da Il Manifesto del 09/04/2026
Remigrazione, modello Svezia
di Gianluca Grasselli
La Svezia ha cambiato rotta. Il paese che nel 2016 accolse più migranti in tutta Europa dopo la Germania, si prepara a eliminare i permessi di soggiorno permanenti. Circa 130.000 persone, tra cui molti rifugiati e loro familiari, rischiano di perdere una condizione finora considerata stabile, per essere ricondotte a permessi rinnovabili ogni tre anni, subordinati a requisiti sempre più stringenti. La misura, sostenuta dai Democratici Svedesi (Sd), partito di estrema destra, e discussa all’interno della maggioranza, non è ancora legge, ma si inserisce in un processo più ampio di revisione delle politiche migratorie già in corso. Non un intervento isolato, ma il punto più avanzato di una trasformazione profonda, in cui confini più rigidi, ordine pubblico, restrizioni, espulsioni e “remigrazione” sono passati da slogan elettorali a realtà quotidiana per migliaia di persone.
C’È MANSOUR, TASSISTA, che dopo dieci anni in Svezia rischia l’espulsione per due multe di eccesso di velocità e un semaforo rosso. Seyar, lavapiatti afghano, è nella stessa condizione perché non raggiunge la soglia salariale necessaria per restare, circa 3.200 euro mensili, spesso fuori portata per lavori precari o stagionali. A Banir, neonato di otto mesi, è già arrivata una lettera di espulsione. I genitori avevano prima chiesto asilo e poi un permesso di lavoro: un passaggio oggi vietato, che ha comportato il rigetto della domanda anche per il piccolo. Ora fanno ricorso. In caso contrario, dovranno seguirlo in Iran, il paese da cui erano fuggiti.
È su questo terreno amministrativo, espressione di precise scelte politiche, che si decide chi può restare e chi no: reddito, condotta, percorsi burocratici. E se da una parte governo e Sd sostengono di voler incentivare l’accesso alla cittadinanza, dall’altra ne irrigidiscono i requisiti.
LA NUOVA RIFORMA ne ha allungato i tempi, da cinque a otto anni; sono stati introdotti esami di lingua e di cultura; è prevista una valutazione complessiva della condotta individuale, in cui anche le infrazioni minori possono compromettere lo “stile di vita irreprensibile” richiesto dalla riforma. Nel caso di Mansour, anche questa strada rischia di essere preclusa.
Con il permesso permanente eliminato e una cittadinanza ancora da conquistare, persone come Seyar vedono restringersi l’accesso a diritti e servizi: dall’assistenza psicologica alle borse di studio, fino ai sostegni familiari. La precarietà giuridica diventa precarietà sociale.
A COMPLETARE IL QUADRO c’è l’aumento dell’incentivo al rimpatrio: da 10.000 a 35.000 corone per adulto, con un tetto familiare di 600.000 (circa 60.000 euro). Non più solo selezione, ma espulsione incentivata: chi non rientra nei nuovi criteri viene spinto ad andarsene. Non servono misure eclatanti per attuare la “remigrazione”: bastano requisiti sempre più restrittivi, controlli capillari, precarietà cronica. È questo il mutamento più profondo, silenzioso e amministrativo, che ridisegna i confini dell’appartenenza.
Per capire come si è arrivati fin qui bisogna tornare alle elezioni del settembre 2022. I Democratici Svedesi (Sd) di Jimmie Åkesson superarono allora la soglia del 20%, affermandosi come primo partito della destra e secondo nel paese. Nati dall’estrema destra neonazista, entrarono nel cuore della politica nazionale dopo decenni di predominio socialdemocratico. Eppure fu Ulf Kristersson, leader dei Moderati, a formare il governo insieme a Liberali e Cristiano-democratici, lasciando l’Sd fuori dall’esecutivo per la loro reputazione di partito “estremo”. La leader liberale li definì «razzisti guidati da un razzista».
Oggi quel confine è svanito. Sd ha consolidato il consenso e da quattro anni detta l’agenda di un Kristersson indebolito, costretto ad aprire a possibili incarichi di governo per gli esponenti Sd in vista delle prossime elezioni. La stessa leader liberale, Johan Pehrson, non esclude più Åkesson premier.
IN QUESTI ANNI, pur restando formalmente fuori dal governo, i Democratici Svedesi hanno subito poche battute d’arresto. Hanno fallito, ad esempio, nell’introdurre l’obbligo di delazione per medici e insegnanti, che li avrebbe costretti a segnalare i migranti irregolari: fermati dalla società civile scesa in piazza. Organizzazioni umanitarie come la Croce Rossa avvertono: la sola prospettiva di questa misura produce effetti concreti: le persone evitano scuole, ospedali e altri servizi pubblici per paura di essere segnalate. La legge non c’è, ma i suoi effetti sì. E con Åkesson possibile ministro dell’integrazione, o persino premier, non è detto che la proposta non torni sul tavolo.
Da partito neonazista ed etnonazionalista a protagonista centrale del sistema: oggi seconda forza del paese, con aperture trasversali che ne rafforzano la legittimità. La “remigrazione” rischia così di diventare il nuovo standard e indicare la via per altri paesi a seguire. Il nuovo modello svedese.