martedì 14 aprile 2026

da Il Manifesto del 11/04/2026

Estrattivismo violento, malattia senile del capitalismo

di Fabrizio Tonello


PETROLIO I pozzi nascono in Pennsylvania nel 1859, i famosi barili erano quelli per il whisky. Iniziava un modello predatorio di cui Trump è il prodotto finale. E ora il più letale di tutti. 

Prima della chiusura recente, attraverso lo stretto di Hormuz transitavano circa 20 milioni di barili di petrolio al giorno, ma perché “barili” e non litri, quintali, tonnellate? Tutto cominciò il 28 agosto 1859, a Titusville, in Pennsylvania, per merito di un certo Edwin Drake, nessuna parentela con il ben più famoso corsaro inglese di tre secoli prima, sir Francis Drake. Fu lui a decidere che l’unico modo per fare dei soldi da quel geyser di liquido nerastro e vischioso che schizzava fuori dal terreno era ficcare il petrolio negli unici contenitori disponibili: i barili da whisky da 40 galloni, più 2 galloni aggiunti per coprire evaporazione e perdite di trasporto, proteggendo il compratore ed evitando le controversie.

Qualche anno dopo, un gruppo di produttori si riunì a Titusville e standardizzò ufficialmente il contenuto del barile a 42 galloni; la Petroleum Producers Association adottò lo standard nel 1872, il Bureau of Mines degli Stati Uniti nel 1882 e, da allora siamo rimasti lì.

Non è esagerato, quindi, sostenere che nella storia del mondo il 1859 è più importante del 1577, quando Francis Drake intraprese la circumnavigazione del globo; Titusville è stata più importante di Londra e il nostro Edwin Drake ha fatto più danni al pianeta di quanto tutti i pirati del mondo abbiano potuto fare negli ultimi 450 anni. L’era del petrolio è iniziata in Pennsylvania, un po’ più di un secolo e mezzo fa.

Le automobili, la plastica, il riscaldamento globale e le mille altre cose che caratterizzano l’era dei combustibili fossili in cui viviamo sono nate da quel pozzo, insieme alle guerre e all’inquinamento, naturalmente.
Ida Tarbell, che poi sarebbe diventata la nemesi di John D. Rockefeller, scrisse qualche anno dopo: «Nessuna industria dell’uomo, ai suoi albori, è stata più distruttiva della bellezza, dell’ordine, della decenza, della produzione di petrolio».

Quando comparve il petrolio in Pennsylvania, «ogni albero, ogni arbusto, ogni filo d’erba nelle vicinanze fu ricoperto di grasso nero e lasciato morire. Il catrame e il petrolio macchiavano tutto. Se il pozzo era asciutto, si lasciava una torre sgangherata, mucchi di detriti, buchi oleosi, perché a quei tempi nessuno puliva mai». Mancava un secolo al disastro della Exxon Valdez, che nel 1989 riversò circa 41 milioni di litri di petrolio greggio nel Prince William Sound, inquinando 2.000 chilometri di costa in Alaska, ma le premesse c’erano già tutte.

Per più di un secolo, fino al 1970, gli Usa restarono il principale produttore mondiale ma i consumi nel frattempo erano esplosi: il petrolio serviva a illuminare, riscaldare, viaggiare, arredare le case, nel frattempo disperse nei celebri suburbs, i sobborghi residenziali che costringevano tutte le famiglie ad avere almeno due auto. Nel 1975 la crisi energetica evidenziò la crescente dipendenza del Paese dalle importazioni: servivano circa 6,3 milioni di barili al giorno più di quanti ne uscissero dai pozzi americani, nel 1995 il deficit giornaliero era salito a 9,4 milioni di barili; il Congresso rispose con provvedimenti di risparmio energetico e standard obbligatori di consumi ridotti per le auto, entrambi di scarso successo. La vera soluzione era andare a cercare il petrolio dove c’era: in Iran, Venezuela, Arabia Saudita. Tre paesi vassalli, fino a che Khomeini non cacciò lo Scià (1979) e Chavez non vinse le elezioni nel 1998 (la dinastia di Ibn Saud è sempre lì).

Le importazioni significavano automaticamente spese militari alle stelle per «essere pronti» in ogni momento a difendere l’American Way of Life, ovvero il diritto di consumare 3.500 litri di petrolio pro capite contro i 1.400 della Germania, i 1.200 dell’Italia e i 600 della Cina, che pure sono tre potenze industriali.

Le armi, si sa, sono fatte per essere usate e quindi non stupisce che le guerre, le operazioni clandestine e le sanzioni contro i paesi “disobbedienti” si siano moltiplicate. L’ex presidente della Federal Reserve Alan Greenspan lo ha ammesso candidamente qualche anno fa: “Nonostante abbiano sbandierato ai quattro venti la paura delle ‘armi di distruzione di massa’ irachene le autorità statunitensi temevano soprattutto di perdere il controllo di una regione indispensabile al funzionamento dell’economia mondiale. (…) C’è una verità che tutti conoscono: la guerra in Iraq è stata soprattutto una guerra per il petrolio”.

L’Iraq a suo tempo, il Venezuela nel gennaio scorso, l’Iran oggi. Aggredito e bombardato perché «c’è da fare un mucchio di soldi» come ha scritto Trump sul suo social media annunciando il cessate il fuoco e l’apertura di trattative con Teheran. Il petrolio c’è anche in Canada, che Trump vorrebbe trasformare nel 51° stato dell’Unione, ma la Casa Bianca ha dichiarato che «per ora» non lo invaderà. Con l’amministrazione Trump siamo entrati in quello che potremmo definire il “modello estrattivista” del capitalismo senile: tutti contro tutti per accaparrarsi le risorse, dal petrolio al litio, alle terre rare.

Uno spettacolare ritorno al colonialismo del XIX secolo, un meccanismo per arricchirsi a spese degli altri usando la forza. Una versione aggiornata, e su scala mondiale, della pirateria del Cinquecento e del Seicento. Forse Edwin Drake in Pennsylvania e sir Francis Drake a Londra erano imparentati, dopo tutto.