domenica 8 marzo 2026

da Il Manifesto del 26/02/2026

Modi e Bibi, abbraccio totale

di Michele Giorgio


Narendra Modi non sarà ricordato in Israele solo come il primo e, sino ad oggi, unico primo ministro indiano ad aver visitato lo Stato ebraico. Passerà alle cronache l’abbraccio a dir poco caloroso che ieri, appena arrivato, ai piedi dell’aereo, ha dato a Benyamin Netanyahu. Come tra fratelli. Nel pomeriggio, alla Knesset, il premier israeliano ha ricambiato tanto calore affermando che India e Israele costruiranno una «alleanza di ferro di fronte all’Islam estremista».

Israele, ha sottolineato, «è più forte che mai e l’India è più forte che mai», ringraziando Modi per il suo sostegno dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023. «L’India sostiene Israele perché capisce che funge da muro protettivo contro la barbarie», ha proclamato Netanyahu, sostenendo che la guerra di Israele, che ha ucciso oltre 70mila palestinesi e raso al suolo Gaza, è stata «difensiva, una guerra per la verità, per il futuro dell’umanità».

Ieri Netanyahu ha ribadito il suo progetto di un «Asse delle Nazioni», assieme a India, Grecia, Cipro e, naturalmente, agli Emirati arabi, stretti alleati di Israele, per contrastare i Fratelli Musulmani e quello che domenica scorsa aveva descritto come il «muro sunnita» che la Turchia starebbe cercando di costruire intorno a Israele. «Di fronte all’Islam estremista che minaccia l’umanità intera e le nazioni libere, costruiremo insieme un’alleanza di ferro: un’alleanza di nazioni che credono nella moderazione, nel progresso, nella dignità umana, nel rispetto reciproco», ha annunciato Netanyahu.

Modi si è detto «dalla parte di Israele» sempre, ora e in futuro. Tuttavia, quanto l’alleanza di cui parla Netanyahu, una vera e propria crociata, sia nell’interesse concreto di Nuova Delhi è difficile da valutare. Il premier indiano non nasconde la sua avversione per i musulmani, come dimostrano le sue politiche. Allo stesso tempo sa che l’India e la sua economia in espansione non possono fare a meno dei rapporti con paesi arabi o islamici, a partire dall’Iran, ricco di petrolio.

La visita del premier indiano in Israele è coincisa con la tensione in rapido aumento nella regione dopo il discorso sullo stato dell’Unione di Donald Trump, che ha spianato la strada a una guerra catastrofica contro l’Iran. Una guerra alla quale Israele non nasconde di voler partecipare, senza apparire come la parte che più l’ha cercata e voluta.

In Israele ritengono che Trump abbia presentato l’Iran come l’obiettivo centrale rispetto al quale si misurerà la politica estera americana nei prossimi giorni e nei mesi successivi e che, pertanto, le parole durissime che ha pronunciato contro Teheran, descritta come il maggior promotore mondiale del terrorismo, il suo programma nucleare e i suoi missili «in grado di raggiungere l’Europa e in futuro anche gli Usa», rappresentino una sorta di ultimatum che graverà sull’incontro che gli inviati americani Witkoff e Kushner avranno oggi a Ginevra con la delegazione iraniana guidata dal ministro degli Esteri Abbas Araghchi. «Il presidente Trump ha creato un’infrastruttura pubblica e politica per qualsiasi scenario futuro. Ha costruito una narrazione da cui partire per annunciare un accordo o giustificare un’escalation», ha scritto sul quotidiano Maariv Anna Barsky.

Altri giornalisti e analisti israeliani, invece, hanno accolto con delusione il discorso del tycoon perché, a loro dire, avrebbe dato peso quasi esclusivamente alla questione del nucleare, quindi all’aspetto sul quale Usa e Iran possono ancora trovare un accordo, e molto meno alla questione dei missili balistici iraniani, che pure Benyamin Netanyahu aveva rimarcato durante il recente incontro alla Casa Bianca con Trump.

Al di là delle valutazioni talvolta contrastanti, Israele si aspetta la guerra e ritiene che il presidente americano «non possa più tirarsi indietro» dopo aver schierato dentro e intorno al Medio Oriente la forza militare più ampia dall’invasione dell’Iraq nel 2003. Netanyahu e i suoi ministri non auspicano un «attacco chirurgico» volto a costringere la Repubblica islamica a cedere alle condizioni di Trump per il controllo dell’arricchimento dell’uranio. Vogliono una guerra ampia, lunga e distruttiva che dovrà innescare un «cambio di regime» a Teheran.

Per questo Israele prosegue la preparazione alla guerra totale, anche se la Difesa civile non ha ancora dato disposizioni alla popolazione. Al momento, oltre alle forze armate, in particolare l’aviazione, si stanno preparando solo gli ospedali e i servizi di emergenza, come nel 2024 durante lo scontro con Hezbollah. Proprio il movimento sciita è la vera preoccupazione di Israele, più dei missili balistici iraniani lanciati in risposta alla partecipazione di Tel Aviv all’attacco americano.

Questa settimana Israele ha fatto sapere al governo di Beirut che colpirà senza esitazione anche le infrastrutture civili libanesi, incluso l’aeroporto internazionale Rafik Hariri, se Hezbollah, in appoggio all’Iran, lancerà razzi dal Libano. Ieri Hezbollah ha replicato che reagirà con tutte le sue forze se l’offensiva israelo-americana prenderà di mira la Guida suprema iraniana, l’ayatollah Ali Khamenei.