Il caso "asili nido"
i Comuni frenati dai costi di gestione
I sindaci disertano i bandi: non sanno come pagare
manutenzione e personale nel tempo
Se c’è un caso di scuola che ben spiega le difficoltà
di realizzare il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) è quello degli
asili nido, soprattutto quando ormai mancano meno di 12 mesi alla scadenza. Il
quadro è tanto chiaro quanto desolante: molti progetti sono ancora in fase di
realizzazione, centinaia risultano in ritardo, le gare continuano ad andare
male e i fondi restano inutilizzati.
L’esempio lampante sono gli ultimi dati, rilasciati
solo la scorsa settimana, relativi al terzo bando da 820 milioni destinato agli
interventi di nuova costruzione e riconversione degli asili nido che
equivalgono a circa 30 mila nuovi posti per la fascia d’età dei bambini da 0 a
2 anni. Il bando avrebbe dovuto concludersi a marzo scorso ma, dopo che neanche
la metà dei fondi è stata richiesta dai Comuni, la domanda è stata riaperta per
altri tre mesi. Giorni in più che non sono serviti a molto visto che sono stati
richiesti appena altri 103,8 milioni, che equivalgono a 164 interventi. Sempre
che poi vengano eseguiti e portati a termine.
PIÙ CHE UNA CONGETTURA,
è l’allarme già formulato dall’ufficio Parlamentare di
Bilancio e dalla Corte dei Conti. In particolare, i dati rilevano che il
segmento relativo agli asili nido registra una spesa pari al 25,2% delle
risorse complessive assegnate, a fronte di uno stanziamento complessivo di 3,24
miliardi di euro. Ma la Missione 4 del Pnrr relativi ai nidi è stata già
ridimensionata in corso d’opera, proprio a fronte delle difficoltà di
realizzazione dei progetti. Il piano, infatti, prevedeva la costruzione di
264.480 nuovi posti in asilo, per un investimento complessivo di 4,6 miliardi:
3 miliardi per nuovi progetti e 1,6 miliardi per i progetti in essere. Ma nel
2023 il governo Meloni, nella sua prima rimodulazione del Pnrr, ha deciso di
tagliare 100 mila nuovi posti (scesi a 150.480) anche se all’Italia mancano
ancora tre punti percentuali per raggiungere l’obiettivo del 33% dell’offerta
di posti in asili nido e servizi di prima infanzia fissato dall’Ue 15 anni fa.
Ma tra 5 anni, nel 2030 la percentuale dovrebbe arrivare al 44%. Obiettivo che,
soprattutto al Sud e con i ritardi del Pnrr, è una chimera. Le conseguenze sono
note: la carenza di nidi incide su denatalità e partecipazione femminile al
lavoro, frenando la crescita economica.
A limitare la partecipazione dei Comuni alla creazione
di nuovi nidi sono le incognite sulla possibilità di sostenere nel tempo i
costi ordinari di gestione delle nuove strutture, come spiega la Corte dei
Conti nella sua ultima relazione sullo “Stato di attuazione degli interventi
del Pnrr nel primo semestre 2025”. Il Piano, infatti, prevede finanziamenti per
la costruzione dei nidi ma non per la manutenzione e il personale. Tanto che
secondo la Cgil, servirebbero almeno 2 miliardi di euro l’anno per garantire il
funzionamento degli asili pubblici e circa 45 mila educatori in più per
raggiungere gli standard europei. Un capitolo di spesa che la maggior parte dei
sindaci dei piccoli e medi Comuni non sono in grado di gestire con le risorse
locali. Da qui la forte preoccupazione della Corte dei Conti per quella che
sarà l’eredità di questo piano straordinario di investimenti sugli asili nido,
che dovrebbe essere alimentato dalla spesa corrente, che però è vincolata a un
limite prefissato dall’Ue.
La beffa finale è la discriminazione territoriale.
Sebbene le risorse del Pnrr per costruire le strutture per i bambini più
piccoli siano state assegnate principalmente al Sud, è qui che si registrano i
ritardi maggiori. Una frattura insanabile visto che è nelle Regioni meridionali
che attualmente la percentuale dei posti negli asili nido non supera il 20%,
come in Calabria, Sicilia e Campania.
Patrizia De
Rubertis (da “Il Fatto Quotidiano”)