POVERTA’ NEGATIVA E POSITIVA
L’esigenza di ripristinare la giustizia sociale deve pertanto accompagnarsi - è questo il dato fondamentale - alla restituzione di significato al lavoro. Il primato che assegna ad esso la nostra Costituzione non può ridursi a un’astratta enunciazione di principio; tradursi nella tutela del diritto al lavoro per tutti e nella ricerca di condizioni che ne umanizzino le prestazioni. Deve soprattutto condurre al riconoscimento del suo primato sul profitto e sulle rendite anche attraverso l’assegnazione di una adeguata retribuzione economica. Le sperequazioni segnalate non sono soltanto un palese atto di ingiustizia; rivelano soprattutto la scarsa considerazione in cui è tenuto il lavoro, che è il perno attorno a cui ruota l’intera vita economico-sociale.
Anche nel Nuovo Testamento, il termine "povertà” è ambivalente. La povertà è realtà da combattere realizzando la giustizia e insieme via per l'accesso alla novità del regno. Nella sua valenza negativa essa è oggi la logica conseguenza di un’organizzazione sociale basata sui principi della differenziazione, dell'accumulazione e dell’interdipendenza settoriale, propri di un sistema economico, che genera le disuguaglianze ricordate.
Per vincere la povertà negativa è perciò necessario un ribaltamento degli attuali assetti produttivi e la creazione di un sistema alternativo. Ma a questo deve affiancarsi, se si vuole dar vita a un rinnovamento duraturo, una rivoluzione delle coscienze, una vera metànoia interiore, che spinga all’assunzione di stili di vita ispirati alla sobrietà, alla riduzione dei bisogni e alla valorizzazione dei beni relazionali, dai quali viene il miglioramento della qualità della vita. La povertà negativa esige dunque, per essere superata, l'adozione di una povertà positiva, quella evangelica. Solo attraversa di essa è infatti possibile accedere a una più equa distribuzione della ricchezza, e concorrere perciò alla costruzione di una società più giusta e più solidale.
In Giorni non violenti, 22 dicembre 1924