da Domani del 05/04/2026
Pasqua violenta.
Ma i giovani sognano la pace
di Mario Giro
La Pasqua di quest’anno giunge in un mondo di incertezze e di conflitti senza sbocco. Non accennano a finire le guerre in Ucraina, Gaza e Libano che riprende endemicamente ad ogni sussulto mediorientale. Anche quella in Iran pare destinata a trascinarsi. Nulla di nuovo nel discorso di Donald Trump che si ripete: in due/tre settimane tutto sarà finito ma è passato tempo e gli ayatollah resistono cantando vittoria.
Stati Uniti e Israele possono dire di aver distrutto e colpito ma non è sufficiente per ottenere una vittoria. Israele resta a pentimento mentre l’odio contro lo stato ebraico aumenta, come si evince anche dalle reazioni alla nuova legge sulla pena di morte selettiva (solo per i palestinesi). Sembra che a Benjamin Netanyahu non interessi quanti nemici si sta facendo perché non pensa alle generazioni future ma solo al suo interesse nell’attimo presente, credendo che la forza possa assicurare la pace al suo paese.
È un’illusione, come la storia dimostra, ma è riuscito a convincere israeliani e diaspora che il conflitto può aiutare Israele. Sono guerre contro i giovani perché contro il futuro: non tengono conto di cosa potrà accadere domani e si concentrano soltanto sul guadagno immediato (territoriale, securitario o economico).
Chi non apprezza la guerra
Vladimir Putin pensa ad un passato grandioso; Trump a quando l’America fu grande; gli ayatollah immaginano gli albori dell’islam; i millenaristi israeliani il grande Israele storico e così via. Mai si erano viste classi dirigenti così fanatiche del retrovisore e poco interessate alle generazioni future. Dei giovani anzi si parla male, considerati lassisti e poco patriottici. Allo stesso tempo li si vuole mandare al massacro.
Il ministro della Difesa ucraino ha appena dichiarato che sono circa 200mila i disertori e 350mila i procedimenti per abbandono, di cui la metà solo nel 2025. La guerra sta perdendo senso e i giovani se ne allontanano, malgrado la retorica bellicista e falsamente eroicista degli adulti. Così accade anche in Iran: stretti in una tenaglia tra la feroce repressione degli ayatollah e i bombardamenti israelo-americani, i giovani e le donne sono ridotti al silenzio. È un imbroglio che li si possa aiutare dall’esterno con le bombe: servirà solo a versare altro sangue.
Anche nei paesi occidentali i giovani sentono aria di tradimento e si distaccano dai discorsi enfatici degli adulti: non apprezzano né la guerra, né la politica della forza e nemmeno la versione “pace attraverso la forza”, nuovo mantra di Bruxelles. Se l’Europa ha un senso, è il futuro non il ritorno al passato dei nazionalismi odiatori e sanguinari.
Linea violenta
Attorno al potere dei leader si agglutina una congerie di ideologi che cercano di giustificare la linea brutale della violenza: teorici del sovranismo o del globalismo transumanista; cantori del sangue versato che purifica le nazioni togliendo ogni empatia e favorendo l’aggressività naturale; ideologi a metà tra finanza e tecnologia del controllo che immaginano una nuova società “liberata” da Stati e regole.
È il fallimento del modello liberale, perduto in un gorgo di avidità finanziaria e aggressività competitiva, che ha manipolato la democrazia, svuotandola dall’interno. Il valore storico della tradizione democratica è quello della non appropriazione: nessuno può dirsi proprietario del paese ma solo responsabile “pro tempore”, gestendo per conto delle generazioni future.
La politica attuale è contro i giovani perché guarda solo all’attimo presente del denaro, della violenza, della forza o dell’appropriazione. La continua delegittimazione delle istituzioni (nazionali, europee o multilaterali che siano) dimostra che i leader attuali – ciascuno a modo suo e con il proprio stile – puntano alla disaggregazione e alla frantumazione di ciò che ha tenuto assieme e unito il mondo e le nazioni.
Misteriosamente resiste tuttavia una forza di bene nelle nuove generazioni che può salvare l’umanità dal turbine in cui rischia di sprofondare. Sono giovani e donne che non si arrendono. Li abbiamo visti soffrire in Iran, manifestare nelle nostre piazze, recarsi alle urne, cercare una via unitiva, resistere all’odio razzista, anche in Israele. Grazie a loro la Pasqua diventa parola viva e speranza di futuro per tutti.