martedì 14 aprile 2026

da Il Manifesto del 11/04/2026

La colonizzazione della Luna

di Andrea Capocci


SPAZIO L’esplorazione modello Trump non è un’alternativa alla guerra ma la sua prosecuzione con altri mezzi. Dalla quale Italia ed Europa dovrebbero tirarsi fuori.


Dopo un viaggio verso la Luna durato dieci giorni è finita in trionfo la missione spaziale Artemis 2. Il contrasto tra le immagini inviate dagli astronauti e quelle dell’attualità che raccontano i conflitti sul pianeta non poteva essere più netto.

Il successo e la suggestione però non fanno dimenticare il contesto in cui essa è avvenuta e il suo significato ultimo, che va ben al di là del contributo scientifico della missione. Certo, la Nasa ha confermato le sue grandi capacità ingegneristiche in un’impresa spaziale senza imprevisti al lancio né all’avventuroso rientro di ieri notte. Dai sistemi di pilotaggio alla toilette, la navicella si è dimostrata efficiente e in grado di ospitare quattro esseri umani per dieci giorni in nove metri cubi di spazio.

Anche lo scudo termico della navicella ha fatto il suo dovere nei minuti finali della missione e ha protetto gli astronauti dalla palla di fuoco che ha avvolto la Orion tuffata in atmosfera a quasi quarantamila chilometri orari. Grazie a questa performance tecnica, gli astronauti hanno potuto condurre coi loro occhi un’osservazione dettagliata del lato lontano della Luna e dimostrare che la robotica non può ancora sostituire del tutto l’essere umano.

Ma l’apporto di nuove conoscenze è poca cosa rispetto all’impegno finanziario profuso nel programma Artemis, stimato in circa cento di miliardi di dollari finora. Una montagna di soldi del genere non si giustifica con il monitoraggio dei crateri: l’obiettivo reale di questa e delle successive missioni è battere sul tempo i taikonauti cinesi per arrivare primi sulla Luna e vincere la nuova Guerra Fredda contro Pechino, scopo esplicitamente affermato dall’amministrazione Usa. Possibilmente entro il 2028, in tempo per le prossime elezioni presidenziali statunitensi.

A differenza della prima Guerra Fredda il traguardo non è solo simbolico. Trump, con la collaborazione del neo-direttore Nasa Jared Isaacman, ha infatti trasformato la missione in un programma di colonizzazione simile a quello sventato per ora in Groenlandia. Invece di collocare una stazione spaziale orbitante intorno al satellite come prevedeva il piano originale, ora si punta direttamente a costruire una base sul suolo lunare. Nelle prossime missioni del programma Artemis versione Maga gli astronauti dovranno occupare il satellite boots on the ground e appropriarsi delle sue risorse, dalle terre rare indispensabili per i chip all’elio utile alla fusione nucleare, se mai un giorno sarà realtà.

L’ordine esecutivo della Casa bianca in cui tutto ciò è stato deciso si intitola «Garantire la supremazia statunitense nello spazio». Più chiaro di così.

L’esplorazione spaziale dunque non rappresenta un’alternativa alla guerra ma la sua prosecuzione con altri mezzi. Anche sullo sfondo del braccio di ferro per Hormuz c’è la competizione con la Cina e la sua sfida alla sovranità tecnologica occidentale. E pure sulla Luna Trump dimostra che il diritto internazionale è carta straccia: il trattato internazionale sullo spazio firmato nel lontano 1967 vieta di trasformare il nostro satellite in una miniera ad uso privato.

L’Italia e l’Europa non sono spettatrici neutrali di questa gara. Aziende private e controllate statali hanno fornito diversi componenti decisivi alla missione Artemis e in questi giorni se ne sono vantate. La solita Leonardo S.p.A., descrivendo il proprio ruolo, si è detta «in prima linea» caso mai non si fosse capito che di guerra si tratta. L’Agenzia spaziale europea ha realizzato il modulo che ha fornito ossigeno, propulsione e climatizzazione alla Orion in partnership con Airbus, tredici governi e oltre cento imprese subappaltatrici del continente. Gli astronauti europei sono candidati a lasciare la loro impronta sul suolo lunare e i nostri Luca Parmitano e Samantha Cristoforetti sono in pole position per la selezione.

Ma la partecipazione a una missione che insegue obiettivi sempre meno scientifici è davvero un vanto? Il cambio di rotta imposto dall’amministrazione Trump in maniera così esplicita rende oggi legittimo ridiscutere la nostra collaborazione alle missioni Artemis e condizionarla alla natura pacifica, cooperativa e sovranazionale dei futuri progetti di esplorazione spaziale. Come ha scritto la rivista Nature in un bell’editoriale «la Luna non appartiene ai Paesi che possono permettersi di arrivarci». L’Italia e l’Europa hanno l’occasione per far rispettare il diritto internazionale almeno nello spazio, visto che sulla Terra non ci hanno nemmeno provato.