lunedì 4 maggio 2026

da Il Manifesto del 26/04/2026

Quei 160 studenti palestinesi ancora intrappolati a Gaza

di Sara Awad


Circa 160 studenti palestinesi di Gaza hanno ottenuto borse di studio per studiare nelle università italiane, un’opportunità semplice, lineare che però si è trasformata in uno dei percorsi più difficili da realizzare in tempo di guerra. Ragazzi e ragazze si sono guadagnati il loro posto qui in Italia, ma quei posti sono vuoti. A lasciarli così sono i confini chiusi. Sono stati selezionati, ma stanno ancora aspettando un’evacuazione che non si sa quando arriverà.

L’Italia ha già condotto diversi studenti palestinesi da Gaza passando per la Giordania, nell’ambito dell’iniziativa dei «corridoi universitari» lanciata dal governo italiano lo scorso maggio. Il programma ha riunito istituzioni come le università di Torino, di Siena, di Milano, insieme a molte altre, in uno sforzo coordinato.

Insieme, hanno offerto più di semplici borse di studio: offrono una via d’uscita, una possibilità di riprendere il proprio percorso di studi e ricostruire le proprie vite al di là dei limiti loro imposti. Io sono una di loro: una studente che una borsa di studio ha condotta in Italia di recente per iniziare a vivere questa nuova realtà.

SONO ARRIVATA attraverso il programma Iupals nel dicembre 2025, dopo mesi di attesa, ansia e incertezza. Vivevo in uno spazio sospeso tra due realtà: un futuro per cui avevo lavorato e una realtà che temevo, tra speranza e disperazione, tra paura e sicurezza. Alla fine, tutto si è ridotto a un unico momento. Una sola telefonata ha deciso la strada: la chiamata dall’ambasciata mi ha portato quel senso di sollievo che aspettavo da troppo tempo. Ma altri 160 studenti sono ancora in attesa, con la vita in sospeso nella speranza che il giorno dopo possa finalmente essere quello in cui raggiungeranno l’Italia.

Sono in contatto con molti di loro. Conosco i loro nomi, i loro volti, le loro storie. Ricevo spesso messaggi da loro, in cui mi chiedono con silenziosa speranza se so qualcosa sull’evacuazione, se è vicina o ancora lontana. «Sono stanca, stanca di aspettare quella misteriosa telefonata – mi ha detto al telefono Saja, una studente borsista – Sto per perdere la speranza di partire». Molti studenti condividono lo stesso senso di sfinimento. Sono logorati dall’attesa della riapertura del corridoio di evacuazione. Da dicembre non ci sono state altre partenze.

L’ambasciata italiana ha già coordinato evacuazioni del corridoio universitario. Ciò dimostra che ulteriori evacuazioni, seppur si tratti di un processo impegnativo, sono possibili: se ne potrebbe organizzare una nuova per i restanti 160 studenti. Non sono solo un numero: sono 160 futuri a rischio, 160 sogni costruiti con cura nel corso degli anni, ora sospesi dopo aver ricevuto borse di studio che un tempo promettevano speranza. La maggior parte di loro ha perso la propria casa. Alcuni hanno perso intere famiglie. Altri le loro università. Le borse di studio che hanno ottenuto in Italia rappresentano la loro ultima via di fuga da una realtà a Gaza che è sempre più insopportabile. È doloroso scrivere queste parole sulla mia terra. Un tempo speravo che Gaza offrisse il miglior ambiente per l’istruzione.

GLI STUDENTI si sono guadagnati queste borse di studio vivendo in condizioni inimmaginabili: alcuni hanno sostenuto i colloqui all’interno di tende, sotto il caldo estivo e in circostanze tutt’altro che stabili o umane. Anch’io ho seguito lo stesso percorso. So come ci si sente. «La mia vita è bloccata. Non riesco ad andare avanti», mi ha detto al telefono Mohammad, un altro studente borsista. Ha ragione. La vita a Gaza, già insopportabile, è ancora più difficile con il peso di una speranza costantemente rimandata: aspettare un futuro che sembra vicino, ma che rimane fuori portata.

Ma per Mohammad e gli altri studenti, la fiducia nel potere delle parole e dell’impegno sociale rimane viva. Il 14 aprile si è tenuta una conferenza al parlamento italiano per discutere della questione. C’ero anche io, con la deputata Gilda Sportiello, l’editrice Anna Giada Altomare, il cooperante Gennaro Giudetti e il professore Matteo Napolitano. Non parlavano solo in qualità di funzionari o personaggi pubblici, ma come persone che esprimono fede nella libertà, nella dignità e nella giustizia. Ho scattato foto e le ho inviate a coloro che sono ancora intrappolati, dicendo: «Non vi dimentichiamo».

LA STORIA di questi 160 studenti non riguarda solo un percorso scolastico interrotto, ma un accesso diseguale alla sopravvivenza. La differenza tra restare e partire può stravolgere un’intera vita. Eppure, posso affermare con certezza che quegli studenti continuano ad aggrapparsi alla speranza. Aspettano, controllano i loro telefoni, custodiscono i documenti e si preparano mentalmente a dire addio alle loro famiglie, non perché siano straordinari o indistruttibili, ma perché non hanno altra scelta. Andarsene o rimanere intrappolati.

Scrivo spinta da un senso di responsabilità dopo essere arrivata in Italia, determinata a non lasciare che coloro che sono rimasti indietro restino inascoltati o dimenticati. Per assicurarmi che non vengano cancellati dal silenzio. Ai 160 studenti che stanno ancora aspettando: spero di vedervi presto in Italia, con un nuovo inizio davanti a voi.