da Pressenza del 22/05/2026
Spese militari al 5%? Anche nella maggioranza sanno che è insostenibile
di Alfio Nicotra della Rete Italiana Pace e Disarmo
Sulle spese militari anche i parlamentari della maggioranza dicono quello che la campagna Sbilanciamoci! sostiene da sempre: il 5 per cento del Pil in spese militari è insostenibile. Qualcuno da Washington, prima ancora che da Palazzo Chigi o dal ministero guidato da Guido Crosetto, deve essere intervenuto per obbligare i senatori ad una clamorosa retromarcia. Cancellato il punto 8 della mozione e anche le premesse sull’insostenibilità dello sforzo militare. Ma ciò che è stato scritto resta, perché non si può mettere per sempre la museruola alla verità.Sbilanciamoci! e Rete Italiana Pace e Disarmo lo denunciano da anni: l’alternativa è tra warfare e welfare. La favola secondo cui l’Italia potrebbe prepararsi alla guerra, secondo i desiderata di oltreoceano o del piano di riarmo di Ursula von der Leyen, senza travolgere lo stato sociale, si sta sgretolando sotto il peso della realtà. Si incrina la narrazione meloniana della crescita e della stabilità, mentre diventano evidenti le incompatibilità tra l’economia di guerra e la tenuta sociale del Paese. In questo vuoto di credibilità, le forze della pace e del disarmo devono essere più incisive: trasformare la propria denuncia in proposta politica per l’Italia e per l’Europa.
La “gaffe” andata in scena al Senato è rivelatrice. In una mozione della maggioranza, depositata dai capigruppo del centrodestra, compariva la richiesta di rivedere l’obiettivo del 5% del Pil per le spese militari entro il 2035, assunto da Giorgia Meloni al vertice Nato dell’Aja. Un testo che riconosceva apertamente l’insostenibilità economica e sociale di quell’impegno. Poi, nel giro di poche ore, le telefonate furiose da Palazzo Chigi e dalla Difesa, il panico per la perdita di credibilità internazionale e la cancellazione del passaggio incriminato. La verità però era già emersa: persino dentro la maggioranza si sa che il 5% del Pil in spese militari significherebbe devastare i conti pubblici.
I numeri sono impressionanti. Secondo l’Osservatorio Mil€x, il 5% del Pil equivarrebbe oggi a oltre 110 miliardi di euro all’anno. Una cifra enorme, incompatibile con il finanziamento della sanità pubblica, della scuola, delle pensioni e delle politiche sociali. È il passaggio definitivo dallo stato sociale allo stato di guerra. E non è un’ipotesi astratta: è la traiettoria concreta imposta dalla Nato di Donald Trump e dal piano europeo di riarmo.
Il governo ha già tentato di mascherare questa realtà con un gigantesco trucco contabile. Palazzo Chigi sostiene di avere raggiunto il 2% del Pil in spese militari, ma il dato è stato ottenuto grazie all’allargamento artificiale delle voci considerate “spesa per la sicurezza”, includendo capitoli opachi e difficilmente verificabili. In realtà, la spesa militare reale resta intorno all’1,5% del Pil, anche se gli stanziamenti diretti per la Difesa continuano a crescere fino a raggiungere livelli record. La manipolazione contabile serve a due obiettivi: compiacere la Nato e disinnescare il dissenso interno, facendo apparire già raggiunti traguardi che avrebbero costi sociali devastanti.
Ma proprio qui emerge la contraddizione strutturale. L’Italia vorrebbe accedere ai 14,9 miliardi del fondo europeo Safe per aumentare ulteriormente le spese militari. Tuttavia, il Paese si trova in procedura d’infrazione europea per deficit eccessivo, con un rapporto superiore al 3% fissato dai parametri di Maastricht. La conseguenza è paradossale: il governo è stretto tra l’obbedienza ai diktat di Trump e von der Leyen e la necessità di evitare il collasso sociale interno.