da Il Manifesto del 15/05/2026
FINE VITA, IL QUARTO CASO IN TOSCANA
MARIASOLE ACCEDE AL SUICIDIO ASSISTITO DOPO UNA LUNGA BATTAGLIA LEGALE
di Eleonora Martini
«Mi sono sentita defraudata di un diritto inalienabile, spero che nessuno debba più attendere nella sofferenza come me»: sono le ultime parole che «Mariasole» (nome di fantasia), ha voluto lasciare scritte al mondo. La donna, «63enne toscana affetta da una forma severa di parkinsonismo degenerativo, è morta il 4 maggio a casa sua, a seguito dell’auto somministrazione del farmaco letale fornito, insieme alla strumentazione, dal Servizio sanitario regionale». A darne notizia è l’associazione Luca Coscioni che l’ha supportata nel lungo iter «iniziato con la prima richiesta alla Asl nel luglio 2025 e durato nove mesi».
Il quarto suicidio medicalmente assistito in Toscana, e il sedicesimo in Italia dalla famosa sentenza del 2019, conferma che la mancanza di una legge nazionale non può negare il diritto di decidere sulla propria morte che è stato riconosciuto dalla Corte costituzionale. Lo dimostra anche la lunga battaglia legale combattuta per «Mariasole» dal team di avvocati coordinati da Filomena Gallo perché l’Asl, contrariamente al parere espresso dal Comitato etico, aveva ritenuto inizialmente insussistente nel suo caso il requisito del «trattamento di sostegno vitale». Una conferma, spiega la segretaria nazionale dell’associazione Coscioni, di «quanto sia fondamentale l’interpretazione evolutiva del “sostegno vitale”: l’assistenza dei caregiver e il diritto di rifiutare trattamenti come la Peg sono parte integrante della libertà di scelta nel fine vita».
Anche questa storia è una di quelle da tenere a mente quando in Parlamento si discuterà del fine vita. Intanto, in attesa della fatidica data del 3 giugno, deadline fissata dal presidente del Senato La Russa come compromesso tra maggioranza e opposizione per portare all’esame dell’aula un testo utile a riempire il vuoto legislativo attuale, le Regioni non possono fare altro che adeguarsi e normare le modalità di azione del sistema sanitario locale. E la tensione sale ogni giorno di più nel centrodestra, al punto di vedere il presidente leghista della Regione Lombardia Attilio Fontana battibeccare sul tema perfino con gli alleati di Fd’I.
Il governatore lombardo infatti ha predisposto delle linee guida per fissare tempi e modalità di intervento sanitario sul suicidio assistito che hanno scatenato l’ira, in particolare, dei meloniani. «Ognuno può dire e sostenere quello che vuole ma dato che io credo che noi si debba anche tutelare il lavoro serio e sereno dei nostri dirigenti, questo è il modo per farlo», si è difeso Fontana ricordando che nel 2024 il dirigente regionale Carlo Lucchina è stato condannato dalla Corte dei conti a «pagare cifre consistenti per risarcire il danno solo perché non ha seguito la sentenza della Corte Costituzionale». «Ha ragione Fontana», si schiera la capogruppo di FI al Senato Stefania Craxi che ancora spera di trovare un accordo con l’ala destra della sua coalizione per portare in aula il 3 giugno il testo base di maggioranza che è in stallo in commissione da dieci mesi e che ha pure alte probabilità di non reggere al voto segreto dell’assemblea. Se, come è altamente prevedibile, il miracolo non avverrà, in aula si ricomincerà dal testo del senatore dem Alfredo Bazoli.
Anche il Veneto è in fibrillazione: il presidente Alberto Stefani cerca una via di mediazione tra le pressioni locali e le necessità di coalizione: «Quello che possiamo fare come Regione – dice – è esercitare una competenza prevista dalla nostra Costituzione, che è proporre iniziative legislative che partono dal Consiglio regionale» da portare poi in Parlamento, e che non rischino di essere «impugnate davanti alla Corte costituzionale». «Vogliamo rassicurare il presidente Stefani: nel caso della proposta di legge di iniziativa popolare Liberi Subito da noi promossa – ribatte l’associazione Coscioni – questo rischio non esiste>>.