Le 3.500 città ribelli Usa: «Facciamo male al re»
Marina Catucci
NEW YORK
Il Manifesto 29 marzo 2026
«Stai andando alla manifestazione?», chiede la prima persona che incontriamo appena uscite di casa. Dopo pochi passi, la domanda non si pone più, perché tutte le persone che si stanno dirigendo verso la metropolitana, nonostante manchino due ore all’inizio del corteo, hanno cartelli inequivocabili: «No alla guerra, no all’Ice, no a Trump».
ALLE 13.50, Letitia James, procuratrice generale dello Stato, Jumaane Williams, difensore civico della città, Robert De Niro, il reverendo Al Sharpton e Padma Lakshmi si erano già schierati in prima fila tra la folla, dietro striscioni dipinti a mano con la scritta: «Proteggiamo la nostra democrazia – Il popolo prima dei miliardari – Proteggiamo i nostri vicini». E si sono uniti ai membri del sindacato e ai newyorkesi di tutte le età perché, a differenza delle precedenti manifestazioni No Kings, partecipate più dai senior che dagli junior, questo terzo corteo è anagraficamente trasversale. «Vorrei un mondo migliore – ci dicono dei ragazzi del Queens – Pare che dobbiamo iniziare a costruirlo da soli».
La manifestazione era stata preannunciata come una delle più partecipate di sempre. Mentre New York e la East Coast cominciavano a marciare, erano già arrivate le notizie e le foto dei cortei che si erano svolte nel resto del mondo con lo stesso messaggio: No Kings, nessun re. «Questa non è e non sarà mai una monarchia – dice Eileen, 67 anni – Non sono abituata ad andare a manifestare, ma oggi sento il bisogno di farlo, perché ci stiamo giocando la nostra stessa identità. In America diciamo ‘siamo meglio di così’. Beh, è l’ora di dimostrarlo al resto del mondo».
A New York il corteo si forma vicino a Central Park, da dove partono due spezzoni: uno si snoda su Broadway e uno sulla Seventh Avenue; quando confluiscono a Times Square, una delle piazze più grandi del mondo sembra troppo piccola per contenere quella che pare proprio essere la manifestazione più grande mai organizzata negli Stati uniti.
Intervistata per strada dai media americani, Donna Lieberman, direttrice esecutiva della New York Civil Liberties Union, ha definito Trump il «capo dei prepotenti» della nazione e ha affermato che i residenti di Minneapolis «hanno costretto l’aspirante re a ritirare le sue truppe d’assalto». «Vogliono che abbiamo paura di protestare – aveva dichiarato poche ore prima del corteo in conferenza stampa – Che abbiamo paura di non poter fare nulla per fermarli. Ma sapete una cosa? Si sbagliano di grosso».
GIÀ VENERDÌ, l’attrice Jane Fonda si era unita a giornalisti, musicisti e scrittori davanti al John F. Kennedy Center for the Performing Arts di Washington per esortare i cittadini statunitensi a «rompere il silenzio» e a «opporsi con fermezza all’autoritarismo». In una manifestazione organizzata dal Committee for the First Amendment, un collettivo di artisti che promuove la libertà di espressione, un centinaio di invitati si sono riuniti per ascoltare oratori e cantanti che si sono espressi senza sfumature contro i divieti sui libri, la censura politica e tutte le minacce alla libertà rappresentate dalla presidenza di Trump.
A JANE FONDA si sono uniti l’attore Sam Waterston, la poetessa Rupi Kaur, la sceneggiatrice comica Bess Kalb e la cantante Joan Baez. Il loro messaggio non è risuonato soltanto nelle città a guida democratica: manifestazioni No Kings si sono svolte in tutte le città degli Stati Uniti; si parla di oltre 3.500 manifestazioni, oltre 3.500 piazze piene. L’evento principale, però, è quello di Minneapolis-Saint Paul, in Minnesota. Lo Stato del Midwest è diventato un punto focale della repressione dell’immigrazione voluta da Trump a dicembre quando ha lanciato l’Operazione Metro Surge e, di conseguenza, il centro della resistenza Usa. Alla manifestazione hanno preso parte attivisti, sindacalisti e politici; c’è stato un intervento di Bernie Sanders e l’icona del rock Bruce Springsteen ha cantato insieme a Joan Baez.
IN TUTTE LE CITTÀ si sono visti i simboli di questa nuova ondata di opposizione a Trump: le rane e i costumi gonfiabili che, da Portland, Oregon, hanno preso piede nel resto degli Stati uniti, i costumi da re e le maschere di Trump con il naso da pagliaccio. «Essere qua fa male a lui e fa bene a noi – ci dicono Samuel e Ken, entrambi quarantenni – Essere circondati da altri che, come noi, vogliono dire ad alta voce che tutto quello a cui stiamo assistendo accade contro il nostro volere è importante, ci dà forza. Perché questa è una lunga maratona. Ci dimentichiamo che in una prigione di Brooklyn c’è il presidente di uno Stato sudamericano che abbiamo rapito. Intanto si bombarda l’Iran e si fanno pressioni inaccettabili su Cuba. Ma ci pensi che, da quando Trump è tornato alla Casa bianca, è passato solo poco più di un anno?».