venerdì 3 aprile 2026

 da ISPI - Istituto per gli Studi di Politica Internazionale - 30/03/2026

Medio Oriente: oltre un mese di guerra

di ISPI Daily Focus

E’ trascorso un mese dall’inizio della guerra in Medio Oriente, cominciata il 28 febbraio con l’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele contro l’Iran. Quella che, nelle intenzioni dichiarate da Donald Trump, avrebbe dovuto configurarsi come un’operazione rapida e circoscritta ha invece assunto i contorni di un conflitto più ampio, con ricadute difficilmente prevedibili sotto il profilo militare, politico ed economico. Mentre aumentano i segnali di una possibile escalation sul terreno, sul piano diplomatico emergono crepe evidenti: a Islamabad sono iniziati colloqui tra Egitto, Turchia, Arabia Saudita e Pakistan con l’obiettivo di ridurre le tensioni, ma l’assenza di Stati Uniti e Iran mette in dubbio la reale efficacia dell’iniziativa e contraddice la narrativa americana di progressi negoziali. Parallelamente, secondo diverse fonti, il Pentagono si starebbe preparando a settimane di possibili operazioni di terra, con l’invio in Medio Oriente di migliaia di soldati e marines. Uno scenario a cui l’Iran ha risposto con prevedibile retorica bellicista: “I nostri uomini sono in attesa” delle truppe americane, ha detto il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf, aggiungendo che i missili di Teheran sono pronti “per incendiare le loro anime e punire per sempre i loro alleati regionali”. Oggi, in un post sui social, Trump ha dichiarato che se non si raggiungerà presto un accordo con l’Iran e se lo Stretto di Hormuz non verrà riaperto “immediatamente”, gli Stati Uniti “distruggeranno completamente” le infrastrutture energetiche e idriche dell’Iran.

Anche gli Houthi entrano in guerra?

Domenica, per la prima volta dall’inizio della guerra, anche i ribelli Houthi dello Yemen hanno lanciato un missile balistico contro Israele in quello che potrebbe segnalare l’ingresso del gruppo armato nel conflitto. Yahya Saree, portavoce militare degli Houthi, ha affermato che l’attacco era un gesto di sostegno all’Iran e a Hezbollah, il movimento militante libanese che, dall’inizio della guerra, ha lanciato centinaia di droni, razzi e missili contro Israele. La decisione delle milizie yemenite di prendere di mira Israele rappresenta l’ultima escalation di un conflitto che di fatto già si estende a tutta la regione del Golfo. Inoltre, se i ribelli yemeniti intensificassero il loro coinvolgimento nella guerra, questo potrebbe intralciare ulteriormente il traffico marittimo nella regione, destabilizzando lo stretto di Bab El-Mandeb, che gestisce l’accesso al Mar Rosso e finirebbe con l’alimentare la corsa dei prezzi del petrolio e del gas. Al momento, evidenzia Eleonora Ardemagni in un commento per ISPI, l’iniziativa sembra rientrare nell’ottica di una “escalation controllata”. Gli Houthi puntano su attacchi limitati contro Israele, con l’obiettivo di sostenere l’Iran, scoraggiare l’intervento statunitense su Hormuz e fare pressione sull’Arabia Saudita, evitando al contempo di violare gli accordi di tregua ancora in vigore.