da Il Manifesto del 05/03/2026
«Non saremo complici». Sánchez sfida Trump
di Luca Tancredi Barone
«La posizione della Spagna si riassume in tre parole: no alla guerra». Nel suo messaggio di ieri mattina, il premier spagnolo Pedro Sánchez ha deciso di cavalcare esplicitamente lo slogan che il socialista José Luís Rodríguez Zapatero aveva usato per vincere le elezioni del 2003, contro l’impopolare decisione di José María Aznar (del Pp) di infilare la Spagna nell’altra grande guerra in Medio Oriente, quella contro l’Iraq.
«La posizione del governo spagnolo è la stessa che abbiamo avuto in Ucraina o a Gaza: no alla violazione del diritto internazionale che ci protegge tutti, specie i più indifesi; no all’idea che il mondo possa risolvere i suoi problemi solo a base di conflitti e bombe; no a ripetere gli errori del passato», ha detto dalla Moncloa.
In un discorso esemplare, e senza la possibilità per la stampa di fare domande, Sánchez ha rivendicato le scelte fatte: «Alcuni ci accusano di essere ingenui, ma ingenuo è credere che la soluzione sia la violenza, o credere che la democrazia e il rispetto tra le nazioni fioriscano dalle macerie. O pensare che praticare un’obbedienza cieca e servile significhi essere leader. La nostra posizione non è ingenua, è coerente. Non saremo complici di una cosa cattiva per il mondo, e quindi contraria ai nostri valori e ai nostri interessi, solo per paura delle rappresaglie di qualcuno». Un chiaro riferimento a Donald Trump, senza mai citarlo, e alla sua minaccia di un embargo commerciale pronunciata martedì dallo Studio ovale davanti al cancelliere tedesco Merz accondiscendete. «Ventitré anni fa, un’altra amministrazione statunitense ci ha condotto in una guerra ingiusta. La guerra in Iraq ha generato un drammatico aumento del terrorismo, una grave crisi migratoria e una crisi economica», ha ricordato Sánchez.
QUESTA VOLTA il Paese ne resterà fuori, è costretto ad assicurare il ministro degli Esteri José Manuel Albares dovendo smentire categoricamente le affermazioni della portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, che ieri in serata ha tentato di confondere le acque affermando che «la Spagna ha accettato di cooperare militarmente nelle ultime ore».
ALLORA COME OGGI, difendere la legalità internazionale, ha detto il premier, non vuol dire difendere le tirannie: «La domanda non è se siamo o meno a favore degli ayatollah. Nessuno lo è. Certamente non lo è il popolo spagnolo, e tanto meno il governo di Spagna. La vera domanda è se siamo dalla parte del diritto internazionale e, quindi, della pace. I cittadini spagnoli erano contro Saddam Hussein, ma questo non li ha portati a sostenere una guerra ingiusta. Condanniamo il regime di Teheran, ma chiediamo una soluzione diplomatica», ha insistito. E ha concluso: «Molto spesso, le grandi guerre scoppiano a causa di errori di calcolo. Non possiamo giocare alla roulette russa con il destino di milioni di persone».
Sebbene l’amministrazione Trump continui ad attaccarlo – ieri è stato il turno del segretario del Tesoro Scott Bessent che ai microfoni della Cnbc ha detto «Gli spagnoli stanno mettendo in pericolo vite americane» – in patria il discorso del premier unisce, come raramente accade, tutti gli alleati del governo, anche i più recalcitranti, in linea con il sentire comune degli spagnoli. Persino Ione Belarra, leader di Podemos, in genere poco generosa con Sánchez, ha mostrato la sua soddisfazione per il No alla guerra e per aver negato agli Stati uniti l’uso delle basi in Andalusia. Per poi chiedere al premier di essere coerente fino in fondo e abbandonare la Nato.
INTANTO IL MINISTRO Albares ha trasmesso al governo tedesco quella che ha definito diplomaticamente «sorpresa» di fronte al silenzio di Merz mentre Trump attaccava la Spagna: «Quando si condivide una moneta, una politica commerciale comune e un mercato comune con un altro paese, ci si aspetta la stessa solidarietà che la Spagna ha dimostrato» alla Danimarca sulla Groenlandia. E sulle accuse del cancelliere alla Spagna, rea di non assecondare la Nato nell’aumento della spesa militare, Albares ha concluso perfido: «Non riesco a immaginare la cancelliera Merkel o il cancelliere Scholz fare simili dichiarazioni».
Mentre internazionalmente Sánchez incarna il profilo di chi ha il coraggio di affrontare Trump, all’interno l’opposizione della destra lo accusa di non fare gli interessi del Paese e di essere «l’utile idiota delle dittature mondiali», secondo le parole di Isabel Díaz Ayuso, presidente di Madrid del Partito popolare.