sabato 28 marzo 2026

da Rocca del 15/03/2026

La giustizia di cui avremmo bisogno

di Marco Gallizioli


E’ impossibile mettere a tema la virtù della giustizia senza partire da un discorso che si focalizzi sull'ingiustizia costitutiva dell’esistenza. Accanto alla disonestà, alla violenza gratuita, all'aggressività deliberata, infatti, vi è anche lo scandalo del dolore innocente e immotivato che rende intrinsecamente iniqua la vita, non solo degli esseri umani, ma dell'intero universo. Se non si parte da questo sentire che la vita è fragile, strattonabile e calpestatile senza apparente ragione è impossibile pensare di costruire un tempo giusto e di elaborare dei valori in grado di fondare un’etica giusta.

Il dolore innocente secondo Pascoli

Uno dei luoghi poetici più efficaci per comprendere in cosa consista l'ingiustizia connaturata all'esistere è una lirica conosciutissima della produzione del primo Pascoli, vale a dire X agosto, tratto dalla bellissima raccolta di Myricae. In questo magnifico e celeberrimo testo, il poeta romagnolo immagine di guardare il cielo nella notte di San Lorenzo, ossia in una data significativa non solo perché coincide con la notte delle stelle cadenti, ma soprattutto perché il 10 agosto del 1867, quando Giovanni non aveva ancora compiuto 12 anni, suo padre venne barbaramente ucciso in un agguato. Le stelle che il poeta adulto descrive vengono avvertite come se fossero lacrime che solcano la volta celeste. Le stelle diventano un simbolo della commozione del cielo davanti alle infinite miserie della vita sulla terra, ma si tratta di un "cielo" indicato con la lettera minuscola, un cielo umano e non divino. La profondità della poesia si stratifica nelle strofe successive, in cui vengono giustapposte due immagini tragiche: la morte di una rondine e quella di un uomo.

Il dolore innocente del mondo naturale

Più precisamente, nella seconda e nella terza strofa il discorso si concentra su una rondine che viene uccisa mentre sta tornando al suo nido, con un insetto/verme per sfamare i suoi rondinini. Chi l'ha uccisa? Non è dato sapere. Perché? Non è dato sapere. Chi può voler uccidere una rondine, un uccello che non si mangia. Un cacciatore per gioco? Un ragazzino con una fionda? Non è importante. La rondine cade morta tra gli spini. La punteggiatura pascoliana è meravigliosa: piena di due punti che non portano a nessuna spiegazione, come se la spiegazione stessa morisse tra le labbra o restasse incastrata sulla punta della penna del poeta. Il ritmo diventa sincopato, asfittico, come il cuore della rondine.

Ora l’uccello è immobile, come in croce, e tende il verme a un cielo divino in cui, se abita un dio, si tratta di un dio indifferente, come gli dèi epicurei o lucreziani. Fa da contraltare all'immobilità della rondine il pigolio dei rondinini, che fono-simbolicamente riempie le orecchie del lettore, si fa vicino e minaccioso come la morte. Se il riferimento alla figura di Cristo è evidente, è altrettanto evidente che si è in presenza di un cristianesimo senza redenzione, né resurrezione. Ma un dato apparentemente secondario, dirompe quando, riflettendo, ci si accorge che anche la vittima innocente è, a sua volta, carnefice. La rondine, infatti, porta nel becco un essere vivente, catturato per dar da mangiare ai suoi rondinini. Dunque, la rondine stessa, seppur con una ragione, è veicolo di violenza, perché nella natura, nel suo procedere, nelle sue leggi,  c’è una violenza implicita che, agli occhi pascoliani, rappresenta uno scandalo.

Il dolore ingiusto degli esseri umani

Nella quarta e quinta strofa, poi, il poeta passa a descrivere l’ingiustizia che colpisce gli esseri umani. “Anche un uomo” viene ucciso. Perché? Non c'è risposta. Chi è stato? Non c'è risposta. Questo uomo ammazzato è evidentemente il padre, ma Pascoli non lo nomina. Lascia che ciascuno possa identificarsi, permettendo alla sua esperienza tragica soggettiva di allargarsi e di farsi veicolo di comprensione del dolore ingiusto che si riverbera in ogni anfratto del creato. Questo uomo senza nome, tuttavia, non si lascia vincere dall’odio. Le sue ultime parole, infatti, sono: “perdono". Ancora una volta il parallelismo è con un Cristo reso umano e non divino. Non c'è bisogno di essere un dio per perdonare. E’ semmai la miracolosa capacità di vincere l'odio, di spezzarne le catene, a renderci divini. E’ da questo perdono che nasce il primo atto di giustizia. Non c'è giustificazione per la violenza che domina il mondo, ma ciò non autorizza il ricorso all’odio. La grandezza degli esseri umani sta nella possibilità che essi hanno di non soffiare sull’odio e sulla violenza alimentandone il fuoco. Questo ci rende necessariamente divini. Così, se nell'ultima strofa il Cielo - questa volta con la lettera maiuscola - si mostra indifferente al dolore umano e al dolore naturale che rendono il mondo o un "atomo opaco del Male”, in qualche misura per il poeta esiste la possibilità di sconfiggere l’ingiustizia con la forza del perdono, nonostante l’inerzia divina. In questo pessimismo radicale c’è una straordinaria forza positiva: il mondo lo si può redimere scegliendo il bene e scegliere il bene significa perdonare e perdonare significa cambiare il corso della storia.