lunedì 4 maggio 2026

da Il Fatto Quotidiano del 25/04/2026

“Sembrare divisi per compattarsi”: 

è la strategia sciita

di Farian Sabahi


Secondo Iran International sarebbero state le spaccature interne alla leadership iraniana a ritardare la ripresa dei colloqui tra Iran e Usa nella Capitale pakistana Islamabad. Le fonti parlano di tensioni tra alleati del presidente iraniano Masoud Pezeshkian e persone vicine all’ufficio della guida suprema Mojtaba Khamenei, che all’ultimo minuto avrebbero fatto saltare la partenza della delegazione iraniana alla volta della Capitale pakistana. La guida suprema era stata gravemente ferita in un attacco israeliano che aveva ucciso suo padre il 28 febbraio, all’inizio della guerra, ma lui è “pronto e attivo”, riferisce il New York Times. Secondo altre fonti, comunicherebbe attraverso i pizzini.

Che Mojtaba Khamenei sia mutilato e incapace di parlare, poco importa. In decenni nella stanza dei bottoni, ha tenuto le fila del potere senza rilasciare interviste e senza mostrarsi in pubblico. È il figlio di Ali Khamenei, soprannominato l’ali del Suo Tempo (ovvero il primo iman e l’unico legittimo discendente del profeta Maometto). Nell’immaginario sciita, laddove non si mostra al popolo, Mojtaba equivale al-mahdi, il dodicesimo imam andato in occultamento. Per gli sciiti è il Messia atteso, che riapparirà alla fine dei tempi per instaurare giustizia e pace. Nato nel IX secolo, si crede sia entrato in occultamento per volontà divina, rimanendo in vita e guidando la comunità sciita pur non mostrandosi.

Oltre a Mojtaba, chi comanda a Teheran? I riformatori – l’ex presidente Mohammad Khatami, Mehdi Karrubi, Mir Hossein Mussavi – erano stati messi a tacere anni fa. I moderati, l’ex presidente Hassan Rouhani e il suo ministro degli Esteri, Javad Zarif, non hanno ruoli pubblici. Decapitata la vecchia leadership – vecchia anche come età anagrafica – nei bombardamenti del 28 febbraio e nei successivi omicidi mirati, la Repubblica islamica viene ora governata da un’oligarchia di pasdaran della stessa generazione come il presidente del Parlamento Mohammad Baqer Ghalibaf (classe 1961), il capo dei pasdaran Ahmad Vahidi (1958), il ministro degli Esteri Abbas Araghchi (1962). Oltre che dall’adesione all’ideologia khomeinista, sono accomunati dalle esperienze nella rivoluzione del 1979 e nelle trincee durante la guerra imposta dall’iraq (1980-88), nonché da un profilo accademico.

Questi personaggi hanno lauree, master e dottorati. Il loro percorso intreccia sapere tecnico e visione militare: la guerra non è soltanto scontro militare, ma qualcosa di ben più complesso. Potrebbero sembrare divisi, potrebbero sgomitare per accaparrarsi maggior potere, ma nella situazione attuale fanno di necessità virtù: serrano i ranghi, consapevoli che in ballo non c’è soltanto la sopravvivenza della Repubblica islamica, ma la propria vita e quella dei propri famigliari. Difficilmente, infatti, l’attuale leadership potrebbe trovare scampo in un altro Paese, se non forse in Russia. Detto questo, mettere l’accento sulle presunte divisioni interne è nell’interesse dell’attuale leadership di Teheran. L’obiettivo è prendere tempo. E quindi utilizzare una tattica per contrastare quella del presidente statunitense Donald Trump, improntata alla fretta.

Alla guida del regime c’è l’oligarchia dei pasdaran, unita dalla politica e dall’età anagrafica

Fingere di essere divisi, e quindi mentire, è tipico della dottrina musulmana sciita laddove è a rischio la propria sopravvivenza, come in questo caso. Il termine arabo è taqiyah, con cui si intende la negazione precauzionale del credo religioso di fronte a una potenziale persecuzione. Un concetto enfatizzato proprio dai musulmani sciiti, che da sempre sono soggetti a persecuzioni periodiche da parte della maggioranza sunnita. Il concetto si basa sui versetti del Corano, nonché sugli hadith, sulla letteratura tafsir e sui commentari giuridici. Se è a rischio la propria sopravvivenza, agli sciiti è consentito anche mentire sulla propria fede, rinnegandola. Dopotutto, la sura coranica 16 versetto 106 recita: “Chi rinnega Dio dopo aver creduto, è perso; eccetto coloro che vi sono stati costretti a forza, ma il cuor loro è tranquillo nella fede”.