sabato 25 aprile 2026

da ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale) Daily Focus del 21/04/2026

USA-IRAN: NEGOZIATI SUL FILO DEL RASOIO


La crisi iraniana potrebbe essere a un passo dal risolversi e a un altro dal deflagrare, in modo persino più grave di quanto visto finora. Manca una manciata di ore alla scadenza del cessate il fuoco di due settimane tra Washington e Teheran e – anche se il Pakistan sostiene di aver ricevuto conferma dell’arrivo domani a Islamabad dei principali negoziatori, il vicepresidente statunitense JD Vance e il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf – al momento Teheran non assicura la partecipazione ai colloqui per estendere la tregua e negoziare una possibile intesa di lungo periodo. “Finora, nessuna delegazione iraniana è partita per Islamabad, in Pakistan; né la delegazione principale né quella sussidiaria”, afferma la televisione di stato iraniana, respingendo le notizie che suggeriscono il contrario. Intanto, il protrarsi della chiusura dello Stretto di Hormuz continua a far aumentare i prezzi dell’energia. Una carenza di carburante per aerei potrebbe farsi sentire già entro poche settimane, mentre gli allarmi degli agricoltori per l’aumento del prezzo dei fertilizzanti rischiano di tradursi in un aumento dei prezzi dei prodotti agricoli e in una crisi alimentare. La domanda cruciale è se la crescente pressione economica costringerà le parti a raggiungere un accordo o se, al contrario, il divario tra le posizioni iraniana e statunitense si rivelerà insanabile, portando al fallimento dei negoziati e a una nuova escalation. “Entrambi gli esiti sono possibili –osserva oggi Gideon Rachman sul Financial Times – ma io punto su un’escalation. Se così fosse, il Medio Oriente e l’economia mondiale non avrebbero ancora visto il peggio di questa crisi”.

Guerra di nervi?

Entrata in vigore lo scorso 8 aprile, la tregua tra Iran e Stati Uniti scade formalmente alla mezzanotte di oggi. A pregiudicarne l’estensione, secondo gli osservatori, avrebbe contribuito il sequestro da parte degli Stati Uniti, domenica scorsa, di un mercantile iraniano diretto verso il porto iraniano di Bandar Abbas. La marina statunitense ha affermato che la nave non aveva rispettato gli avvertimenti e stava tentando di eludere il blocco dei porti iraniani imposto da Washington. L’Iran dal canto suo ha definito il sequestro “un atto di pirateria” e affermato che il blocco navale americano costituisce una violazione dell’accordo di cessate il fuoco. Donald Trump ha insistito sul fatto che l’embargo dei porti iraniani rimarrà in vigore finché l’Iran non riaprirà lo Stretto di Hormuz al traffico marittimo senza condizioni. “Il blocco, che non toglieremo finché non ci sarà un accordo, sta distruggendo l’Iran. Stanno perdendo 500 milioni di dollari al giorno, una cifra insostenibile, anche nel breve periodo”, ha scritto Trump in un post su Truth Social, tornando a minacciare di “far saltare in aria” l’intero Paese se non si raggiungerà un accordo. “Trump cerca di trasformare questo tavolo negoziale – nella sua immaginazione – in un tavolo di resa o di giustificare una rinnovata politica bellicosa”, ha scritto su X Ghalibaf. “Non accettiamo negoziati sotto la minaccia di ritorsioni e, nelle ultime due settimane, ci siamo preparati a svelare nuove carte sul campo di battaglia”, ha aggiunto.

A un passo dall’escalation?

Nonostante l’ottimismo sfoggiato da Trump l’ipotesi di un’escalation è avvalorata dal fatto che Teheran sembra convinta almeno quanto Washington di poter costringere gli avversari a un compromesso. Nel corso del conflitto, più volte l’amministrazione americana ha sovrastimato la propria capacità di piegare l’Iran al volere degli Usa e sottovalutato la resilienza del regime iraniano. Questa svista rischia di ripetersi. Sequestrando la petroliera iraniana, gli Usa potrebbero aver commesso un ennesimo errore strategico, rafforzando la convinzione – diffusa a Teheran – che gli Usa nascondano dietro il negoziato un piano segreto e la volontà di attaccare nuovamente il Paese. Non sarebbe la prima volta, d’altronde, che Washington attacca durante negoziati in corso e se gli Stati Uniti dovessero intensificare le ostilità è probabile che l’Iran reagirebbe con violenza, piuttosto che cedere. La rappresaglia iraniana, come minacciato dai vertici di Teheran, potrebbe includere attacchi agli impianti di desalinizzazione dei Paesi vicini, o alle raffinerie petrolifere e alle piattaforme offshore nel Golfo Persico. E, se si vedesse alle strette, Teheran potrebbe facilmente incoraggiare i ribelli Houthi dello Yemen a dare seguito alla loro minaccia di bloccare il traffico marittimo anche attraverso lo Stretto di Bab el Mandeb che collega il Mar Rosso al Golfo di Aden e all’Oceano Indiano.

L’Europa alle prese con la crisi?

Ognuna di queste mosse contribuirebbe ad aggravare significativamente quella che la presidente della Bce, Christine Lagarde, ha definito ieri “la peggiore crisi energetica degli ultimi 50 anni”. Già nella situazione attuale, il blocco dello Stretto avrà effetti profondi sull’economia mondiale e giovedì e venerdì prossimi i capi di Stato e di governo europei riuniti a Cipro cercheranno di fare il punto su una risposta congiunta. “Ogni giorno che il conflitto prosegue, il divario tra domanda e offerta di energia si allarga e più lunga diventa la normalizzazione. E più a lungo dura l’interruzione, più si estendono i suoi effetti – non solo attraverso costi energetici più alti, ma anche con la perdita di input critici”. Nell’isola mediterranea, i 27 leader europei confermeranno la strategia energetica di medio-lungo termine già nota: diversificazione delle fonti, transizione verde con tutte le flessibilità necessarie per sostenere l’industria energivora, integrazione delle reti elettriche. Misure necessarie che, però, non allevieranno immediatamente il peso dei rincari, costringendo l’Europa ad affrontare l’ennesima emergenza, ma senza riuscire a influenzare le cause che sono all’origine della crisi.