martedì 7 aprile 2026

da Il Fatto Quotidiano del 29/03/2026

L’Ucraina ha fondi per due mesi, intanto Mosca incassa miliardi e firma accordi con l’India

di Marco Palombi


Può apparire un paradosso, ma non lo è: potrebbe essere la guerra in Iran a decidere quella in Ucraina. Il 2026 era iniziato con la Russia che dopo quattro anni iniziava ad avvertire la stretta delle sanzioni per l’accelerazione di Donald Trump su quelle secondarie e le pressioni riuscite sull’India, insieme alla Cina il miglior cliente del petrolio russo, mentre Kiev si apprestava a ricevere il prestito Ue da 90 miliardi e trattava altri finanziamenti col Fmi e gli altri Paesi del G7. Tre mesi dopo, Mosca fa soldi a palate e stringe nuovi accordi con l’India, mentre l’Ucraina non ha visto un euro e si ritrova in cassa soldi per appena due mesi.

Partiamo da Kiev. Il prestito Ue è bloccato dall’Ungheria (e dalla Slovacchia) almeno fino al 12 aprile, quando Viktor Orbán si gioca un’elezione incertissima: il nuovo stop è stato motivato da una disputa con l’Ucraina sull’oleodotto Druzhba, attraverso cui Budapest acquistava petrolio russo, quanto mai necessario – e conveniente – con lo Stretto di Hormuz bloccato. Lo stallo comporta, ha scritto Bloomberg citando fonti dell’amministrazione Zelensky, che senza nuovi aiuti Kiev ha fondi sufficienti per combattere ad aprile e maggio: l’Ucraina ha bisogno di almeno 45 miliardi di euro per arrivare a fine anno e, detto dello stallo in Europa, ha problemi anche col Fondo monetario, perché il Parlamento ucraino non sta approvando le riforme fiscali che il Fmi pretende. Ciliegina sulla torta: anche gli altri donatori del G7 lesinano sui soldi con cui Kiev si aspetta di comprare 13 miliardi di dollari di armi Usa nel 2026 attraverso il programma Purl. Aiutano, ma non sono decisivi, gli accordi nel settore difesa che Zelensky sta firmando coi Paesi del Golfo, che ora necessitano dell’expertise ucraina nel sostenere attacchi coi droni.

L’altro lato della Luna è Vladimir Putin, cui l’attacco israelo-americano all’Iran ha regalato tutto quel che gli serviva. Sta vendendo i suoi idrocarburi a prezzi altissimi, anche grazie a un parziale allentamento delle sanzioni sul petrolio deciso dagli Usa, e i vecchi amici tornano a farsi sentire. Reuters ha svelato che il 19 marzo il viceministro dell’energia russo, Pavel Sorokin, e il ministro indiano del petrolio, Hardeep Singh Puri, hanno raggiunto “un accordo verbale” per riprendere la vendita di gas naturale liquefatto (Gnl) russo, sospesa dal 2022. Nuova Delhi e Mosca hanno anche stabilito un aumento delle importazioni di petrolio e derivati, che dovrebbero raddoppiare rispetto ai livelli di gennaio e arrivare oltre il 40% dell’import totale del gigante asiatico.

I prezzi, tanto del petrolio quanto del Gnl, saranno molto meno convenienti per gli indiani rispetto a prima: “Il mercato oggi è di chi vende”, ha spiegato una fonte, tanto più che in alcune aree del subcontinente scarseggiano i carburanti da trasporto e il gas per cucinare. Nel 2025 l’india aveva acquistato prodotti petroliferi dalla Russia per 44 miliardi, quest’anno saranno di più: il governo di Nuova Delhi, molto criticato in patria per la rinuncia al petrolio russo, ha già chiesto agli Stati Uniti una deroga alle sanzioni, ma potrebbe decidere di andare avanti anche se non la ottenesse.