Dio delle vendette o Dio di misericordia?
(II parte)
Jean Louis Ska
Un Dio biblico giusto?
Orbene, vi sono alcuni racconti biblici che possono
creare difficoltà quando si parla di un “Dio giusto”. Esodo 12, ad esempio,
descrive la decima piaga che colpisce l’Egitto perché il faraone rifiuta di
affrancare gli schiavi ebrei e li opprime ingiustamente. La piaga colpisce
tutta la popolazione egiziana, e anche il bestiame secondo Es 12,29: “A
mezzanotte, il SIGNORE colpì tutti i primogeniti nel paese d’Egitto, dal
primogenito del faraone che sedeva sul suo trono al primogenito del carcerato
che era in prigione, e tutti i primogeniti del bestiame” (6). Il testo non
lascia alcun dubbio sul fatto che la morte dei primogeniti sia il frutto di un
intervento del Dio d’Israele (YHWH). Un lettore moderno potrebbe chiedersi,
tuttavia, come mai Dio può ammazzare neonati innocenti. E tutti gli Egiziani,
anche i carcerati, erano colpevoli nello stesso modo perché coinvolti nella
politica oppressiva del faraone? Non si tratta di una punizione collettiva e
indiscriminata che sembra, per buone ragioni, difficile da giustificare
interamente? Inoltre, perché colpire anche i primogeniti del bestiame che non
c’entrano per niente nella faccenda. Gli animali, certamente, non hanno
oppresso gli Ebrei. Si può invocare lo stile iperbolico dei racconti biblici,
però anche la scelta dello stile può essere causa di disagio.
A proposito di Esodo 14, il “miracolo del mare”, il lettore può certamente
rallegrarsi della sconfitta subita dall’esercito più potente del tempo, quello
del faraone, che inseguiva un popolo indifeso appena liberato. Però, chi si
prende cura, nel racconto biblico, di andare a portare alle famiglie egiziane
la notizia di un marito, di un padre, di un fratello o di un figlio rimasto
annegato per sempre nel mare (Es 14,30)? Anche in questo caso, possiamo
invocare lo stile iperbolico ed “essenziale” di alcuni racconti biblici, però
rimane anche vero che la narrazione biblica è spesso unilaterale (7).
Nondimeno, il tema del dolore degli sconfitti non è sconosciuto dagli scrittori
biblici. Possiamo citare almeno Gdc 5,28 ove la madre di Sisera aspetta invano
il ritorno di suo figlio ucciso da Yael (Gdc 4,21; 5,26) e si chiede perché
tarda a tornare dal campo di battaglia. La letteratura greca, invece, sviluppa
a lungo tale tematica, ad esempio, nelle tragedie I Persiani di Eschilo (472
a.C.) e Le Troiane o Le Troade di Euripide (415 a.C.). Già nell’Iliade di Omero
il poeta si sofferma sul dolore dei Troiani dopo la morte di Ettore e dopo la
loro sconfitta. I racconti biblici sono più sobri in merito (8).
Il Dio della Bibbia esige la violenza contro i popoli stranieri?
Un altro caso problematico è la violenza richiesta da Dio al suo popolo nei
racconti di conquista, in particolare nei libri di Giosuè e dei Giudici (9). Le
istruzioni in merito si trovano in Dt 7,2: “Quando il SIGNORE, il tuo Dio, avrà
dato in tuo potere [i popoli presenti nella Terra Promessa] e tu li avrai scon-
fitti, tu li voterai allo sterminio; non farai alleanza con loro e non farai
loro grazia”. Le leggi sulla guerra in Dt 20 sono ancora più precise.
“Ma nelle città di questi popoli che il SIGNORE, il tuo Dio, ti dà come
eredità, non conserverai in vita nulla che respiri, ma voterai a completo
sterminio gli Ittiti, gli Amorrei, i Cananei, i Ferezei, gli Ivvei e i Gebusei,
come il SIGNORE, il tuo Dio, ti ha comandato di fare, affinché essi non
v’insegnino a imitare tutte le pratiche abominevoli che fanno per i loro dèi e
voi non pecchiate contro il SIGNORE Dio vostro” (Dt 20,16-18).
Possiamo dire che, secondo gli archeologi e gli storici, non vi sono tracce di
massacri di questo tipo, e che la teoria di una conquista militare e sanguinosa
della Terra Promessa è stata ormai abbandonata dalla maggioranza degli
studiosi, e per buone ragioni (10). Rimane però il problema di discorsi divini
o di racconti considerati come ispirati e, quindi, come “parola di Dio”. Perché
attribuire a Dio o ai suoi fedeli discorsi di questo tipo se, in più, la realtà
è molto diversa? Non è sempre facile rispondere a tali domande.
Possiamo anche parlare della violenza di Dio contro il suo popolo, violenza che
si potrebbe chiamare “educativa” o “pedagogica” quando Dio punisce il popolo
per la sua infedeltà. Le invasioni, la conquista del Regno del Nord nel 722
a.C. e la fine del Regno del Sud nel 586 a.C., con la deportazione delle
popolazioni, ne sono gli esempi più chiari. In questo caso, i testi forniscono
una giustificazione: la causa è il peccato del popolo e dei suoi dirigenti.
Possiamo, nondimeno, porre una domanda simile a quella di Abramo in Gn 18: il
castigo divino colpisce solo i colpevoli o colpisce anche gli innocenti? E come
giustificare il castigo collettivo di tutta la popolazione? Da lì,
probabilmente, l’insistenza sulla responsabilità personale in Ger 31,29-30; Ez
18,1-32.
Violenza divina gratuita? Il caso di Giobbe
Infine, vale la pena menzionare il caso di Giobbe che subisce una violenza
inspiegabile e paragona Dio a un nemico violento, ad esempio in Gb 16,12-14:
“Vivevo in pace ed egli m’ha scosso con violenza, m’ha preso per la nuca, m’ha
frantumato, m’ha posto per suo bersaglio.
I suoi arcieri mi circondano, egli mi trafigge i reni senza pietà, sparge a
terra il mio fiele.
Apre sopra di me breccia su breccia, mi corre addosso come un guerriero”.
Sono pochi i testi ove Dio è percepito come nemico, ma il libro di Giobbe ne è
il testimone più chiaro (11). Giobbe subisce la violenza divina senza capirne
la ragione. È innocente o, per dirlo in modo più semplice, non vi è proporzione
fra le colpe di Giobbe e la sua sofferenza. La legge della retribuzione non può
applicarsi al suo caso (Gb 16,16-17):
“Il mio viso è rosso di pianto, sulle mie palpebre si stende l’ombra di morte.
Eppure, le mie mani non commisero mai violenza, e la mia preghiera fu sempre
pura”.
La violenza di Dio subita da Giobbe non può essere causata dalla violenza di
Giobbe. Siamo tentati, in questo caso, di parlare di una violenza divina
gratuita. Il libro di Giobbe offre più di una pista di riflessione fruttuosa
nonostante tutte le difficoltà di un testo complesso, o forse a causa della sua
complessità.
Violenza e non-violenza nel Nuovo Testamento
Mi permetto una sola breve riflessione a proposito del Nuovo Testamento
perché, molto spesso o troppo spesso, si suole opporre Antico e Nuovo
Testamento sul tema della violenza, in un modo molto simile a quello di
Marcione.
Il Dio del Nuovo Testamento, il Dio di Gesù Cristo sarebbe solo quello della
bontà e della compassione: “Siate misericordiosi come il Padre vostro è mise-
ricordioso”, dice Gesù di Nazaret secondo Lc 6,36. Non fa una piega il discorso
del Vangelo di Luca, tranne che non è sempre facile parlare di misericordia e
di perdono, come detto prima. Spesso si aggiunge che Gesù di Nazaret è stato
fedele fino all’ultimo al suo messaggio, in particolare nella sua passione e
morte sulla croce perché è stato non-violento in modo esemplare. Rimane però
una domanda, e sono proprio le ultime parole di Gesù crocifisso prima di morire
nel Vangelo di Matteo e di Marco: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai
abbandonato?” (Mt 27,46; Mc 15,34; cf. Sal 22,2) (12). Al “perché” di Gesù di
Nazaret il cielo non risponde, rimane muto, e Gesù di Nazaret muore con una
domanda senza risposta. I Vangeli, certo, parleranno della risurrezione e gli
Atti degli Apostoli diranno che “Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù
che voi avete crocifisso” (Atti 2,36). È importante dire, tuttavia, che
passiamo da un mondo all’altro, e che la risurrezione ci fa proprio passare dal
nostro mondo al mondo definitivo. In questo nostro mondo, perciò, sarà
difficile trovare una vera risposta alla violenza? Occorre aspettare il
passaggio in un mondo diverso, quello che si scopre al di là della morte? Altra
domanda difficile.