da Le Monde Diplomatique-Il Manifesto - 04/2026
Attendismo tra gli Huthi
di Quentin Muller
Guerra o temporeggiamento? Dopo la morte della Guida suprema iraniana Ali Khamenei in bombardamento israeliano-statunitense (28 febbraio), il dirigente degli huthi Abdul-Malik al-Houthi è apparso ben poco vendicativo in un video diffuso sui social media. Con tono misurato, ha affermato di tenersi pronto «a qualsiasi sviluppo», senza tuttavia lanciare minacce dirette contro gli Stati Uniti o Israele. Questa cautela si spiega con un contesto interno carico di tensioni e con difficoltà di natura organizzativa. Nei territori che controllano dal colpo di Stato del 2014, i ribelli yemeniti si trovano ad affrontare una crescente opposizione. La riduzione delle attività delle organizzazioni umanitarie, a seguito dell’arresto di diversi loro operatori, ha aggravato una situazione sanitaria e alimentare già precaria. Alle prese con difficoltà quotidiane, la popolazione, che ha sostenuto i palestinesi di Gaza, è meno propensa a sopportare le conseguenze di un coinvolgimento militare al fianco dell’Iran, che alcuni ritengono responsabile dell’ascesa del movimento.
Inoltre, i bombardamenti statunitensi del marzo 2025 e gli attacchi israeliani dell’estate scorsa non hanno colpito solo la popolazione. Hanno anche decimato quasi interamente il governo civile di Ansar Allah – altro nome degli huthi – e costretto molti dei suoi dirigenti e funzionari a lasciare la capitale, Sana‘a per rifugiarsi nelle regioni montuose di Hajja, ‘Amran e Sa‘da. Il 16 ottobre del 2025, l’ annuncio dell’ assassinio del capo delle operazioni militari Muhammad al-Ghamari ha dimostrato che il Mossad israeliano e la Central Intelligence Agency (Cia) statunitense disponevano di una rete di informatori in grado di fornire dati sufficientemente precisi per eliminare alti funzionari del movimento.
Secondo Abdu Ahmed Awad, un disertore che comandava una compagnia di fanteria, la serie di assassinii di quest’estate «ha seminato il terrore tra i dirigenti huthi. Si sono ritirati nei loro nascondigli, isolandosi dalle truppe. Questo mina il morale dei combattenti». Altri ufficiali disertori hanno riferito di non ricevere più direttive chiare dai vertici, confermando un’interruzione nella catena di comando. In questo contesto di incertezza e di crescente paranoia, la notte del 28 febbraio i ribelli hanno lanciato solo pochi missili contro Israele, senza spingersi oltre.
Questa cautela si spiega anche con il fatto che gli huthi non sono mai stati completamente subordinati alla Repubblica islamica, sebbene siano considerati parte dell’«asse della resistenza» legato a Teheran. Pur essendosi molto avvicinato negli ultimi anni all’ideologia rivoluzionaria iraniana (spesso indicata come un modello dal suo fondatore, Hussein Badreddin al-Houthi), il movimento ha sempre mantenuto una certa distanza dall’ Iran, coltivando relazioni molto più strette con le milizie irachene e con il libanese Hezbollah. Molti dirigenti huthi, d’altronde, vivono a Beirut e Najaf (Iraq), dove assicurano una sorta di rappresentanza diplomatica.
I ribelli si preparano a un quadro di disordine regionale
Da parte sua, l’Iran, i cui dirigenti affermano di non aver bisogno di nessuno per difendersi, esita a sacrificare quello che ormai costituisce la sua ultima carta nell’«asse della resistenza». A Teheran, l’ufficio della Guida suprema e le guardie della rivoluzione hanno talvolta avuto opinioni contrastanti sul modo migliore di ricorrere agli huthi. «I rappresentanti della Guida si lamentavano del fatto che i pasdaran adottavano un approccio troppo oltranzista nei confronti del nostro movimento. Queste divergenze potevano anche influenzare le nostre operazioni militari», ricorda Ali al-Bukhaiti, ex portavoce degli huthi dal 2013 al 2015, inviato in Iran per favorire un riavvicinamento con Teheran. L’ufficio della Guida suprema sperava che il movimento si consolidasse sul piano politico e militare istituzionalizzandosi, così da diventare un perno stabile dell’ influenza iraniana nella regione. Al contrario, i pasdaran consideravano il gruppo uno strumento di destabilizzazione, anche a costo di esporlo a rappresaglie immediate. Il riavvicinamento tra l’Iran e l’Arabia saudita, raggiunto attraverso una mediazione dalla Cina nel 2023 (1), aveva portato a una tregua in Yemen e a negoziati di pace senza precedenti tra gli huthi e il regno. Questi sviluppi errano stati incoraggiati dalla Guida suprema, nella speranza che i ribelli yemeniti potessero ottenere una rispettabilità politica. Succeduto al padre l’8 marzo, Mojtaba Khamenei potrebbe proseguire questa politica volta a consolidare l’influenza del gruppo nel nord dello Yemen.
Qualora la guerra dovesse protrarsi, l’Iran potrebbe però chiedere agli huthi di creare problemi al traffico marittimo nel Mar Rosso, dove transitano il 25% del traffico mondiale di container e 6,5 milioni di barili di petrolio al giorno. I ribelli risponderebbero a un simile appello? Una cosa è certa: da mesi si stanno preparando a un quadro di disordine regionale. Dalla fine del 2025 hanno costruito importanti fortificazioni, tra cui una trincea di quasi quaranta chilometri attorno alla strategica città portuale di al-Hudayda. Oltre a dispiegare nella zona rinforzi di uomini e mezzi, si è lavorato per potenziare le capacità balistiche e navali: missili, droni e sistemi antinave. Chiaramente, i dirigenti del movimento temono che la guerra nella regione possa favorire un’offensiva del governo yemenita, supportata da bombardamenti israeliani e statunitensi. Potrebbero quindi ordinare la ripresa degli attacchi contro le navi nel Mar Rosso, in coordinamento con i pasdaran, che più a est minacciano di chiudere completamente lo stretto di Hormuz.