sabato 30 maggio 2026

da Le Monde Diplomatique-Il Manifesto - 04/2026

Il Libano sotto attacco

 

In risposta al lancio di razzi da parte di Hezbollah sul nord e sul centro di Israele, alla fine di febbraio Tel Aviv ha avviato una massiccia rappresaglia militare contro il paese dei cedri. Intensi bombardamenti, anche a Beirut, hanno causato la morte di oltre mille persone – tra cui almeno duecento bambini – e lo sfollamento di un milione di abitanti (su una popolazione di meno di sei milioni). I lanci di Hezbollah, iniziati in risposta alla morte della Guida suprema iraniana Ali Khamenei, hanno colto di sorpresa gli osservatori. La sua decisione di riprendere le ostilità, mentre lo si riteneva indebolito dalle sconfitte subite nell’autunno del 2024, ha determinato la definitiva rottura del cessate il fuoco concluso alla fine di novembre dello stesso anno, un cessate il fuoco violato quotidianamente da Tel Aviv con bombardamenti, attacchi mirati e distruzioni deliberate di terreni agricoli nel Libano meridionale. 

A quasi un mese dall’inizio dei combattimenti, la strategia israeliana è chiara: si tratta in primo luogo di creare una zona cuscinetto, completamente svuotata dei suoi abitanti, tra il confine e il fiume Litani, situato trenta chilometri più a nord. Secondo il ministro della difesa Israel Katz, il suo esercito si ispira alle operazioni condotte a Gaza. In altre parole, una distruzione quasi totale degli edifici e delle infrastrutture (strade, ponti, ecc.), tale da rendere la vita impossibile in quest’area che gli israeliani avevano già occupato dal 1978 al 2000. 

Il secondo passo potrebbe consistere in un’invasione militare paragonabile a quella del 1982, con l’obiettivo ufficiale di disarmare completamente Hezbollah. Per un’impresa del genere – altamente rischiosa – sarebbe necessario prendere di controllo di Beirut e dei suoi sobborghi meridionali. Consapevole del prezzo che in quel caso pagherebbe la popolazione civile, il governo libanese ha proposto, senza successo, negoziati diretti con la controparte israeliana. Quanto a Hezbollah, i suoi dirigenti affermano di essere pronti alla guerra totale e sventolano la bandiera della resistenza contro l’occupazione del proprio paese. 

Come a Gaza o in Siria, Tel Aviv, forte della propria superiorità militare, è mossa anche da una logica di conquista territoriale. Ancor prima della creazione di Israele, i sostenitori del «focolare nazionale ebraico» rivendicavano già la parte meridionale dell’attuale Libano, in particolare le città di Naqura, Tiro e Nabatiye. Oggi, i sostenitori del «Grande Israele», presenti sia nel governo di Benjamin Netanyahu che nell’esercito, sono tentati di approfittare dell’impunità di cui gode il loro paese per ridisegnare la mappa del Medio Oriente. 

E i paesi occidentali potrebbero anche permetterlo. La Francia, che si presenta costantemente come amica, se non addirittura protettrice, del paese dei cedri, non ha quasi mai alzato i toni contro Israele, nonostante Jean-Yves Le Drian, rappresentante personale del presidente francese per il Libano, abbia definito «sproporzionata» la reazione israeliana agli attacchi di Hezbollah (France Inter, 12 marzo 2026). Quanto al ministro degli esteri Jean-Noël Barrot, che ha visitato entrambi i paesi, si è limitato a indicare la «disponibilità» di Parigi a facilitare eventuali negoziati.