da Le Monde Diplomatique-Il Manifesto - 04/2026
<<I nostri valori>>: 28 milioni di morti
di Pierre Rimbert
Nel 2020, un gruppo di professori universitari ha pubblicato uno strumento inedito: un database che censisce, dagli anni ’50 a oggi, il ricorso a un’arma diplomatica che si presume sempre più mite e umana della guerra: le sanzioni. Il più delle volte, sono i paesi occidentali a imporle, mentre i paesi del sud del mondo ne subiscono le conseguenze. E in sette casi su dieci non riescono a raggiungere gli obiettivi prefissati.
Eppure, questa forma di coercizione non è mai stata tanto diffusa come oggi: negli anni ’60 i paesi colpiti da questo strumento rappresentavano il 5% dell’economia globale; negli anni 2010 il 25%. Mentre le élite spesso trovano il modo di aggirare la punizione, i popoli la subiscono in pieno. Ma in quale misura? L’estate scorsa, tre ricercatori hanno pubblicato i risultati di uno studio sugli effetti sulla salute delle sanzioni imposte dagli Stati uniti e dall’Unione europea a 152 paesi tra il 1971 e il 2021. I risultati gettano una luce particolare sull’autocompiacimento dei dirigenti che hanno deciso di penalizzare Cuba, l’Iran, l’Afghanistan, la Russia, la Corea del Nord e molti altri: «Abbiamo stimato che le sanzioni unilaterali abbiano causato 564.258 morti l’anno». Vale a dire poco più di 28 milioni di morti in cinquant’anni...
L’ampiezza di questa ecatombe, osservano gli studiosi, appare «paragonabile al numero totale di vittime dei conflitti armati». La cosa si spiega con il deterioramento dei servizi sanitari causato dal calo delle risorse pubbliche, dalla sospensione degli aiuti e dal minore accesso alle risorse essenziali. Includendo tutte le sanzioni, il bilancio delle vittime sale a 776.610 l’anno. Il fatto che nei cinque decenni presi in esame «i decessi di bambini sotto i cinque anni rappresentino il 51% del totale» non sembra scuotere le cancellerie che si dicono preoccupate di far rispettare i diritti umani. Complessivamente, le persone sotto i quindici anni e sopra i sessanta rappresentano l’80% dei decessi.
I ricercatori osservano inoltre che le sanzioni economiche unilaterali imposte dagli Stati uniti sono le più letali, mentre quelle messe in atto dall’Organizzazione dalle Nazioni unite (Onu) non comportano un aumento significativo della mortalità, presumibilmente perché sono concepite in modo tale da evitarlo. Gli embarghi occidentali, invece, mirano spesso a rovesciare i regimi attraverso la rivolta di popolazioni spinte al limite.
«In un approccio basato sul diritto, il fatto che le sanzioni causino la perdita di vite umane dovrebbe essere un motivo sufficiente per chiedere la sospensione della loro applicazione», osservano gli autori dell’articolo. Una pia illusione. Nel maggio del 1996, l’ambasciatore statunitense presso le Nazioni unite, interrogato dalla Cbs in merito alla morte di mezzo milione di bambini iracheni a causa delle sanzioni statunitensi, aveva risposto che «ne valeva la pena». Trent’anni più tardi, giornalisti e politici hanno accolto le conclusioni dei tre ricercatori con un silenzio assordante. Meno sporca di una mina antiuomo, meno provocatoria di un missile da crociera, più elegante di una gola tagliata pubblicata sui social media dal Daesh, quest’arma di distruzione di massa <<in linea con i nostri valori>> ha davanti a sé un futuro radioso.