domenica 22 marzo 2026

da Il Manifesto del 14/03/2026

Ritorno agrodolce degli sfollati curdi ad Afrin: case saccheggiate, ulivi sradicati

di Tiziano Saccucci


Dopo oltre otto anni di esilio forzato, le prime famiglie sfollate di Afrin hanno iniziato il viaggio di ritorno verso le proprie case. Il primo convoglio, composto da circa 400 famiglie, è partito lunedì dalla città di Heseke diretto verso la regione nord-occidentale della Siria, nell’ambito dell’attuazione dell’accordo firmato il 29 gennaio tra le Forze democratiche siriane (Sdf) e il governo siriano ad interim.

La carovana era composta da centinaia di auto private appartenenti agli sfollati e da decine di autobus messi a disposizione dal Consiglio delle persone sfollate di Afrin e Shahba. Il convoglio ha attraversato Raqqa, Tabqa e Aleppo prima di raggiungere, nelle prime ore del mattino, le campagne di Afrin.

ALLA PARTENZA, a Heseke, due ali di folla accompagnavano l’uscita del convoglio dalla città, tra applausi, lacrime e canti. Un momento atteso per anni da migliaia di sfollati costretti ad abbandonare Afrin durante l’offensiva turca del 2018. Tra i presenti anche esponenti politici dell’Amministrazione autonoma, tra cui Ilham Ahmed, copresidente del Dipartimento per le relazioni estere, e Leyla Karaman, copresidente del Consiglio democratico siriano (Sdc).

Ahmed si è fermata a parlare con una famiglia stipata in un van carico fino all’orlo. «Anch’io sono di Afrin – ha detto – La mia casa è lì, tutto ciò che ho è lì. Tornerò».

Il convoglio era scortato dalle Forze di sicurezza interna (Asayish) e supervisionato dal vice comandante delle forze di sicurezza interne di Heseke, Mahmoud Khalil, e da Nesrin Abdullah, anch’essa recentemente entrata in forza alle Asayish.

Secondo Khalil, l’obiettivo è garantire il ritorno di tutti gli abitanti di Afrin entro il 21 marzo, per poi iniziare la stessa procedura a Serekaniye. Alcune immagini circolate martedì mostrano preparativi in corso per la riapertura dell’autostrada M4, dal 2019 linea del fronte a sud della città.

TRA LE BANDIERE presenti alla partenza, tutte quelle delle istituzioni del nord-est. Alcuni membri delle Asayish, poco prima di unirsi alla scorta del convoglio, si sono fotografati con una bandiera raffigurante Karker Tolhildan, uno dei fondatori delle Forze di Liberazione di Afrin (Hre), il gruppo di guerriglia nato dopo l’occupazione turca del 2018.

Tolhildan è caduto il 10 luglio 2023 in uno scontro con le forze dell’Esercito nazionale siriano (Sna) nelle campagne attorno alla città. Nel comunicato diffuso dopo la sua morte, le Hre avevano promesso di continuare la lotta fino al ritorno della popolazione di Afrin. Il messaggio, alla partenza del convoglio, appariva chiaro: una promessa che molti non hanno dimenticato.

All’arrivo nella regione di Afrin l’atmosfera è diversa ma ugualmente carica di emozione. Centinaia di persone hanno accolto il convoglio tra canti e gesti di vittoria, mentre dalle auto risuonavano canzoni curde e molte persone sventolavano la ala rengîn, la bandiera curda considerata ufficiale poiché adottata dalla Regione del Kurdistan in Iraq. Altri simboli erano quasi del tutto assenti. In un contesto così delicato, tutto può tramutarsi in una provocazione.

DIETRO L’EMOZIONE del momento, infatti, restano interrogativi profondi. Il primo gruppo è stato reinsediato nei villaggi delle campagne di Jinderes, Shiyeh e Mobata. Non si tratta quindi, almeno per ora, di un ritorno alla città di Afrin.

Negli ultimi otto anni, numerosi rapporti hanno documentato la confisca e la vendita delle proprietà appartenenti agli abitanti originari della regione. Case occupate o demolite, terreni espropriati, uliveti abbattuti. Nelle settimane precedenti al ritorno sono circolate immagini di camion e furgoni carichi di alberi di ulivo sradicati dalle campagne di Afrin, una delle principali ricchezze della regione.

«Hanno tagliato tutti i nostri alberi», ha raccontato a Rudaw uno degli sfollati rientrati dopo anni di esilio. «I miei alberi erano come i miei figli. Non ci è rimasto nulla. Hanno saccheggiato tutto quello che avevamo». Molti non sanno ancora cosa troveranno al posto delle proprie case.

LEYLA KARAMAN ha definito il ritorno degli sfollati «un passo positivo», sottolineando tuttavia che il processo dovrà avvenire «in sicurezza e con dignità», garantendo il recupero delle proprietà e la protezione dei residenti da minacce o intimidazioni.

Secondo la copresidente del Sdc, la questione è stata al centro di numerosi incontri negli ultimi mesi proprio per la sua importanza nella stabilizzazione della regione. «La gioia sui volti delle persone è evidente nonostante gli anni di sofferenza – ha dichiarato – Ma il ritorno deve garantire il recupero delle case e dei beni confiscati. Qualsiasi violazione potrebbe compromettere l’accordo».