da Rocca del 15/03/2026
Restare umani nel Mediterraneo
di Tonio Dell’Olio
Un salvagente arancione tra le onde grigie del Tirreno è diventato il volto di questa stagione. Attorno a quel cerchio di plastica "c'era ancora un uomo. O quel che ne restava”. E’ da qui che parte la denuncia tanto di mons. Lorefice quanto dei vescovi calabresi: non una fatalità, ma una responsabilità. "L'ennesima strage - non è una tragedia! - consumatasi nel più assoluto silenzio gridato da precise scelte politiche”. Parole che scavano, perché chiamano in causa decisioni "colpevolmente dimentiche dei diritti inalienabili dell'essere umano”. Dopo i naufragi nel Canale di Sicilia durante il ciclone Harry, con "circa 1000 dispersi" secondo le organizzazioni umanitarie, il Mediterraneo torna ad essere un tribunale. I vescovi parlano di "scelte disumane dell'Europa e dell'Italia capaci solamente di legiferare contenimento e abbandono” e denunciano la propaganda che rivendica il calo degli sbarchi mentre aumentano i morti. I dati dell'Oim sono impietosi: "452 vittime nel solo mese di gennaio… Meno arrivi, più morti”. E’ un atto d'accusa politico e morale. "Abbiamo negato loro il diritto ad una vita dignitosa… Non siamo andati a cercarli". E ancora: “Chiediamo che si smetta di misurare il successo di una politica migratoria contando solo chi arriva senza considerare chi muore”. La richiesta è concreta: corridoi umanitari sicuri, risorse alle procure per dare un nome ai corpi, sepolture degne. Ma il cuore profetico del messaggio va oltre la contingenza. “E' l’umanità a essere in gioco simbolicamente nel Mediterraneo”, scrive Lorefice, denunciando "derive nazionaliste, competizione spietata, guerra ai poveri e ai migranti”. E rilancia il sogno di “un mondo senza guerra e senza sopraffazione… dove i migranti vengano accolti con calore, come persone umane, come fratelli”. In queste parole non c'è solo indignazione, ma un esame di coscienza collettivo. La questione migratoria viene sottratta alla contabilità elettorale e ricondotta al suo nucleo essenziale: la dignità inviolabile della persona. Quando la politica si limita a chiudere porti, esternalizzare frontiere, firmare accordi che allontanano il problema dagli occhi dell'opinione pubblica, il prezzo viene pagato da corpi concreti. Il Mediterraneo, culla di civiltà, si trasforma così in una frontiera armata e in un enorme cimitero liquido. Per questo la denuncia dei pastori non può restare confinata a un comunicato. Se davvero “il mare ci chiede conto”, allora anche le comunità cristiane sono chiamate a un gesto pubblico e penitenziale. In un Venerdì di Quaresima, in tutte le chiese d’Italia, si potrebbe almeno celebrare una Messa di riparazione per la profanazione della dignità umana che si consuma sulle rotte migratorie. Non un rito consolatorio, ma un atto di conversione ecclesiale e civile, per riconoscere le omissioni, intercedere per le vittime e chiedere il coraggio di scelte diverse. Un segno lo ha già offerto don Mattia Ferrari, celebrando l’eucaristia su un’imbarcazione nel cuore del Mediterraneo, sudario blu del nostro tempo. Lì dove affondano i corpi, la Chiesa ha spezzato il pane. E’ un’immagine potente: l’altare tra le onde, la preghiera accanto ai giubbotti di salvataggio, il Vangelo proclamato nel luogo della morte. Dice che non basta commuoversi; occorre esporsi. “Il mare ci chiede conto”. Non è un’immagine retorica: è una chiamata alla coscienza pubblica. Perché quei corpi restituiti dall’acqua non sono numeri, ma nomi, storie, relazioni. E il silenzio, avvertono i pastori, “diventa complicità”.