giovedì 14 maggio 2026

da Il Manifesto del 03/05/2026

Troppe violazioni e pochi aiuti,

il piano Usa per Gaza si sgonfia

di Chiara Cruciati

Nelle stesse ore in cui 175 attiviste e attivisti della Global Sumud Flotilla erano detenuti nella nave-prigione della marina di Tel Aviv, la stampa israeliana rilanciava la notizia della quintuplicazione del budget per la «diplomazia pubblica», quella che in ebraico è definita Hasbara. Ovvero l’opera di narrazione di sé rivolta verso l’esterno e di propaganda politica. La Knesseh ha messo a bilancio 730 milioni di shekel (210 milioni di euro), cinque volte il budget previsto nel 2025: 150 milioni che già avevano segnato un record storico, perché venti volte superiore allo sforzo propagandistico pre-7 ottobre. La ragione sta nel crollo dell’immagine di Israele a livello globale, soprattutto tra gruppi generalmente considerati sostenitori o comunque vicini a Israele, dalle giovani generazioni statunitensi agli elettori repubblicani.

POST, VIDEO, MEME pubblicati dalle autorità israeliane per raccontare l’ultimo assalto alla Flotilla sono solo l’ultimo esempio di quello che il ministro degli esteri Gideon Sa’ar aveva definito lo scorso dicembre «una questione esistenziale»: «Dovrebbe essere come investire in aerei da combattimento, bombe e intercettori missilistici. Di fronte a ciò che ci viene contrapposto e a ciò che viene investito contro di noi, è ben lungi dall’essere sufficiente». Di quel mega budget, 50 milioni sono stati destinati all’acquisto di inserzioni sui social media (Google, YouTube, X e Outbrain), 40 nelle visite di 400 delegazioni straniere di influencer, pastori e politici e 1,5 per un mese di consulenze dell’ex stratega di Donald Trump, Brad Parscale, per lo sviluppo di strumenti di intelligenza artificiale.

Il denaro pubblico viene poi speso per le armi classiche: venerdì il dipartimento di stato Usa ha approvato la vendita di equipaggiamento militare pari a oltre 8,6 miliardi di dollari agli alleati in Asia Occidentale, Israele, Qatar, Kuwait e Emirati. Le buone notizie in arrivo da Washington non si fermano al sostegno militare: secondo un’inchiesta della Reuters, resa pubblica venerdì, l’amministrazione Trump avrebbe deciso di porre fine alla breve e ingloriosa storia del Cmcc, il Civil-Military Coordination Center, ovvero il centro aperto per volere statunitense in territorio israeliano, a Kiryat Gat, a poca distanza da Gaza per gestire e supervisionare il cessate il fuoco tra Hamas e Tel Aviv, il flusso di aiuti umanitari alla popolazione civile e l’infrastruttura civile-militare volta a soffocare ancora una volta una qualche minima forma di autodeterminazione palestinese.

SE CONFERMATA, la chiusura del Cmcc – che ospitava anche delegazioni militari straniere (Germania, Italia, Francia, Gran Bretagna, Egitto, Emirati tra gli altri) – è l’ultimo colpo ai venti punti del piano Trump per la Striscia, sottoscritto a Sharm el Sheikh lo scorso ottobre e benedetto dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu a stretto giro.

IL FALLIMENTO è sotto gli occhi di tutti: Israele non ha mai di fatto implementato alcuna tregua, non si è ritirato da Gaza, occupa oltre la metà del territorio e impedisce l’ingresso dei camion umanitari secondo le quantità stabilite, mentre Hamas non ha abbandonato le armi. Lo sgarbo più recente da parte israeliana risale a pochissimi giorni fa: Tel Aviv ha impedito l’ingresso nella Striscia alle delegazioni militari della Forza di stabilizzazione internazionale (Isf), stracciando i permessi accordati in precedenza.

Secondo la Reuters che cita svariate fonti diplomatiche, sarà proprio l’Isf a sostituirsi al centro di Kiryat Gat nell’idea che una presenza fisica sul territorio possa avere un’efficacia maggiore del Cmcc, di fatto svuotato di ogni ruolo: con Tel Aviv a capo di tutto, le delegazioni militari straniere hanno iniziato a recarsi al centro appena una volta al mese, altre non si sono più presentate.

SULLO SFONDO STANNO le migliaia di violazioni certificare della tregua, con almeno 828 palestinesi uccisi e oltre 2.300 feriti dal fuoco israeliano dal 10 ottobre scorso, entrata in vigore degli accordi. Solo ieri gli ospedali gazawi hanno ricevuto sette corpi, mentre non si attenua la crisi umanitaria a causa del mancato ingresso di aiuti salvavita, dalle medicine alle tende, dai caravan a cibo in quantità sufficienti.

In Cisgiordania, due muri più in là, quella di ieri è stata di nuovo una giornata di aggressioni contro le comunità palestinesi, sia da parte dell’esercito che dei gruppi organizzati di coloni. L’elenco è lunghissimo: un bambino ferito dai coloni durante l’assalto al villaggio beduino di Khirbet al-Hadidiya; pozzi e case danneggiate dal lancio di pietre nella comunità di Arab al-Kaabneh; fuoco sparato contro un gruppo di palestinesi ad Al-Tabaqa, a sud di Hebron, per fortuna senza vittime; tre feriti a Jalud, sud di Nablus, per i pestaggi subiti dai coloni; quattro, tra cui una donna di 71 anni, Um Hamed Al-Zrou Al-Tamimi, aggrediti durante l’assalto al villaggio di Jabal Jalis, est di Hebron, mentre cercavano di difendere le loro case.

INTANTO a Umm al Fahem, città palestinese nello Stato di Israele, la polizia ha invaso la sede giovanile del partito di sinistra Hadash. La missione: confiscare la bandiera palestinese.