da Il Fatto Quotidiano del 05/04/2026
Fronte Libano - Guerra infinita
“Prima Gaza, adesso noi.
Il mondo si è abituato”
di Alba Nabulsi
Sono stanche, le voci che ricevo dall’altro capo del telefono, ed è forse questo l’unico tratto che le accomuna. Sono voci che provengono dalla regione di Beirut e dal Sud del Libano, accavallandosi a formare una polifonia spesso discordante e dissonante: dall’analisi del presente alle possibili soluzioni, poco le accomuna.
Inizio il mio itinerario nel cuore del Sud, partendo da Nabatieh. Mohamed, laico, cittadino vicino al partito comunista libanese, mi congela con la prima frase: “Sono stato già profugo durante la precedente aggressione israeliana al Libano, sono rimasto senza lavoro per mesi, riparando sulle alture; ho deciso che questa volta, rimarrò qui, assieme ai miei genitori: se questa casa svanirà, svanirò con essa”. Nonostante una forte antipatia politica verso Hezbollah, di cui pure riconosce il diritto a presenziare nell’arena politica nazionale, egli riconosce lo sforzo dei “ragazzi al fronte” nel difendere il territorio libanese e la sua casa, e punta il dito verso Israele che definisce “la nostra maledizione” e che, teme, “ci riporterà a prima del 2000; Israele è la ragione per cui nessuno nella regione trova pace; ieri toccava a Gaza, e oggi tocca a noi”.
Di tutt’altra lettura invece Sam, cristiano, che abita e lavora all’estero ma è di ritorno in Libano per le feste pasquali; filo-americano, proviene da un villaggio cristiano nella periferia della città di Beirut, non lontano da Dahye, pesantemente bombardata nei giorni scorsi, dove dice “ho molti amici, che ancora adesso piango”. Pur criticando la corruzione governativa regnante in Libano, apprezza gli sforzi del recente governo, e punta il dito sul “separatismo politico” di cui incolpa “le comunità sciite e i suoi rappresentanti”. La sua ricetta è quella dell’unità nazionale in salsa filo-trump, di cui applaude il Board of Peace; mi parla di un “inevitabile accordo di pace con Israele”, e della resa delle armi all’esercito nazionale da parte di Hezbollah, che ritiene antagonista all’interesse anche di altre componenti a suo dire, tra cui molti drusi e sunniti.
AL FRONTE invece, un giornalista e reporter, rilascia una testimonianza molto diversa: “Ho intervistato e raccontato il dramma dei civili coinvolti nei vari attacchi israeliani, ricevendo costanti minacce di morte. Sono cresciuto sopra le macerie dei villaggi
dei miei genitori. Da anni costruisco un archivio degli attacchi all’integrità territoriale libanese da parte di Israele, che opera dividendo l’opinione pubblica nazionale e riattivando antichi rancori, proteggendo le comunità cristiane ed accanendosi sul Sud del Libano, l’unica loro battaglia persa”. Aggiunge: “Senza il bilanciamento di potere iraniano nella regione siamo perduti”.
Un operatore italiano presso una importante ong internazionale sita a Beirut ci dà qualche cifra: un milione di sfollati, precarietà delle condizioni educative (le scuole si sono infatti trasformate in rifugi), accanimento sulle comunità sciite, bombardamenti sempre più intensi anche contro i reporter e double tap contro gli operatori sanitari: tecnica che consiste nel colpire una volta target civili e poi i soccorritori accorsi in loro aiuto.
L’ultima testimonianza è quella di Angela, di famiglia sunnita, italo-libanese, cresciuta in Italia in una famiglia mista, che da cinque anni ha deciso di tornare a vivere nella città di suo padre.
Ci racconta della paura di un ritorno alla guerra civile, delle speranze tradite della “rivoluzione” dei sollevamenti popolari del 2019-2020. La chiave, secondo lei, è in una svolta politica: quella di trasformare il Libano in una società non settaria o clientelare, su base identitaria e religiosa, per poter immaginare un futuro “diverso da quello che si prospetta dinanzi a noi, e che vuole condannati o al collasso economico-politico o all’annessione israeliana”.