da Internazionale del 27/03/2026
I tatari resistono
di Inna Kubai, Svobodna Evropa, Bulgaria
I tatari di Crimea furono deportati in Asia centrale da Stalin nel 1944. E, con l’annessione alla Russia, dal 2014 subiscono di nuovo persecuzioni. Ma non smettono di difendere l’unicità della loro cultura.
La loro Crimea vive in una memoria che, insieme a un patrimonio di oggetti e usanze, si tramanda da secoli. I giovani non hanno avuto esperienza diretta della deportazione, a differenza dei loro bisnonni vissuti negli anni quaranta del novecento, al tempo dello stalinismo, ma ovunque si trovino portano con sé quel ricordo, insieme al Corano, ai piatti della loro cucina, all’odore del caffè mattutino.
I tatari di Crimea sono riusciti a sopravvivere alle persecuzioni perché hanno conservato ciò che non poteva essere fisicamente sottratto: la memoria, la fede, la lingua, le tradizioni, le ricette di famiglia, la musica. Cose passate di generazione in generazione, che incarnano l'idea di casa. Quella mattina del 1944 molti portarono con sé il macinino del caffè, a patto che fosse abbastanza piccolo da stare nel palmo della mano, per ricordarsi della loro terra. Altri presero il Corano e lo avvolsero in un panno: le sue pagine dovevano essere trasmesse ai figli. Altri ancora presero le foglie di vite usate per fare i tipici involtini, le sarma, così da poterli preparare anche in esilio. Fu solo dopo la caduta dell'Unione Sovietica, nel 1991, che i tatari cominciarono a tornare in Crimea. Restaurarono case e moschee, diedero nuova vita alla lingua e alla cultura.
Ma nel 2014 la storia si è ripetuta.
Quell'anno la Russia ha annesso la Crimea e ha avviato l'ennesima repressione contro i tatari, con arresti e persecuzioni politiche. Il Mejlis, l'assemblea dei tatari istituita nel 1991, è stata chiusa. Migliaia di persone sono state costrette a lasciare di nuovo il paese, portando con sé lo stretto necessario.
Abbiamo incontrato alcune famiglie di tatari di Crimea per cercare di capire cosa le aiuti a resistere, a conservare un'identità e a trasmettere la loro cultura da una generazione all’altra.
Il macinino del caffè
Iljas Shejkhisljamov è uno studente e attivista. Suo padre, Ali Mamutov, è stato arrestato dai servizi di sicurezza russi con l'accusa di terrorismo. La prova principale contro di lui è una registrazione audio in cui si sentirebbe la sua voce, che però non è stata confermata dalle perizie.
La causa contro Mamutov è passata per diversi tribunali russi, e ogni volta sono state aggiunte nuove accuse, tra cui quella di aver provato a sovvertire il potere.