NEL SEGNO DI RUT - 11
DONNE E LETTURA BIBLICA
Doranna Lupi
La lettura biblica e la sua interpretazione rappresentano un nodo cruciale per il femminismo cristiano. Le scritture ebraiche e cristiane che compongono la Bibbia hanno avuto origine in culture rigidamente patriarcali e spesso sono state utilizzate dalle tradizioni per rafforzare il sistema che le ha originate.
Poiché oggi, in tutto il mondo, donne di diverse origini e provenienti da diversa situazione, hanno preso coscienza della loro oppressione patriarcale, si è posto il difficile quesito dell’accettare o respingere l’autorità di tali scritture. Alcune cristiane, come Mary Daly o Carol Crist (definite post-cristiane) hanno respinto in blocco la tradizione biblica, mentre molte altre teologhe femministe e molti gruppi di donne per la ricerca teologica, come il nostro, hanno cercato di trovare metodi e forme per depatriarcalizzare l'interpretazione biblica. Non si tratta, tuttavia, di compiere un'operazione puramente intellettuale. Il rapporto con la cultura patriarcale è fonte di grande sofferenza per le donne e, se da un lato riconoscere di essere intrappolate nella cultura patriarcale vuol dire voltare pagina e acquisire un nuovo punto di vista sulla realtà e sulla vita, dall’altro questa presa di coscienza accentua, inevitabilmente, la sofferenza e l’insofferenza di fronte agli effetti distruttivi della cultura che ci nega, ci disprezza, ci ignora, ci costringe a ruoli e modelli precostituiti, limitando la nostra libertà. Perciò, quando le donne affermano che la bibbia è un testo patriarcale e che questo rappresenta un grave ostacolo al loro percorso di fede, lo fanno a partire da una serie di constatazioni inquietanti:
- che la Bibbia è composta da un insieme di tradizioni pensate e scritte da uomini per altri uomini;
- che le tradizioni bibliche spesso legittimano il dominio del genere maschile su quello femminile;
- che, di conseguenza, questa tradizione religiosa sovente non parla alle donne, alla loro esperienza concreta, quotidiana, alla loro vita, se non per controllarne i comportamenti e costringerle in ruoli decisi dagli uomini. Si tratta senza dubbio di un’eredità molto pesante e ci sembra legittimo che le donne, di fronte a questa tradizione, si pongano almeno alcuni interrogativi:
- c’è nella Bibbia libertà femminile? La libertà di essere autentiche, di essere se stesse, di discutere apertamente con Dio?
- c'è libertà femminile nell'uso della Bibbia? Nel modo di rapportarci ad essa, di interpretarla?
- c’è una nostra libertà, a partire da noi stesse, di immaginare la divinità e il nostro rapporto con essa? (v. l’introduzione di Letizia Tomassone all'incontro nazionale donne c.d.b. di Sasso Marconi).
Per le donne del gruppo di ricerca teologica della comunità, di cui faccio parte, arrivare a porsi liberamente questi interrogativi, che minano alla base la nostra identità cristiana, ma dai quali non si può prescindere, è stato il frutto di un percorso lungo, faticoso e doloroso. Un percorso che ci ha condotte a rompere il silenzio e a cercare nell’incontro tra donne la libertà di interpretare le scritture accostandoci criticamente ai testi. Durante quest'ultimo decennio il nostro gruppo donne cdb ha sperimentato la lettura biblica attraverso l'ermeneutica femminista. Inizialmente ci siamo avvalse del prezioso aiuto di esperte, come Letizia Tomassone e Daniela Di Carlo, pastore valdesi, e della lettura di testi di teologia femminista. In seguito abbiamo organizzato e gestito autonomamente laboratori di lettura biblica, condividendo quest’esperienza con altre donne delle C.d.B. italiane, all'interno degli incontri nazionali.
Ma quali sono, più precisamente, i metodi dell'ermeneutica femminista? L'ermeneutica femminista abbraccia un’ampia gamma di metodologie. Ne citerò solo alcune, quelle che noi siamo state in grado di apprendere e di utilizzare e che hanno contribuito a trasformare radicalmente il nostro approccio ai testi.
ll punto di partenza, condiviso da tutte le teologhe femministe, è un atteggiamento di radicale sospetto. La Bibbia è il prodotto di una cultura profondamente patriarcale, perciò, di fronte a qualsiasi testo biblico, le donne devono stare all'erta per riconoscere i pregiudizi patriarcali e la visione androcentrica del mondo tipica degli autori biblici. Partendo da questo presupposto, tutto ciò che nega, sminuisce o distorce la piena umanità delle donne va respinto. In quest’ottica vanno rifiutati tutti i passi contrari alle donne.
Una chiave interpretativa indispensabile, inoltre, è l’esperienza delle donne. Poiché non è stato consentito loro di apportare la propria esperienza e il proprio punto di vista nel dar forma alle tradizioni e nell'interpretarle, esse devono accostarsi alla Bibbia e interpretarla partendo da se stesse e dal loro senso femminile della vita.
A partire da questi due punti fermi (ermeneutica del sospetto e l'esperienza delle donne come chiave interpretativa) le teologhe femministe hanno poi individuato diversi metodi di approccio ai testi e diversi filoni di ricerca.
Alcuni metodi di approccio ai testi
1) Scoprire una prospettiva teologica capace di offrire una critica al patriarcato. Per esempio la teologa Rosemary R. Ruether individua nella corrente profetica, ripresa poi da Gesù, alcuni elementi di critica al patriarcato. Poiché Dio difende e giustifica gli oppressi, il profetismo critica i modi del potere e la religione stessa quando giustifica l’ingiustizia e il dominio. La visione dei profeti è quella di un'epoca nuova di pace, di giustizia e di relazioni risanate. In questo senso il femminismo rappresenterebbe una tradizione profetica, per la sua critica ai sistemi di potere dominante e per la tendenza ad un processo di trasformazione che crei rapporti nuovi.
2) Cercare testi positivi per le donne che bilancino quelli famosi usati contro di loro. Per esempio, ai passi paolinici che impongono il silenzio delle donne nella chiesa opporre i passi dove le donne hanno un ruolo chiave nell’annuncio della salvezza (la professione di fede di Marta, l’unzione di Betania, l'annuncio della risurrezione a Maria di Magdala, le discepole prime testimoni della croce, le profetesse Miriam, Debora, ecc.). In questo modo si contrappone al silenzio imposto alle donne la loro parola autorevole che emerge dalle scritture.
3) Partendo dal nostro specifico punto di vista femminile, è importante far rivivere i racconti biblici delle donne. Questo può darci la possibilità di intrecciare storie di donne antiche e moderne che vivono in culture patriarcali, Dai ruoli attivi di autorità e prestigio delle nostre antenate agli orrori che esse hanno subito, la loro storia va recuperata e raccontata, perche è una storia che s’incarna ancora nel presente, parlando alle nostre vite.
4) Tratteggiare e valutare gli autori maschili in base a come collacaruno le donne nelle comunità; per esempio: Luca e Giovanni, di cultura greca, furono più favorevoli alle donne, mentre Marco e Matteo, giudei cristiani, furono più tradizionali e meno favorevoli alle donne.
5) L'esegesi del silenzio e dell'assenza delle donne, proposta da Carla Ricci, rappresenta un’interessante chiave interpretativa. La Ricci, per esempio, evidenzia che, nel racconto del miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci, Matteo ci informa che erano presenti cinquemila uomini "senza contare le donne e i bambini" (Mt 14,21). Nei testi paralleli gli altri autori non fanno alcun riferimento alle donne e ai bambini; Marco dice: “quelli che hanno mangiato i pani erano cinquemila uomini” (Mc 6,44).
Quindi dall’esplicita dichiarazione di Matteo, è legittimo ricevere un’indicazione sul metodo di approccio ai testi, cioè: ogni volta che i testi taceranno sulla presenza delle donne sarà infondata la deduzione della loro assenza e si potrà invece interrogare il non detto, il non scritto, il non tramandato\ricordato. Non furono menzionate semplicemente perchè considerate ininfluenti? Oppure non furono nominate volutamente dai redattori per rimuovere la loro influenza nella tradizione? A questo punto come consideriamo, per esempio, l'assenza delle discepole all’ultima cena di Gesù? Dove erano in quel momento le donne che facevano parte del suo gruppo itinerante di predicatori e predicatrici, menzionate in Luca 8,1-3?
L'esegesi del silenzio e dell'assenza può essere applicata alle scritture ebraiche. Mi chiedo, per esempio, dove fosse Sara, madre di Isacco, nel momento in cui Abramo, obbedendo a Dio, lo conduceva al sacrificio. Come è possibile non narrare il dolore di una madre cui viene strappato il figlio? Sara invece è completamente assente dal dramma. Una danzatrice femminista ebrea ha composto un midrash in forma di danza sul sacrificio di Isacco, in cui l’ira crescente di Sara contro Abramo e contro Dio alla fine sfocia nell'angelo che interviene a fermare il sacrificio.
6) Un’altra operazione interessante è quella di rileggere i miti patriarcali restituendo alle protagoniste del mito “la loro sensata vita di figura femminili". Ho rubato queste parole alla filosofa Adriana Cavarero, che nel libro Nonostante Platone usa questo metodo con figure femminili della letteratura greca come Penelope, la servetta di Tracia, Demetra e Diotima.
Noi lo faremo con Eva o con le Matriarche. Per esempio la teologa Marga Buhrig, in Donne invisibili e Dio patriarcale, riporta l’interpretazione femminista di Genesi 3 da parte della teologa Elsa Sorge. Secondo la Sorge, la figura di Eva, curiosa, coraggiosa, trasgressiva, che agisce in questo racconto in modo più autonomo di Adamo, è ancora un residuo dell'antica figura della grande Dea Madre. Nel mito originario Eva, porgendo la mela ad Adamo, intendeva renderlo partecipe della sua forza d’amore e della sua profonda conoscenza della vita e dell’amore. Amore e conoscenza sono strettamente connessi, la donna ne sa di più e la mela era una mela d’amore del paradiso della Dea. L’Adamo originario, che accetta la mela, sarebbe l’uomo originario che si lascia iniziare dalla donna alla sua saggezza di amore e di vita (il serpente anticamente era simbolo di fecondità e intelligenza femminile).
Pensiamo un attimo alla differenza tra quest'interpretazione e l’interpretazione classica patriarcale, in cui l'autonomia di Eva serve solo ad attribuirle la piena responsabilità del peccato originale. La teologa lvone Gebara racconta di un'esperienza di lettura di questo testo con donne latino-americane povere. Essa narra di aver gradualmente fornito spunti di rilettura del testo in chiave depatriarcalizzante. La gioia e l’entusiasmo del gruppo fu impressionante. Fu come se queste donne avessero trovato delle armi migliori per lottare in favore della conquista della loro dignità. L’autrice dice: “Non so bene se la Bibbia era o no autorità per loro. Ho solo potuto percepire che i testi biblici, spiegati in altro modo, sembravano divenire alleati della loro liberazione... A mio avviso sono state loro a dare nuova autorità al testo. Una di queste donne disse: 'Il nostro cuore sentiva che questa storia di Adamo e Eva non era stata ben raccontata”.
Concludo riepilogando brevemente:
1. L'approccio ai testi deve sempre partire da un radicale sospetto.
2. E' fondamentale che le donne partano da sé, dalla propria esperienza, per leggere e interpretare i testi.
3. Elemento indispensabile è un grande impegno creativo. La teologa Elisabeth Moltmann dice: “...dobbiamo riscoprire, a vantaggio della teologia, l'arte della fantasia". E’ necessario sviluppare la Teofantasia o, come dice Schussler Fiorenza, molta immaginazione creativa.
Tra i gruppi di donne delle Comunità di base italiane, quello di Pinerolo ha lavorato molto sulla lettura biblica. Durante questo percorso abbiamo sperimentato la gioia e l'entusiasmo di trovare insieme la perla preziosa, la dracma perduta. Abbiamo acquisito la consapevolezza di demolire un sapere per ricostruirne un altro, che ci dia più forza e sicurezza; un nuovo sapere che sia nutrimento per rinascere a noi stesse, luogo di parole di vita che ci restituisca la parola.
L'ultimo laboratorio biblico, preparato dalle donne di Pinerolo per l'incontro nazionale donne cdb di Tirrenia (1998), è stata un'esperienza rivelatriee. Dopo anni di sperimentazione dei vari approcci e delle diverse metologie, il risultato del nostro lavoro di gruppo ha dimostrato che, quando ci si appropria di alcuni strumenti dell'ermeneutica femminista, si dischiudono nuove possibilità molto arricchenti. Il tema dell’incontro era "Prendersi cura" e il titolo del nostro laboratorio: “Nel segno di Rut”. Siamo partite dal primo comandamento per affrontare il tema del bisogno della cura di sé e di autostima delle donne. La richiesta di abnegazione, di sacrificio di sé, implicita nella cultura patriarcale, ha trasformato l’atteggiamento di cura delle donne in asservimento, nonostante che il primo comandamento dica: “ama il tuo prossimo e la tua prossima come te stessa”. E' proprio questo ciò di cui sono carenti le donne: mettere al centro se stesse per poi relazionarsi equilibratamente con gli altri e le altre.
La figura dell’emorroissa (Mc 5,25-34) e quella della donna che unse Gesù (Mc l4,3-9) rappresentano due tappe importanti nel percorso di riappropriazione di se stesse da parte delle donne. La prima, sofferente, sceglie di cambiare la propria vita compiendo il primo passo. La seconda, in piena autonomia, esercita simbolicamente la propria autorevolezza. Rut e Noemi ci danno invece un esempio di come due donne, attraverso la forza della loro relazione, sappiano fidare le regole del patriarcato e, partendo dalla loro intimità, dalla loro capacità di prendersi cura l'una dell’altra, dalla loro determinazione e dalla fedeltà a se stesse e al loro rapporto, possano scegliere la strada della libertà. La loro storia può essere letta come un racconto edificante in cui, attraverso la relazione, due donne compiono un percorso di presa di coscienza della loro identità. I valori della cura e della relazione, di cui sono portatrici le donne, possiedono una forte carica trasformatrice. L’alleanza tra Rut e Noemi, originata da un rapporto d’affetto e fedeltà, spinge anche gli uomini a far fronte alle proprie responsabilità.
Gesù, nel suo ministero, parte sempre dalla materialità dei gesti di cura: tocca, accarezza, offre cibo. Gli uomini al seguito di Gesù sembrano molto carenti in questo senso: cacciano i bambini, non comprendono Gesù, nell’orto dei Getzemani si addormentano e, per nulla coinvolti emotivamente dalla tragedia imminente della croce, lasciano il loro maestro solo nel momento della sofferenza, tradiscono, rinnegano, fuggono di fronte alla crocefissione. Che cosa rende più adatte le donne ad essere le prime testimoni della resurrezione? Forse proprio la loro capacità di mettersi in relazione, di prendersi cura, di saper stare di fronte al dolore e alla morte non senza timore, ma con naturalezza. Esse stanno fino all'ultimo momento ai piedi della croce e, appena è loro possibile, raggiungono il sepolcro per ungere il corpo di Gesù. I gesti di cura rappresentano, nella vita delle donne, momenti di armonia tra spirito e corpo, che infondono vitalità, forza, potere.
La cura rappresenta una chiave di accesso all'essere.
Questo percorso biblico si è rivelato utile ed efficace sia per noi, che lo abbiamo elaborato, sia per le donne che hanno partecipato al laboratorio. La Bibbia, spesso opprimente per le donne, può apparire così con un volto diverso.
Eppure, in certi momenti, viviamo una sorta di stanchezza nel ri-ri-ri…ri-leggere, ri-vedere, re-interpretare. A volte abbiamo l'impressione di compiere un’impresa impossibile. Perché mettere tante energie in questo lavoro di recupero, quando la vita stessa delle donne, nella spicciola quotidianità, è un immenso pozzo di saperi, conoscenza, saggezza, spiritualità? Le nostre tradizioni sono andate perse, ma, una volta riacquisite la sicurezza e l’autostima per partire da noi stesse e percepire la ricchezza del nostro vissuto, perché, ci domandiamo, e necessario continuare a confrontarci in modo così contorto con un percorso di fede tanto segnato dal patriarcato? La teologa messicana Elsa Tamez, nel suo articolo su Concilium n. 3/98 dedicato a “La vita delle donne come testo sacro”, sostiene la necessità di andare oltre questa fonna di “lotta ermeneutica”, raccogliendo testi in favore delle donne e respingendo i testi opprimenti. Secondo la Tamez bisogna, quando è necessario, andare oltre il testo sacro e cercare lo spirito di Dio reso manifesto da altri testi vivi o scritti: "...Quando nei segni del corpo femminile si legge la crocifissione, allora si ha testo sacro; quando si legge nella vita delle donne dignità e realizzazione, c'e epifania di Dio. In questo modo e possibile ricreare non solo i testi scritti ma creare nuovi personaggi, immagini e scene mai viste e udite prima, che hanno la capacità di mostrarsi come testi sacri. La feconda interrelazione tra il testo sacro canonico e la vita delle donne come testo sacro dà via libera a una nuova produzione."
Realisticamente c'è sempre in agguato la tentazione di omologarci, tornando ad un’assunzione acritica della tradizione, oppure di estraniarci respingendo in blocco la tradizione dei padri.
E’ difficile trovare una terza via; per ora non abbiamo modelli né indicazioni precise. Dobbiamo accontentarci di essere un po' come ci descrive la profetica e poetica Ivone Gebara: “Così siamo noi, singolari e plurali, uniche in mezzo alla moltitudine e moltitudine dentro di noi. Così siamo noi, autorità autoritaria, autorità innamorata, autorità in silenzio, autorità messa a tacere. Così siamo noi, profane sacre e sacre proƒane e profanate. Così siamo noi, Bibbia vissuta e vita senza Bibbia. Così siamo... così sia."
(continua)
