da Volere la Luna del 09/04/2026
Iran: una guerra che avvantaggia solo la Cina
di Vincenzo Comito
Dopo Obama e il suo pivot to Asia i Presidenti che si sono succeduti nel tempo al governo degli Stati Uniti hanno unanimemente e con crescente determinazione deciso che bisognava contrastare in tutti i modi l’ascesa della Cina, paese visto come una seria minaccia al primato economico, tecnologico, militate degli stessi Stati Uniti. Così si sono avviati provvedimenti per frenare l’ascesa del paese asiatico attraverso molte strade, quali ostacoli ad alcune loro imprese, blocco delle esportazioni di alcuni prodotti e tecnologie sensibili verso lo stesso, imposizione di dazi e sanzioni varie, infine spinta verso molti altri paesi perché collaborassero a tale sforzo. Tale crescente determinazione non sembra avere peraltro prodotto, almeno sino ad oggi, gli effetti sperati, anzi ha spinto l’avversario a moltiplicare le energie non solo per restare al passo, ma anche per superare il rivale. Così nel settore del commercio estero, su cui soprattutto Trump aveva concentrato tanti sforzi, il 2025 ha visto la Cina registrare il più grande surplus della sua storia, mentre nei settori ad alta tecnologia ormai essa tende a superare gli Stati Uniti in quantità e qualità della spesa e mentre il suo pil, considerando almeno il criterio della parità dei poteri di acquisto, la vede primeggiare ormai molto nettamente. Ora lo scatenamento della guerra all’Iran, tra le cui motivazioni non dichiarate si trova plausibilmente anche quella di mettere in qualche modo in difficoltà il rivale essendo tra l’altro il paese asiatico uno stretto alleato di quello aggredito, ci può portare a cercare di riflettere sulle conseguenze positive e negative della stessa. Al momento in cui queste note sono scritte (prima dell’annuncio della tregua intervenuta l’8 aprile, ndr) non è chiaro quanto tale guerra durerà. Ma alcune cose sembrano comunque abbastanza evidenti e, anche se la guerra finisse presto, le sue conseguenze si farebbero sentire a lungo.
L’energia, i fertilizzanti, l’alluminio, il settore industriale
L’Agenzia Internazionale per l’Energia ha parlato di quella attuale come della peggiore crisi petrolifera della storia (Garric, Mouterde, 2026), mentre il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres. ha dichiarato che la nostra dipendenza dalle energie fossili è un fattore di destabilizzazione sia del clima che della sicurezza globale (Noor, 2026); in questa situazione appare ragionevole che nei vari paesi si spinga l’acceleratore sulla costruzione di impianti di energia rinnovabile e che le persone facciano anche ricorso molto più ampio all’acquisto di auto elettriche, in questo sostenuti potenzialmente anche da politiche pubbliche, che tra l’altro dovrebbero smettere di mantenere in campo i sussidi alle energie fossili. Da questo punto di vista la guerra non può che agevolare Pechino, come massimo paese produttore di impianti per le energie rinnovabili, nonché delle vetture elettriche e delle reti. Come scommettono gli investitori (Editorial, 2926) più essa dura più questa conseguenza dovrebbe funzionare. Peraltro non avevamo dubbi sul fatto che il nostro Governo, stretto difensore delle energie fossili, come Trump del resto, avrebbe scelto la via opposta. Tra i provvedimenti presi per far fronte alla crisi esso ha infatti deciso di rimandare di 12 anni la chiusura delle centrali a carbone residue, mentre le rinnovabili sono ferme al palo. Più in generale nell’UE le opinioni sembrano divergere sul che fare, mentre in diversi paesi sembrano mancare le risorse finanziarie per investire fortemente nelle rinnovabili (Garric, Mouterde, 2026).
Ci si può chiedere a questo punto se l’attacco all’Iran possa mettere in difficoltà il paese asiatico per quanto riguarda il rifornimento di petrolio e gas. Intanto apparentemente la Cina continua a ricevere, forse in quantità inferiori a quelle precedenti allo scoppio della guerra, il petrolio dall’Iran, che peraltro copre solo una ridotta frazione dei suoi fabbisogni, il 13% del petrolio importato (Editorial, 2026), mentre non conosciamo se e quanto si riduce il rifornimento dai paesi del Golfo, ma si dovrebbe trattare di importi di un certo peso. Essa ha poi a disposizione i rifornimenti dalla Russia e può contare sulle sue riserve, che pesano forse per sei mesi di consumo e anche per un anno con il razionamento (Magnier, 2026). Essa, inoltre, è una produttrice di fonti interne di estrazione di petrolio e gas che non sono certo trascurabili, ammontando a circa il 30% dei suoi fabbisogni; nel frattempo ha investito fortemente sulle fonti rinnovabili e può anche ricorrere in emergenza a un rilevante aumento della produzione delle centrali a carbone, la cui costruzione nel tempo è stata portata avanti anche in vista di casi come questo. Ha molte maggiori difficoltà un paese come l’India, oltre beninteso alla gran parte degli altri paesi asiatici, alcuni dei quali si stanno rivolgendo alla stessa Cina per aiuto. Va comunque ricordato che tra le priorità del nuovo piano quinquennale 2026-2030 del paese asiatico è proprio inserita come una questione di sicurezza nazionale una strategia di rifornimento e di costruzione di riserve adeguate di materie critiche, continuando in questo una politica in atto da molto tempo.
Bisogna ricordare che c’è anche qualche possibile risvolto negativo per il paese asiatico: così, il blocco dello stretto di Hormuz ha arrestato il trasporto dei metalli necessari a costruire i pannelli solari come in particolare l’alluminio (Noor, 2026), mentre anche due fabbriche del metallo nel Medio Oriente sono state danneggiate dagli attacchi iraniani. La Cina produce circa il 61% del metallo a livello mondiale, ma non è chiaro se e quali danni la guerra sta producendo alla stessa a livello di capacità di produzione. Peraltro si può supporre che il paese abbia importanti riserve del metallo e dei suoi componenti. La guerra sta rafforzando intanto la dominazione cinese nelle forniture di gallio, legata alla disponibilità di alluminio.
La guerra ha messo in difficoltà anche i rifornimenti di fertilizzanti e le materie che servono da input alla loro produzione: zolfo, urea, ammoniaca in particolare. Normalmente il 30% delle esportazioni di fertilizzanti passa per lo stretto di Hormutz (Nurmamat, 2026), nonché il 44% del commercio di zolfo, il 31% dell’urea, il 30% dell’ammoniaca. Ma anche in questo campo la Cina possiede ampie riserve e comunque sta sollecitando le imprese a mettere sul mercato le loro in tempo per le semine primaverili. Anche in questo caso non ci dovrebbero essere problemi. In ogni caso il paese ha bloccato le esportazioni di prodotti raffinati e di fertilizzanti di cui, per quest’ultimo prodotto, è un importante produttore dopo la Russia.
Già a suo tempo il Covid aveva mostrato come i paesi occidentali fossero fortemente dipendenti dall’Asia per molti prodotti industriali strategici, ma le dichiarazioni di allora da parte dei governi di volere intervenire sulla questione sono restate sostanzialmente lettera morta. La crisi di Hormuz segnala ancora una volta il fatto che i vari paesi sono estremamente vulnerabili se mancano di industrie anche vecchio stile (abbiamo citato prima il caso dei fertilizzanti); ma anche il settore dell’IA non può funzionare senza le attività fisiche ad alto livello di investimenti (data center e altro) che lo supporti (Tett, 2026). Il fatto è che il processo di deindustrializzazione portato avanti nei passati decenni dall’Occidente appare difficilmente reversibile. Nel mondo anglosassone si è sviluppato a suo tempo un vero e proprio pregiudizio contro il settore industriale e si è diffusa la convinzione che il futuro era appannaggio di quello dei servizi; così i migliori laureati si sono precipitati a lavorare in finanza, nella consulenza, nelle tecnologie avanzate (Tett, 2026). Gli Stati Uniti producono oggi soltanto 140.000 ingegneri all’anno contro 1.800.000 cinesi. Il paese asiatico è oggi responsabile di circa il 40% di tutte le produzioni industriali del mondo mentre tale percentuale appare in rilevante crescita e quindi anche su questo piano la crisi iraniana tende a favorirla.
Le questioni finanziarie
C’è anche la crisi del dollaro tra i possibili effetti collaterali della guerra all’Iran (Bellomo, 2026). È noto come sin dal 1974, quando gli Stati Uniti sottoscrissero un accordo con l’Arabia Saudita con il quale il paese arabo accettava che il suo petrolio fosse pagato in dollari in cambio della garanzia di sicurezza fornita dagli stessi Stati Uniti, che la gran parte del petrolio a livello mondiale viene fatturata in dollari, assicurando così alla moneta statunitense un predominio molto solido nel mondo finanziario. Ma le pressioni su questo accordo tendono da tempo a crescere e si intravedono delle crepe. Già da tempo il petrolio russo e quello iraniano non vengono prezzati nella valuta Usa, mentre l’Arabia Saudita ha sperimentato dei pagamenti sempre non in dollari per dei progetti infrastrutturali (Jennings, 2026). Ora l’Iran, per l’accesso allo stretto di Hormuz, chiede un pagamento in yuan e del resto i pagamenti del 15-20% degli acquisti in volume di petrolio dell’area vengono già oggi regolati con valute diverse dal dollaro (Bellomo, 2026). La guerra potrebbe così indebolire la dominazione del dollaro nel Medio Oriente e aprire la porta all’alternativa dei petroyuan, come suggerisce un recente rapporto della Deutsche Bank. Vi si sottolinea, tra l’altro, come i paesi del Golfo non si sentano più protetti dagli Stati Uniti.
Un altro possibile vantaggio per la Cina portato dall’avvio della guerra in Iran riguarda il campo dei prezzi. È noto come da molto tempo il paese asiatico combatta contro una persistente situazione deflazionistica, che sembra comunque in qualche modo tendere a moderarsi nell’ultimo periodo. Ora la guerra, con il rilevante aumento dei prezzi dell’energia (che si fa sempre più elevato con il suo perdurare) e di conseguenza di molti altri settori a valle, potrebbe contribuire, secondo alcuni commentatori, a portare il livello degli stessi prezzi finalmente in territorio positivo nel paese, contrastando in qualche misura la tendenza alla loro riduzione, tendenza dovuta in particolare, tra l’altro, all’aspra lotta concorrenziale tra le imprese che si registra in molti settori dell’economia e che il governo ha qualche difficoltà a contrastare.
Gli investitori internazionali stanno scommettendo sul fatto che, in relazione alla guerra e all’aumento dei livelli di inflazione conseguenti, le banche centrali occidentali saranno obbligate ad aumentare i rendimenti dei loro titoli, mentre la Cina sarà relativamente isolata dalle turbolenze grazie al suo mix di fonti energetiche e al basso livello di inflazione. Così i rendimenti sulle obbligazioni pubbliche cinesi stanno diminuendo, sia pure di poco per il momento, mentre quelle statunitensi stanno invece aumentando (Sandlund, 2026). Diversi investitori inoltre tendono a vedere la politica monetaria cinese più favorevolmente rispetto a quella statunitense, considerandola più prevedibile, mentre la seconda appare soggetta a molte incertezze.
Conclusioni
La guerra all’Iran ha certamente mostrato di nuovo un’immagine degli Stati Uniti in declino, vettore di caos, mentre essa colloca, in contrasto, la Cina come una potenza più convincente (Thibault, 2026). In particolare, sempre la guerra ha fatto vacillare la fiducia che gli Stati del Golfo avevano nelle garanzie di sicurezza americane, indebolendo il credito degli Stati Uniti (Thibault, 2026) e rafforzando invece la tentazione di stringere ancora di più i rapporti con la Cina, che aspetta paziente lo svolgimento degli eventi, permettendo che gli Stati Uniti distruggano la loro credibilità (Tooze, 2026). Per il paese asiatico comunque la guerra sembra portare molti vantaggi ma anche qualche potenziale problema. In effetti ne potrebbero apparentemente uscire danneggiate le sue esportazioni verso l’area e, più in generale, verso il resto del mondo, dal momento che la guerra tende a frenare la domanda globale. Ma, d’altro canto, va considerato che molti paesi asiatici e anche di altri continenti, colpiti dagli alti costi dell’energia e dai problemi di rifornimento di molti input produttivi, si stanno rivolgendo di più alla Cina, che appare avere meno problemi sui vari fronti e le cui imprese alla fine potrebbero guadagnare quote di mercato a livello globale (Leahy, 2026). Una stima valuta così che alla fine il tasso di crescita delle esportazioni cinesi nel 2026 raggiungerà il 6%, contro precedenti stime del 5% (Leahy, 2026). Segnaliamo anche, infine, come senza le terre rare cinesi gli Stati Uniti e Israele non potrebbero continuare la loro guerra dei missili a lungo (Tooze, 2026).