lunedì 6 aprile 2026

da Confronti di marzo 2026

CUBA

Cuba al bivio

di Francesca Vidal


Cuba affronta una delle fasi più critiche dalla Rivoluzione del 1959, stretta tra sanzioni statunitensi, crisi energetica e isolamento internazionale. Il blocco dei rifornimenti petroliferi, il collasso delle infrastrutture e l’inasprimento della repressione interna alimentano una crisi economica e umanitaria profonda. Sullo sfondo, il possibile negoziato con Washington. 

<<Finché esiste il concetto di sovranità come diritto delle nazioni, dei popoli e della libertà, noi [cubani], non accettiamo di esserne esclusi. Gli Stati Uniti hanno tentato di stabilire una nuova prerogativa arbitraria e illegale: violare lo spazio aereo di qualsiasi piccolo Paese. Abbiamo dichiarato di far parte del gruppo dei Paesi non allineati perché lottiamo contro l’imperialismo». Questo è un estratto del discorso pronunciato da Ernesto “Che” Gue- vara l’11 dicembre 1964 di fronte all’Assemblea delle Nazioni unite. Oggi queste parole risuona- no come un monito dinanzi a un contesto geo- politico in cui, sempre più spesso, gli Stati Uniti mettono in discussione le sovranità nazionali di Paesi terzi. L’eco della rivoluzione, però, non basta a illuminare L’Avana, dove ogni mese c’è un nuovo cortocircuito. 

STATO DI GUERRA 

L’attacco delle Forze armate degli Usa in Venezuela, avvenuto lo scorso 3 gennaio, è costato la vita a 36 militari cubani, impegnati nella protezione della presidenza a Caracas. L’obiettivo era l’arresto del presidente venezuelano Nicolás Maduro, attualmente detenuto presso il Centro di detenzione metropolitana di Brooklyn, a New York, con l’accusa di narcotraffico e terrorismo. Da allora, alla guida del Parlamento venezuelano c’è la presidente ad interim Delcy Rodríguez, ex vice di Maduro. 

L’intervento a Caracas ha avuto ripercussioni dirette e indirette su tutti i Paesi dell’America Latina e dei Caraibi. In particolare a Cuba, su cui Trump non intende allentare la presa. Anzi. «Per molti anni Cuba ha vissuto grazie alle ingenti quantità di petrolio e denaro provenienti dal Venezuela. Ora il Venezuela conta con la protezione degli Stati Uniti d’America, l’esercito più potente del mondo. Non ci sarà più petrolio o denaro per Cuba. Consiglio vivamente di fare un accordo prima che sia troppo tardi, perché Cuba crollerà», ha scritto Donald Trump sulla sua piattaforma social Truth. Il presidente cubano Miguel Díaz-Canel ha risposto con toni duri, evidenziando che «il Paese non si siederà mai a un tavolo di dialogo con gli Stati Uniti», e aggiungendo: «Chi incolpa la rivoluzione della crisi economica, dovrebbe tacere perché questo è il frutto delle misure di strangolamento che gli Stati Uniti impongono a Cuba da sei decenni». Le ostilità si sono esacerbate il 29 gennaio scorso, quando l’amministrazione Trump ha dichiarato l’emergenza nazionale nell’isola, comunicando l’intenzione di imporre dazi alle importazioni di petrolio ai Paesi che inviano greggio a Cuba, in particolare il Messico. Attualmente i rifornimenti sono bloccati e le navi petrolifere non viaggiano più verso il porto di L’Avana. Secondo il Financial Times, le scorte petrolifere attualmente disponibili sull’isola non sarebbero sufficienti a sostenere il fabbisogno energetico nel breve periodo e, una volta finite, il Paese rimarrebbe completamente isolato. 

Intanto, il Consiglio di Difesa nazionale cubano ha approvato le misure per procedere con l’attivazione dello stato di guerra in vista di un possibile attacco statunitense. Díaz-Canel è apparso in televisione in divisa militare, alla guida di diverse esercitazioni belliche con carri armati, elicotteri, prove di tiro e difesa antiaerea. Uno scenario che ricorda quello venezuelano qualche mese prima dell’attacco statunitense a Caracas. Le Nazioni unite hanno manifestato la massima preoccupazione definendo quella di Cuba una crisi umanitaria prossima al collasso, affermando che questa «si aggraverà e rischia di precipitare se i rifornimenti di petrolio non saranno soddisfatti». 

Il controllo sulle importazioni non è una novità nella politica estera di Washington, che dal 1962 tiene l’isola sotto la stretta dell’embargo. Allo stato attuale, la caduta del regime venezuelano significa molto più della perdita di un alleato politico per il Paese che dipende largamente dal petrolio importato per coprire la maggior parte del suo consumo energetico. Il Venezuela è, o meglio era, il principale fornitore di petrolio nell’isola. Nel 2000, l’allora presidente del Venezuela Hugo Chávez aveva firmato un accordo economico con Fidel Castro, che prevedeva lo scambio, a un prezzo vantaggioso, di circa 53mila barili di petrolio venezuelano al giorno, in cambio dell’invio di professionisti cubani, principalmente medici, insegnanti, personale tecnico e militare. Nel 2011 il Venezuela somministrava più di 96mila barili ogni giorno, ma già dal 2024 le importazioni di petrolio erano diminuite del 35% a causa delle sanzioni Usa. 

«L’embargo è il principale strumento di politica estera degli Stati Uniti. Questo è stato imposto dopo la dichiarazione di Fidel Castro di allineare la Rivoluzione cubana con il socialismo e con l’Unione Sovietica. L’obiettivo era contenere l’Urss, punendo Cuba a 90 chilometri dalla costa nordamericana. Si tratta di uno strumento che viola la sovranità del processo autonomo di rivoluzione. Oggi, più di prima, ha perso la sua ragion d’essere dopo la caduta del Muro di Berlino. In 64 anni queste misure sono state sempre più strette ma il regime è rimasto comunque al suo posto», spiega il Professor Vanni Pettinà, docente di Storia e Istituzioni delle Americhe presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia. «Finché c’era l’Unione Sovietica l’embargo non è stato un grande problema per Cuba, ma dopo il 1991, sono iniziate le difficoltà. Poi, come mostrano diversi economisti cubani, l’embargo è diventato anche uno strumento [per il governo cubano] per non attuare una serie di riforme che avrebbero potuto razionalizzare la situazione economica portando a una gestione dell’economia più efficace», prosegue il professor Pettinà. 

UN SISTEMA AL COLLASSO 

Tra le conseguenze di queste riforme mancate vi è la dipendenza estera dai rifornimenti di petrolio, i quali alimentano il sistema elettrico e permettono la distribuzione idrica nel Paese. Oggi questi impianti sono prossimi al collasso per vari motivi. Da una parte c’è l’usura e il deterioramento delle infrastrutture, dall’altra, ci sono le numerose emergenze meteorologiche che hanno devastato l’isola negli ultimi anni. I blackout, cosiddetti apagones, stanno lasciando le città al buio anche per dodici ore consecutive. La mancanza di corrente elettrica grava sulla vita della popolazione impedendo attività quotidiane – , come cucinare, caricare i telefoni, fare operazioni bancarie e conservare alimenti –, oltre che sul funzionamento di infrastrutture medico-sanitarie. 

Questa situazione si inserisce in una cornice di profonda crisi economica, politica e umanitaria. Justicia 11, una Ong che si occupa di diritti umani, è nata a seguito delle manifestazioni dell’11 luglio 2021, per segnalare i casi di arresti e sparizioni forzati dei manifestanti. Secondo diverse Ong, nel 2026 a Cuba ci sarebbero almeno 1197 prigionieri politici detenuti senza protezione legale, fermati con accuse di “propaganda contro l’ordine costituzionale” e “disordine pubblico”. Inoltre, secondo l’organizzazione Prisoners Defenders – che ha raccolto segnalazioni e testimonianze nel dossier intitolato La tortura a Cuba – ci sarebbe una correlazione strutturale diretta tra i meccanismi di repressione, detenzione e tortura attuati a Cuba e quelli adottati in Venezuela, soprattutto in ambito penitenziario. Correlazione confermata anche dalle analisi delle testimonianze raccolte da diversi prigionieri rilasciati anche dopo la cattura di Maduro a Caracas. Inoltre, diversi testimoni raccontano di essere stati sanzionati o minacciati a causa di pubblicazioni personali sui social o in seguito a intercettazioni telefoniche di vario tipo. La limitazione dei contatti con l’esterno è un dispositivo di controllo e di potere. La costrizione all’isolamento informativo, fisico e culturale plasma l’ideologia politica e conferma alcune narrazioni come universali. A Cuba appena l’8% delle famiglie ha accesso a una rete internet domestica e le connessioni Wi-Fi sono circoscritte in alcune zone urbane. La forma di connessione più comune è l’uso di carte Sim; queste, però, non sono facili da reperire e i costi sono molto elevati. 

Lo stipendio medio mensile è di appena 5mila pesos, l’equivalente di 20 dollari, una cifra irrisoria e insufficiente se si pensa che un pollo costa quasi 2mila pesos. Un Rapporto di Food Monitor Program rivela che il 42% delle famiglie spende tutto il proprio reddito mensile per l’alimentazione e che un terzo dei cubani consuma solo due pasti al giorno. Anche se la maggioranza della popolazione lavora, non ha potere d’acquisto sufficiente per garantire cibo, elettricità, carburante o accesso a internet senza aiuti esterni. Più del 20% della popolazione ricorre all’economia informale per sopravvivere, in un’isola che vanta i più alti livelli di alfabetizzazione dell’America Latina. Dove il 76% della popolazione è diplomato o laureato, e dove l’istruzione, anche universitaria, è completamente gratuita e accessibile anche nelle zone rurali. 

MORTE DELL’EROISMO 

«L’insofferenza generalizzata che inizia ad esserci è legata a vari fattori. La leadership cubana, per molto tempo, ha potuto fare riferimento all’eroismo della rivoluzione per affrontare le difficoltà. Questo è frutto del fatto che la rivoluzione è stata autentica e ha creato, negli anni, un patto sociale che, anche in assenza di meccanismi genuinamente democratici, riusciva a garantire sanità pubblica, scuole pubbliche e una redistribuzione effettiva delle ricchezze. Ora questi aspetti vengono meno: i sistemi redistributivi sono sta- ti stravolti dalla crisi economica, non si vuole aprire il sistema economico per non perdere il controllo politico e si fa riferimento all’embargo come alibi della crisi. Le nuove generazioni non sono disposte ad accettare certe condizioni, anche perché la rivoluzione non l’hanno vissuta e i leader di riferimento stanno biologicamente morendo», spiega il professor Pettinà. 

Sempre più giovani, infatti, stanno emigrando all’estero; la diaspora cubana conta due milioni di persone. Significa che quasi 3 cubani su 10 hanno lasciato l’isola. Quella di questi anni è, probabilmente, la più grande crisi dai tempi della Rivoluzione castrista. In sei anni, Cuba ha perso il 15% del suo Pil e l’inflazione ha raggiunto il 77% nello stesso periodo. Il turismo, fonte primaria di investimento dopo la caduta dell’Urss, è calato a picco dopo la pandemia. 

Il malessere generalizzato, unito allo spettro delle operazioni in Venezuela, potrebbe far crollare il regime comunista. Tuttavia, lo scenario più plausibile, su cui si sta già discutendo, è quello di un accordo con gli Stati Uniti. Una scelta dettata dalla necessità di sopravvivenza che lascia, ancora una volta, l’ultima parola alle minacce dello Stato più forte. La piccola isola la cui rivoluzione ha cambiato il mondo, che fece dell’antimperialismo la sua bandiera, della sovranità il suo scudo e della giustizia sociale il suo manifesto, si trova, come sessant’anni fa al bivio tra patria o muerte, solo che questa volta è da sola.