da Il Fatto Quotidiano del 15/04/2026
Flotilla, i pm: “Fu tortura” Picchiati e privati di tutto
di Vincenzo Bisbiglia
Un centinaio di testimoni confermano gli abusi israeliani sugli attivisti arrestati a ottobre. Si pensa alla rogatoria a Tel Aviv.
“Ci hanno trasportati bendati dentro furgoni blindati dove la temperatura passava da caldissima a gelida e poi di nuovo caldissima”. “La luce era sempre accesa, abbagliante, per non farci dormire. Anche quando prendevamo sonno, venivano apposta a svegliarci”. “Alcuni di noi sono stati picchiati a manganellate mentre erano in ginocchio, bendati”. “Per giorni siamo stati privati di medicinali e le donne degli assorbenti”.
Ci sono decine di testimonianze dello stesso tenore, tra quelle degli oltre 40 italiani catturati dalle forze di sicurezza israeliane la sera del 1° ottobre 2025, prelevati mentre erano a bordo delle 42 imbarcazioni della Global Sumud Flotilla – di cui 12 battenti bandiera italiana – in viaggio in direzione di Gaza per portare aiuti alla popolazione palestinese.
I verbali sono stati raccolti per mesi dalla Procura di Roma, che ora ha deciso di indagare anche per tortura e rapina. Raccontano, quasi all’unisono, di maltrattamenti ed episodi non degni di quella che molti definiscono ancora “l’unica democrazia del Medio Oriente”. Quella notte, una volta “arrestati, gli attivisti furono portati dalle autorità israeliane ad Ashdod e quindi trasferiti nel carcere di Ketziot, nel deserto del Negev, destinato ai “terroristi” di Hamas. La liberazione, con espulsione da Israele, è avvenuta nei tre-cinque giorni successivi.
Il salto di qualità nell’inchiesta è arrivato dopo aver registrato le audizioni di un centinaio di testimoni e studiato la corposa informativa depositata dai carabinieri del Ros. I nuovi reati commessi ai danni dei cittadini italiani, si aggiungono al sequestro di persona e al danneggiamento con pericolo di naufragio, già iscritti nei mesi scorsi.
Il fascicolo, affidato ai pm Stefano Opilio e Lucia Lotti e coordinato dal procuratore capo Francesco Lo Voi, per ora è contro ignoti. Ed è probabile che per l’eventuale iscrizione di indagati servirà una rogatoria in Israele, necessaria per acquisire la documentazione tesa a individuare le giustificazioni degli arresti, gli interrogatori e i nominativi di chi ha commesso i presunti abusi nei confronti dei militanti. Rogatoria sulla quale però la Procura sta ancora ragionando e che potrebbe trovare diversi ostacoli e riottosità da parte di Tel Aviv, che in fondo considerava gli attivisti della Flotilla alla stregua di Hamas.
Va ricordato che tra le persone catturate dai militari israeliani c’erano anche quattro parlamentari italiani (che non sono finiti in carcere) di Pd, M5S e Avs, ovvero Benedetta Scuderi e Annalisa Corrado (eurodeputate), Arturo Scotto (deputato) e Marco Croatti (senatore). E poi quattro giornalisti – l’inviato del Fatto, Alessandro Mantovani, il cronista di Fanpage, Saverio Tommasi, la direttrice di Radio Bullets, Barbara Schiavulli e Lorenzo D’agostino, che scriveva per Il Manifesto -. Ai parlamentari, in particolare le autorità israeliane, hanno sottratto gli smartphone senza alcuna considerazione del loro ruolo istituzionale. E questo è uno degli elementi che hanno spinto i pm a contestare anche il reato di rapina. Le imbarcazioni, invece, sono state distrutte quasi immediatamente.
Non solo. I magistrati hanno individuato alcuni momenti precisi precedenti alla cattura dei militanti. Il primo risale al 9 settembre, quando nel porto tunisino di Sidi Bou Said, un drone ha colpito la nave “Family”, con diversi italiani a bordo. Il secondo è avvenuto la notte tra il 23 e il 24 settembre 2025, quando 11 delle 51 imbarcazioni sono state colpite mentre navigavano in acque internazionali, al largo di Creta, con bombe sonore, droni, spray urticanti. Tentativi di sabotaggio. Da qui il primo reato ipotizzato: danneggiamento con pericolo di naufragio.
La documentazione in mano ai pm è corposa. Ma manca ancora tutta la parte israeliana. Affinché la richiesta di rogatoria possa partire, servirà il via libera del ministero della Giustizia, che la inoltrerà per via diplomatica. Ma soprattutto sarà necessaria una collaborazione da parte di Tel Aviv che appare tutt’altro che scontata. Innanzitutto perché per avere efficacia deve essere riconosciuto il principio della doppia incriminazione, cioè il fatto deve essere reato anche nel paese dove è avvenuto: Israele in teoria ha ratificato la Convenzione Onu contro la tortura, ma il governo di Netanyahu ha considerato la missione umanitaria una sorta di “atto ostile”, oltre a non riconoscere le acque territoriali palestinesi. Insomma al momento appare difficilmente auspicabile una collaborazione fattiva.