da Il Fatto Quotidiano del 10/04/2026
“Il trionfo della morte” che travolgerà Israele
di Domenico Gallo
Il Trionfo della Morte è uno dei dipinti più potenti e disturbanti di Pieter Bruegel il Vecchio, realizzato intorno al 1562, in un’epoca in cui l’Europa era devastata da epidemie di peste e da guerre continue. In una visione apocalittica il quadro mostra un mondo invaso da scheletri: un esercito di morti che produce una diffusione universale della morte.
Oggi se qualcuno volesse dipingere lo stesso tema non avrebbe difficoltà a trovare l’ispirazione. Basta ritrarre le immagini del ministro israeliano Ben Gvir che il 30.03, circondato dai colleghi di partito, versa lo champagne per festeggiare l’introduzione della pena di morte per i palestinesi. La nuova legge porta a compimento il suo progetto di rendere sovrana la tortura nell’universo carcerario che egli stesso amministra. La pena di morte arriva alla fine di un percorso di disumanizzazione dei palestinesi e di dominio totale dei loro corpi con fame, umiliazioni, torture materiali e psichiche fino all’estremo limite della soppressione dei corpi. Solo qualche giorno prima, il 23.03, la relatrice Onu per i territori palestinesi occupati, Francesca Albanese, aveva presentato a Ginevra il suo ultimo rapporto Tortura e Genocidio: fondato sull’esame di 300 testimonianze e altre fonti aperte, documenta il ricorso sistematico alla tortura da parte di Israele nei confronti dei palestinesi nei territori occupati a partire dal 7 ottobre 2023. Con un linguaggio asciutto ed essenziale, il rapporto ci porta dentro un girone infernale. “Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate” è il monito che Dante trova inciso sulla porta dell’inferno. Lo stesso avvertimento si potrebbe affiggere sulla porta del girone infernale dei campi di prigionia per i palestinesi nel quale il ministro Ben Gvir ha voluto lasciare la sua impronta sulfurea.
Dal 7 ottobre 2023, Israele ha arrestato oltre 18.500 palestinesi, tra cui almeno 1.500 bambini e, a febbraio 2026, Israele detiene ancora 9.245 palestinesi, tra cui 1.330 condannati, 3.308 in custodia cautelare e 3.358 detenuti amministrativi privi di processo. Israele detiene inoltre 1.249 persone in quanto “combattenti illegali”. Inoltre, più di 4.000 persone sono state vittime di sparizioni forzate ed è probabile che molte di loro non siano più in vita. Il rapporto descrive metodi di tortura raccapriccianti, sui quali non indugiamo per rispetto delle vittime, che non hanno nulla da invidiare a quelli praticati, in altra epoca e in strutture come il covo di via Tasso a Roma, con l’effetto di trasformare i corpi dei palestinesi in “scheletri ambulanti”. In questo periodo da 84 a 94 palestinesi sono morti in stato di detenzione per effetto delle torture subite e delle cure non prestate. Ben Gvir ha pubblicamente rivendicato il degrado delle condizioni dei prigionieri, come uno dei “suoi obiettivi principali”, ordinando drastiche riduzioni dell’apporto calorico, al punto da indurre la Corte suprema israeliana a intervenire per ripristinare il minimo vitale. Questo universo di tortura si erige su uno sfondo di morte praticata senza ritegno con tripudio di bandiere. La morte inflitta a pioggia a Gaza, che ha provocato oltre 700 vittime, da quando nell’ottobre del 2025 Netanyahu è stato costretto a interrompere “il lavoro” che stava portando a compimento in vista della soluzione finale del problema palestinese; la morte inflitta senza ritegno a Beirut e nel sud del Libano per provocare lo sfollamento di oltre un milione di persone e trasformare una terra fertile in un deserto; la morte inflitta senza limite e senza condizioni in Iran.
Israele si è trasformato in una fabbrica di morte che funziona a pieno regime. Il tripudio di Ben Gvir e dei suoi sodali alla Knesset, ci racconta la soddisfazione di aver inserito una marcia in più che renderà la fabbrica della morte ancora più efficiente. Molti sono gli attori che concorrono a infiammare i conflitti che stanno devastando il Medio Oriente, ma il motore primo è rappresentato dal delirio di potenza di Israele, che confidando sulla sua superiorità militare, distribuisce morte e distruzione. La morte rappresenta lo stadio supremo della politica di dominio, ma è anche l’ultimo. C’è poco da gioire, dopo non ci sono più vie d’uscita. Israele è un Paese piccolo e privo di risorse proprie, la sua potenza è tenuta in piedi artificialmente dagli Stati Uniti col concorso modesto di altri Stati occidentali, fra cui l’Italia. Ma la terapia intensiva con cui gli Usa tengono in vita la macchina bellica israeliana non può durare all’infinito, specialmente adesso che Trump ha accelerato il declino della potenza imperiale americana con la disastrosa guerra dell’Iran. Netanyahu e compagni esultano celebrando la vittoria della morte che riescono a infliggere senza limiti, ma non si rendono conto che stanno creando un esercito di morti che presto si metteranno in marcia contro di loro, come nel dipinto di Bruegel. Li vedranno arrivare sanguinanti e ancora avvolti nei sudari.