martedì 16 settembre 2025

CI BASTA LA SUA GRAZIA

La grazia ci precede

 

A questo punto del percorso che stiamo compiendo, un pensiero dovrebbe essere ormai chiaro e fermo dentro di noi: la nostra imperfezione, la fragilità del nostro carattere e della nostra storia non sono un impedimento all’azione di Dio in noi. Dio è soltanto Amore e perdono, e ha bisogno di raggiungere il nostro limite, il nostro peccato, per realizzare il suo progetto d’amore per noi.

Il teologo tedesco Paul Tillich scrive:

Il progresso morale può essere un frutto della grazia ma non è la grazia, anzi può perfino impedirci di riceverla. Non possiamo trasformare la nostra vita a meno che non ci lasciamo trasformare dalla grazia. La grazia può venire come non può venire e certamente non viene se cerchiamo di costringerla. Come non verrà finché penseremo, nella nostra boria, di non averne bisogno.

La grazia ci colpisce quando siamo in preda al dolore e all'inquietudine, ci colpisce quando attraversiamo l'oscura valle di una vita vuota e priva di significati; ci colpisce quando sentiamo che la nostra separazione è più profonda del solito perché abbiamo violato un’altra vita, una vita che amavamo e da cui ci siamo allontanati.

“Ci colpisce quando la nostra nausea, la nostra indifferenza, la nostra debolezza, la nostra vita e la nostra mancanza di direzione e di calma ci sono diventate insopportabili; ci colpisce quando vediamo delusa l'attesa della lungamente sospirata perfezione di vita; quando le vecchie costrizioni regnano in noi ormai definitivamente; quando la disperazione distrugge la giola e il coraggio.

Talvolta in quel momento un'onda di luce irrompe nelle nostre tenebre ed è come se una voce dicesse; «Tu sel accettato», tu sei accettato da ciò che è più grande di te e di cui non conosci il nome.

Non chiedere il nome ora. Forse lo scoprirai più tardi; non tentare di fare nulla ora, forse più tardi farai molto. Non cercare nulla, non compiere nulla, non volere nulla; accetta semplicemente il fatto di essere accettato. Se questo ci accade, sperimentiamo la grazia. Dopo quest'esperienza può darsi che non siamo migliori di prima, che non crediamo più di prima, ma tutto si trasforma.

In quel momento la grazia vince il peccato e la riconcillazione vince l'abisso dell'alienazione.

Sperimentiamo la grazia di poter accettare la vita di un altro, anche se ci è ostile e nociva, perché in virtù della grazia, sappiamo che appartiene allo stesso Fondamento al quale apparteniamo noi e dal quale siamo stati accettati (Si scuotono le fondamenta).”

 

Il rischio dei cristiani è di leggere la Bibbia in maniera epica, dove l’eroe, alla fine, vince sempre. Ma la Rivelazione biblica non c'insegna questo.

Dio s'è fatto dapprima accanto nell’Antico Testamento, e poi con l’incarnazione è entrato dentro ad una storia improbabile, macchiata dal male: proprio la nostra, fatta di alti e bassi, maligna e splendida, ambigua e mutevole. Se nell’Antico Testamento Dio si rivela come il Dio che cammina dinanzi all’uomo e nel Nuovo Testamento come il Dio con noi, dopo l’Ascensione - e quindi nella storia della Chiesa, suo corpo mistico - diviene il Dio in noi.

Il nostro è un Dio che entra nella storia e la risolleva dall’interno, assumendola tutta, così com'è, e permettendo ad essa di fare la sua strada. Potremmo riassumere così: Dio opera nell'uomo che opera. Dio è all’interno della nostra storia, non dirigendola come un burattinaio dall’esterno, ma assicurandole l’attracco in un porto sicuro attraverso percorsi insondabili del folle cuore umano.

Tutto ciò permette che le nostre storie, per quanto storte, siano già storie salvate perché hanno alle spalle un amore preveniente.

Nella liturgia cattolica si prega così: «Ci preceda e ci accompagni sempre la tua grazia, Signore, perché, sorretti dal tuo paterno aiuto, non ci stanchiamo mai di operare il bene» (Colletta della XXVIII settimana del Tempo Ordinario).

Anche se noi siamo finiti e imperfetti, e spesso possiamo considerarci un niente, la nostra storia sta andando verso un porto di bene.  . Scrive il grande teologo Karl Barth:

“Che cos'è il Niente? Nel riconoscimento e nella confessione della fede cristiana, vale a dire nello sguardo teso all'indietro, alla risurrezione di Gesù Cristo e nella prospettiva del suo ritorno, si può dare una sola risposta: è il passato, l’antico, cioè l'antica minaccia, l'antico pericolo, l’antica rovina, l'antico non-essere che oscura e devasta la creazione di Dio, la realtà ormai superata in Gesù Cristo, che nella sua morte ha subìto l'unica sorte che meritava: l'annientamento, nel disegno della positiva volontà di Dio, perché questa è anche la fine di quanto non è stato da lui voluto.

Tale dunque è il Niente: ciò che - poiché Gesù Cristo è il Signore - è stato vinto e liquidato, ciò che in Cristo, vero Dio e vero Uomo, è stato definitivamente superato, non solo da Dio, ma anche dall'uomo nell'unione con Dio. È il «terzo» la  cui influenza e il cui potere hanno cessato di turbare la relazione tra il Cristo e la creatura. [...] Non è più da temere. Non può più «nullificare» (Dio e il Niente).”

Nel cristianesimo, perciò, la questione fondamentale non è il tentativo di preservarsi dal male per raggiungere Dio, ma è fare esperienza dell’amore di Dio che ci accompagna nella nostra storia personale segnata dal male.