sabato 11 aprile 2026

da Il Fatto Quotidiano del 07/04/2026

La guerra in Medioriente la vincono Cina e Russia

di Marco Palombi  


Niente spiega la confusione strategica dell’amministrazione Trump nel conflitto in Medioriente meglio di una constatazione ormai comune a moltissimi analisti occidentali: i vincitori della guerra all’Iran a oggi sono Cina e Russia. L’attacco statunitense e israeliano al Paese degli ayatollah (e l’inevitabile reazione) sta già causando uno choc dai contorni imprecisati all’economia mondiale. Come al solito, però, non tutti perdono: Mosca accumula entrate miliardarie, Pechino – che pure è dipendente per metà del suo import petrolifero dal Golfo Persico – si prepara da anni a uno scenario del genere e uscirà dalla guerra, quando sarà, in posizione migliore dei suoi competitor, cioè noi.

Partiamo dall’oggettivo favore fatto da Donald Trump a Vladimir Putin. Come abbiamo scritto più volte, la Russia all’inizio del 2026 iniziava a sentire forte l’effetto duplice di sanzioni e prezzi bassi degli idrocarburi: le sue entrate da gas e petrolio, a febbraio, erano scese sotto i 10 miliardi di dollari per la prima volta dal 2020 del Covid, il deficit pubblico aumentava a livelli pericolosi e per questo il governo – rivelò Reuters – si preparava a tagliare del 10% le spese non militari, mossa azzardata per il consenso interno. Poi Trump e Netanyahu hanno attaccato l’Iran e la situazione s’è capovolta.

In soldi questa è la stima della Kyiv School of Economics (Kse) nel suo ultimo report: se il conflitto durasse sei settimane, cioè finisse ora, la Russia guadagnerebbe 84 miliardi di dollari in più dall’export di fossili rispetto a quanto stimato a inizio anno, che significano pure 45 miliardi di dollari in più per le casse statali; se il conflitto durasse tre mesi, invece, i ricavi aggiuntivi sarebbero 161 miliardi, quasi 100 dei quali per il Cremlino; se si arriva a sei mesi, infine, “la Russia guadagnerebbe 252 miliardi di maggiore export, 151 dei quali per l’erario, il che comporterebbe inevitabilmente un bilancio pubblico in surplus e la capacità russa di mantenere per anni un’alta spesa militare”.