuoi padri, non passi contro la Torah. Gesù era diventato anche per te un autentico maestro della più genuina fede del tuo popolo. Questo profeta di Israele forse anche e proprio per questo sollevava l'opposizione dei sacerdoti e dei detentori del sapere.

Certo, caro Nicodemo, hai anche tu avuto le tue pusillanimità, le tue vistose contraddizioni, i tuoi attaccamenti al ruolo sociale, ma progressivamente ti sei esposto e credo che, dopo questa ultima scelta, avrai perso tutta la tua credibilità da parte dei capi. E poi forse tu hai segnato un cammino, hai aperto una prospettiva anche per un altro discepolo nascosto, Giuseppe d'Arimatea e parecchi altri (12,42). 

Sei rimasto nella sinagoga e lì hai vissuto portando nel cuore l'insegnamento di Gesù. I tempi, i luoghi, i modi con cui ci raggiunge il soffio vivificatore di Dio sono molti. La vita e la fede sono realtà intrecciate in un unico "mistero". Sta di fatto che non hai più mollato la presa e quanto Gesù fu condannato e crocifisso, tu ti prendesti cura del suo cadavere: "Giuseppe d'Arimatea era stato discepolo di Gesù, ma di nascosto, per paura delle autorità. Egli chiese a Pilato il permesso di prendere il corpo di Gesù. Pilato lo concesse. Allora Giuseppe andò a prendere il corpo di Gesù. Arrivò anche Nicodemo, quello che prima era andato a trovare Gesù di notte; portava con sè un'anfora pesantissima piena di profumo... Presero dunque il corpo di Gesù e lo avvolsero nelle bende con i profumi, come fanno gli ebrei quando seppelliscono i morti" (Giov. 19,38-40).

Caro Nicodemo, sei stato uno strano discepolo di Gesù. Ma tu mi insegni che la vita di fede è un lungo viaggio che passa per tante tappe, tanti passaggi imprevedibili. E in questo viaggio portiamo tutto il peso della nostra umanità, desiderosa di verità e di luce, ma anche attraversata dalle ombre della notte e dalla paura del cambiamento. Ma tu, pur con i tuoi tentennamenti, hai continuato a uscire da quella notte... verso un giorno, verso una scelta più chiara e consapevole. 

Caro Nicodemo, tu avevi un'alta "sedia" nella gerarchia del sinedrio. A staccarsi dai nostri comodi giacigli, sovente cinti di porpora, è difficile. Tu hai percorso qujesta strada con le tue contraddizioni e ti sei esposto al rischio della chiarezza a piccoli passi.

O Dio, grazie per la testimonianza di quest'uomo dell'apparato che lentamente ha deposto la maschera delle sue sicurezze. Tu sei la fiducia di chi cerca di uscire dalla notte dell'indecisione, della comodità, della paura. Con Te si può uscire anche dalle notti più buie, dalle paure più paralizzanti, dalle comodità più seducenti. Sapranno le nostre comunità, vecchie e stracolme di dogmi e di verità scadute, chiuse nelle loro certezze e nelle loro paure, nascere di nuovo, nascere dall'alto, cioè da Te, dal Tuo soffio di vita e di coraggio?

don Franco Barbero

Le elezioni regionali: il crollo della rappresentanza e della partecipazione

Calato il sipario sulle sfide elettorali in Sardegna e Abruzzo, drammatizzate al punto da farle assurgere a test di rilevanza nazionale, e in attesa che in Basilicata e nelle altre Regioni in procinto di votare si produca la stessa eccitazione adrenalinica, si può provare a fare qualche considerazione di carattere generale. Non sull’esito, opposto, della competizione elettorale, che ha fatto esultare il centro-sinistra per la riconquista della presidenza della Sardegna e la destra per la conferma della propria presa egemonica sull’Abruzzo. Ma sullo stato di salute delle istituzioni democratiche regionali, oggi centrali nel rispondere (o non rispondere) ai bisogni dei cittadini, in particolare in materia di sanità (come la diseguale gestione della pandemia ha tragicamente dimostrato) e domani, chissà, in molti altri ambiti, se verrà portata a termine la sciagurata riforma del regionalismo differenziato.

La Sardegna, innanzitutto. Qui la legge elettorale stabilisce soglie di sbarramento altissime: 5% per singole liste, 10% per liste coalizzate (un traguardo che, come è noto, Soru non è riuscito a raggiungere). Prevede inoltre un premio di maggioranza tra il 55% e il 60% alle formazioni politiche che sostengono il candidato alla presidenza vincente. In Abruzzo il premio è ancora più generoso: tra il 60 e il 65%, accompagnato a soglie di sbarramento al 4%. 

Va poi aggiunto che in entrambe le Regioni, nonostante la grancassa mediatica e il notevole impegno dei leader nazionali accorsi in loco a sostenere i loro uomini (e donne), quasi il 50% degli aventi diritto non si sono recati alle urne.

La scarsa rappresentatività democratica di assemblee così costituite dovrebbe essere sotto gli occhi di tutti, ma nessuno ha speso neanche mezza parola in proposito. Ci stiamo evidentemente abituando a ridurre la democrazia all’elezione di una carica monocratica: il Presidente di Regione (altrimenti detto “Governatore”, all’americana), il sindaco; nel prossimo futuro, chissà, il premier. Su questa contesa al vertice si concentra, comprensibilmente, l’attenzione dell’opinione pubblica, orientata dai media. Anche perché in un sistema come quello regionale, retto dal principio simul stabunt simul cadent, in cui il Presidente non può essere sfiduciato dall’assemblea senza che quest’ultima faccia a sua volta harakiri, è questo che conta. Mentre il ruolo del consiglio passa decisamente in secondo piano, al limite del decorativo…

Le leggi regionali di Sardegna e Abruzzo non sono molto diverse da quelle esistenti nel resto del paese, nelle Regioni a statuto ordinario come in quelle a statuto speciale. Tutte prevedono meccanismi – dai listini bloccati collegati al candidato Presidente a premi di maggioranza diversamente calcolati – atti ad assicurare il dominio assoluto del Presidente e della sua giunta sull’assemblea rappresentativa. Un sistema che ha un padre che tendiamo a rimuovere: Giuseppe Tatarella, detto Pinuccio, dirigente del Fuan negli anni universitari, per molti anni esponente di spicco del MSI, nelle cui liste viene eletto per la prima volta deputato, quindi tra i fondatori di Alleanza nazionale, ministro e vice-presidente del primo Governo Berlusconi, capogruppo di AN alla Camera negli anni successivi, nonché vice-presidente della commissione bicamerale per le riforme istituzionali presieduta da Massimo D’Alema. A lui si deve la legge n. 43 del 23 febbraio 1995, nota per l’appunto come Tatarellum, che ha aperto la strada alla successiva modifica costituzionale che ha introdotto l’elezione diretta dei Presidenti di Regione, ispirando tutte le successive leggi elettorali regionali.

Se, oggi, con il premierato, gli eredi diretti di un partito rimasto a lungo al di fuori dell’arco costituzionale vogliono mettere il loro sigillo su una nuova Costituzione, in netta discontinuità con quella anti-fascista, l’egemonia dell’estrema destra in tema di visione della democrazia (!) è di antica data e trova proprio nell’ampia condivisione creatasi attorno al Tatarellum uno dei suoi punti più alti. Al di là di differenze di facciata (il premierato non prevede, formalmente, lo scioglimento automatico dell’assemblea in caso di crisi) lo spirito e lo scopo della “madre di tutte le riforme” meloniana sono in perfetta continuità con le riforme avviate nel 1995: ridurre la contesa elettorale all’investitura diretta del capo, secondo quella concezione della “democrazia identitaria”, teorizzata da Carl Schmitt, basata su una concezione del “popolo” come soggetto unitario e omogeneo. L’idea dell’identità tra il popolo e il leader è uno dei cardini della concezione populista della democrazia, che Nadia Urbinati ha ben sintetizzato nel motto “Me the people”, ricalcato sull’originale “We the people” del preambolo della Costituzione degli Stati Uniti. E che, dalle nostre parti, trova una perfetta corrispondenza nel sempre attuale – pare – “Duce, sei tutti noi!”.

Svanisce in questo modo la sostanza pluralistica della democrazia. Che nasce per dare voce e visibilità ai conflitti tra diverse opinioni e interessi, postulando l’esistenza non di un popolo organicisticamente inteso (una “illusione metafisica”, per Kelsen), ma di una società divisa in “parti” (e organizzata in partiti), che solo un organo collegiale – consiglio comunale o regionale, parlamento – può “rappresentare”, più o meno fedelmente a seconda del sistema elettorale adottato. Perché possa poi compiersi quella difficile e delicata opera di mediazione e composizione in cui si sostanzia l’arte politica. Qui si tocca un altro tasto dolente.

Che ne è stato dell’esigenza, dichiarata da più parti, di correggere gli effetti distorsivi della riduzione del numero dei parlamentari con l’approvazione di una legge elettorale rigorosamente proporzionale? Il PD si era solennemente impegnato in tal senso, condizionando la sua tardiva adesione alla riforma del M5stelle all’adozione di una serie di “correttivi”, primo tra i quali il ritorno al proporzionale. Abbiamo invece votato, nel settembre del 2022, col pessimo Rosatellum. E chissà per quanto tempo ce lo dovremo tenere. A meno che, con l’approvazione del premierato, non passi una riforma del sistema elettorale molto simile alle attuali leggi regionali: premio del 55% alle liste collegate al candidato-premier vincente, che si troverà così con una maggioranza gonfiata, e blindata, prona al suo insindacabile volere. L’ennesima vittoria del Pinuccio nazionale. Che, se ci vede, da lassù, avrà ragioni per sorridere…

Valentina Pazé (da https://volerelaluna.it, 18-03-2024)

I giovani ci sollecitano ad iniziative nuove

Pochi giorni fa, attingendo a fonti documentate, ho preso atto del declino dell'esperienza cristiana un po' in tutto il mondo. Il fenomeno ha dimensioni mondiali e forse sarebbe importante fare riflettere a più voci su questo tema.

Certo è che il catechismo tradizionale ha perso ogni riferimento al linguaggio dei ragazzi e giovani di oggi. Ogni comunità cristiana ha il compito di riflettere su questa situazione e di inventare un itinerario e delle proposte per chi vive oggi il suo approccio alla fede cristiana da bambini e bambine, ragazzi e ragazze.

Mi domando dove oggi siano in atto simili percorsi, come tentativi e prassi comunitarie, e perché di essi si parli poco o nulla. Da una parte deve essere nostro impegno a cercarli, per metterci in contatto con essi, ma non minore impegno esige di creare nuove esperienze, nuovi percorsi perché le comunità sono un luogo di creazione e/ o devono diventarlo.

30/40 anni fa la comunità di base di cui faccio parte e altre comunità del territorio, elaborò e produsse, mediante laboratori teologici piuttosto rigorosi, dei quaderni di narrazione bibliche. I testi integrali di due di questi quaderni (“Lazzaro vieni fuori” del 1985 e “Con Dio verso la libertà” del 1992) sono leggibili e scaricabili nella sezione “libri” del mio blog).

Fu decisivo il lavoro collettivo che rese protagonisti/e genitori, bimbi e bimbe. Sono convinto che qua e là simili esperienze continuino a fiorire. Si tratta di impegnativi tentativi di rinnovamento o vere e proprie esperienze di nuove strade catechistiche.

Le comunità di base di Pinerolo e dintorni sarebbero grate a chi ci regalasse qualche promettente elaborazione in vista di un convegno nazionale in cui confrontarci e tentare qualche elaborazione seria che non proponga le solite “minestre catechistiche” che offendono l'intelligenza dei ragazzi/e. Mi rendo conto che si tratta di un'impresa assai gravosa, ma nello stesso tempo urgente e anche tale da esigere un notevole risveglio ecclesiale. Se da una parte è necessario un impegno di studio serio e gioioso, dall'altra queste imprese teologiche non si compiono mai da soli. Diversamente rischiamo di essere una chiesa che da poca importanza alla presenza della gioventù nella comunità cristiana.

Franco Barbero, 15 marzo 2024

DALLA NOSTRA COMUNITA’

Questa comunità

·      Nei due gruppi biblici della nostra comunità continuiamo la lettura settimanale delle Scritture con grande impegno. Nel mese di aprile termineremo la Seconda lettera di Paolo ai Corinzi e inizieremo (martedì 23 e venerdì 26) il libro di Tobia. Per arricchire le nostre riflessioni consigliamo un libro breve e leggibile di diversi anni fa, “Il cammino pericoloso della redenzione”, del teologo e psicoanalista junghiano Eugen Drewermann, che interpreta la leggenda di Tobia alla luce della psicologia del profondo.

·      I nostri gruppi biblici “funzionano” così: a turno uno/a di noi prepara la lettura settimanale, utilizzando un commentario disponibile in libreria. Il gruppo inizia con la lettura del brano (di solito uno o due capitoli del libro biblico che si sta leggendo), seguita da una breve introduzione (di non più di 15 minuti), svolta da chi è di turno nella preparazione. Segue circa un’ora di confronto comunitario in cui ogni partecipante al gruppo, a partire dal testo letto, espone le sue riflessioni, pone domande e esprime le sue emozioni, in relazione con il proprio vissuto personale e con quello che succede nel mondo.

·      Talvolta interrompiamo la lettura continuativa del libro biblico per affrontare un tema, a partire dalla nostra esperienza di fede. Per esempio, su proposta di Carlo, il 22 marzo abbiamo dedicato il gruppo biblico del venerdì ad una riflessione comunitaria sulla morte a partire dal modo di sentire di ciascuno/a di noi. Nella consapevolezza che la fede cristiana predica in tutto il Secondo Testamento una vita nuova nell'abbraccio di Dio, ci siamo confrontati a partire da due domande fondamentali: Che cosa ci aspetta dopo la morte? Il guardare in faccia la nostra morte può farci paura?

·      I nostri gruppi biblici sono aperti a chiunque sia interessato/a a partecipare, anche solo una volta per vedere praticamente in cosa consistono. Ci troviamo il martedì alle ore 18 on line (a partire dalle ore 17:45 ci si può collegare utilizzando il link meet.google.com/qpe-wfjz-cdp) e il martedì alle ore 17 in presenza, presso la sede della nostra comunità in via Città di Gap, 13 a Pinerolo.

Francesco Giusti

Il nostro notiziario

Grazie alla spedizione via e-mail abbiamo ridotto il numero di copie cartacee del notiziario. Per ricevere il notiziario via e-mail contattare Francesco (320-0842573).

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·        Ines Rosso: 339-8310247·