da Il Manifesto del 01/05/2026
L’assalto di Israele alla Flotilla
di Sabato Angieri
Se invece della bandiera bianca e blu con la stella di David ci fosse stato qualsiasi altro vessillo sulla torretta delle navi che la scorsa notte hanno assaltato la Global sumud flotilla non sarebbe finita allo stesso modo. Invece, dato che si tratta di Israele, i governi europei hanno sostanzialmente chiuso un occhio su una prepotenza insopportabile. Non chiamiamola palese violazione del diritto internazionale, lasciamo che siano gli avvocati a farlo e a sporgere denuncia nelle sedi opportune, come già stanno facendo. Ma raccontiamola, come ha fatto il nostro Andrea Sceresini dal ponte della Holy blue, fino a quando i reparti d’assalto di Tel Aviv non l’hanno sequestrato insieme ad altri 175 attivisti, tra cui 24 italiani, diretti a Gaza.
UNA SQUADRIGLIA di navi da guerra israeliane è partita con carburante sufficiente per una missione a centinaia di miglia di navigazione, militari addestrati e armati, sistemi da guerra ibrida come i jammer che interferiscono con i dispositivi radio e ne bloccano il funzionamento. Ha navigato, senza essere individuata, segnalata e men che mai bloccata da alcuno – d’altronde le acque internazionali non appartengono a nessuno – fino a raggiungere il corteo di imbarcazioni a vela civili, disarmate e cariche di aiuti umanitari per Gaza a 500 miglia nautiche dalle coste del proprio Paese. Quando il convoglio militare ha raggiunto la Gsf ha atteso la notte di mercoledì per far decollare dei droni e lanciare il primo avvertimento «tornate indietro!».
Intanto i droni mettevano già in atto l’avvertimento. Poco dopo l’assalto: gommoni a tutta velocità che facevano lo slalom tra le barche, buio e poi traccianti e luci puntate addosso, urla in ebraico, mitra spianati con i mirini laser puntati sugli attivisti che nella migliore delle ipotesi tra 8 giorni sarebbero arrivati in vista della costa levantina. L’arrembaggio è degno della più hollywoodiana delle azioni anti-terroristiche, ma era rivolto a gruppi di persone quiete, sedute in cerchio con i giubbotti di salvataggio e in attesa pacifica. Una volta a bordo i marines hanno arrestato molti attivisti e si sono assicurati che la missione fosse compromessa «devastando le navi, tagliando le vele, versando sale o zucchero nei motori», ci racconta Antonella Bundu di Sinistra progetto comune, a bordo della Trinidad.