lunedì 15 settembre 2025

Il caso "asili nido"

i Comuni frenati dai costi di gestione

I sindaci disertano i bandi: non sanno come pagare manutenzione e personale nel tempo

 

Se c’è un caso di scuola che ben spiega le difficoltà di realizzare il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) è quello degli asili nido, soprattutto quando ormai mancano meno di 12 mesi alla scadenza. Il quadro è tanto chiaro quanto desolante: molti progetti sono ancora in fase di realizzazione, centinaia risultano in ritardo, le gare continuano ad andare male e i fondi restano inutilizzati.

L’esempio lampante sono gli ultimi dati, rilasciati solo la scorsa settimana, relativi al terzo bando da 820 milioni destinato agli interventi di nuova costruzione e riconversione degli asili nido che equivalgono a circa 30 mila nuovi posti per la fascia d’età dei bambini da 0 a 2 anni. Il bando avrebbe dovuto concludersi a marzo scorso ma, dopo che neanche la metà dei fondi è stata richiesta dai Comuni, la domanda è stata riaperta per altri tre mesi. Giorni in più che non sono serviti a molto visto che sono stati richiesti appena altri 103,8 milioni, che equivalgono a 164 interventi. Sempre che poi vengano eseguiti e portati a termine.

PIÙ CHE UNA CONGETTURA,

è l’allarme già formulato dall’ufficio Parlamentare di Bilancio e dalla Corte dei Conti. In particolare, i dati rilevano che il segmento relativo agli asili nido registra una spesa pari al 25,2% delle risorse complessive assegnate, a fronte di uno stanziamento complessivo di 3,24 miliardi di euro. Ma la Missione 4 del Pnrr relativi ai nidi è stata già ridimensionata in corso d’opera, proprio a fronte delle difficoltà di realizzazione dei progetti. Il piano, infatti, prevedeva la costruzione di 264.480 nuovi posti in asilo, per un investimento complessivo di 4,6 miliardi: 3 miliardi per nuovi progetti e 1,6 miliardi per i progetti in essere. Ma nel 2023 il governo Meloni, nella sua prima rimodulazione del Pnrr, ha deciso di tagliare 100 mila nuovi posti (scesi a 150.480) anche se all’Italia mancano ancora tre punti percentuali per raggiungere l’obiettivo del 33% dell’offerta di posti in asili nido e servizi di prima infanzia fissato dall’Ue 15 anni fa. Ma tra 5 anni, nel 2030 la percentuale dovrebbe arrivare al 44%. Obiettivo che, soprattutto al Sud e con i ritardi del Pnrr, è una chimera. Le conseguenze sono note: la carenza di nidi incide su denatalità e partecipazione femminile al lavoro, frenando la crescita economica.

A limitare la partecipazione dei Comuni alla creazione di nuovi nidi sono le incognite sulla possibilità di sostenere nel tempo i costi ordinari di gestione delle nuove strutture, come spiega la Corte dei Conti nella sua ultima relazione sullo “Stato di attuazione degli interventi del Pnrr nel primo semestre 2025”. Il Piano, infatti, prevede finanziamenti per la costruzione dei nidi ma non per la manutenzione e il personale. Tanto che secondo la Cgil, servirebbero almeno 2 miliardi di euro l’anno per garantire il funzionamento degli asili pubblici e circa 45 mila educatori in più per raggiungere gli standard europei. Un capitolo di spesa che la maggior parte dei sindaci dei piccoli e medi Comuni non sono in grado di gestire con le risorse locali. Da qui la forte preoccupazione della Corte dei Conti per quella che sarà l’eredità di questo piano straordinario di investimenti sugli asili nido, che dovrebbe essere alimentato dalla spesa corrente, che però è vincolata a un limite prefissato dall’Ue.

La beffa finale è la discriminazione territoriale. Sebbene le risorse del Pnrr per costruire le strutture per i bambini più piccoli siano state assegnate principalmente al Sud, è qui che si registrano i ritardi maggiori. Una frattura insanabile visto che è nelle Regioni meridionali che attualmente la percentuale dei posti negli asili nido non supera il 20%, come in Calabria, Sicilia e Campania.

 

Patrizia De Rubertis (da “Il Fatto Quotidiano”)