ALLA SCUOLA DEI SALMI:
Il pastore e la cuoca (salmo 23)
Lidia Maggi e Angelo Reginato
Il SIGNORE è il mio
pastore: nulla mi manca. Mi fa riposare in verdeggianti pascoli, Mi guida lungo
le acque calme. Mi ristora l’anima, mi conduce per sentieri di giustizia, per
amore del suo nome. Quand’anche camminassi nella valle dell’ombra della morte,
io non temerei alcun male, perché tu sei con me… Per me tu imbandisci la
tavola, sotto gli occhi dei miei nemici; cospargi di olio il mio capo; la mia
coppa trabocca.
Angelo: Pastore è
chi offre pastura. La cura profusa, che si mostra nei diversi gesti messi in
atto, mira a nutrire. E il nostro salmo, che evoca una pluralità di immaginari
simbolici, trova unità intorno al gesto di offrire un cibo che sfami e nutra.
L’esterno dei verdeggianti pascoli e l’interno della tavola imbandita, la
statica del riposo e la dinamica del cammino, il positivo delle acque calme e
il tragico della valle dell’ombra della morte: esperienze opposte, «dono di un
unico pastore», come dice il Qohelet, tutte attraversate dalla fame e dal gesto
pastorale del nutrire. In fondo, è vero che noi siamo ciò che mangiamo e il Dio
biblico è colui che desidera nutrirci.
Lidia: È vero,
tutta la Scrittura trova un filo rosso intorno alla questione di che cosa nutra
la vita: è questo il tema, dal giardino di Eden all’albero della vita
dell’Apocalisse. Anche il libro dei Salmi prende le mosse da «un albero che dà
il suo frutto nella sua stagione», identificato con chi medita – ma potremmo
anche tradurre mastica, gusta, rumina – la Torah, giorno e notte. Chi si nutre
della Parola uscita dalla bocca di Dio diventa a sua volta nutrimento per
altri, fa fiorire il sogno divino della vita buona.
Angelo: Siamo
affamati di vita, ma possiamo nutrirci di morte. Che cosa avvelena le nostre
esistenze e ci lascia affamati o con i postumi di una grande abbuffata? Non
ogni cibo ci dà forza, non tutto ci sazia. Ci disgusta l’ingiustizia, ancor più
quando questa è legata alla fede, come quelle pratiche religiose che pretendono
di nutrirci con il pane stantio di una parola biblica rappresa, lasciata cruda
e scagliata come giudizio contro gli affamati. O se cucinata, rigorosamente su
un fuoco moralista che la trasforma in un codice indigesto, troppo freddo e
pesante per riscaldare e rallegrare. Lasciarsi nutrire dalla Parola richiede
l’arte raffinata ed essenziale di una brava cuoca. Nella cucina divina,
affinché la Parola torni a nutrirci, c’è bisogno del fuoco vivo dell’ascolto.
Perché i diversi ingredienti del piatto sprigionino tutti i loro aromi,
occorrono i tempi lunghi della cottura. La Bibbia, pane di vita, può tornare a
nutrirci, se smettiamo di cucinarla con tutte quelle ricette che, lungo i
secoli, l’hanno bruciata e avvelenata.
Lidia: Essere
nutriti nell’essenziale, fino a godere del banchetto come ospiti d’onore.
Essere accuditi nella fragilità e difesi dai pericoli esterni; e insieme,
riconoscersi invitati speciali alla mensa divina, ospiti d’onore, capaci di
intrattenere il padrone di casa che per noi ha cucinato. O meglio, la padrona
di casa che apparecchia, serve il cibo, unge il nostro capo. Nel salmo le due
scene, quella esterna e quella interna, si richiamano rivelando due sguardi su
Dio. Due immagini: una maschile ed una femminile. Dio è pastore, forte,
vigoroso, in grado di proteggere la fragile creatura a lui affidata da ogni
pericolo. Nessun lupo può sbranarci accanto a questo Dio; e l’orante si sente
accudito, al sicuro nel camminare al suo fianco. Ma Dio è anche colei che,
nella casa, apparecchia con raffinata grazia la mensa, che cura ogni dettaglio
di quel pasto d’onore preparato per il suo ospite speciale.
Angelo: L’orante, servito da quel Dio massaia, non è più la creatura indifesa da proteggere, ma l’ospite che dà senso alla fatica di quel banchetto, che gusta e giudica le prelibatezze preparate. Abbiamo bisogno di nutrirci anche di questo: immagini di Dio plurali, maschili e femminili. Il salmo precedente aveva lo stesso movimento: Dio raccontato come il liberatore dell’esodo e come la grande levatrice che accompagna la puerpera e accudisce il neonato. Nutrirci di queste immagini plurali di Dio significa ritrovare quell’alimentazione diversificata che permette all’orante di crescere e rafforzarsi nella fiducia.