venerdì 8 maggio 2026

ERNESTO BUONAIUTI

UN ERETICO DA RIASCOLTARE

 

siamo nani sotto i piedi dei giganti

Pietro Urciuoli

Per tutti gli appassionati di Ernesto Buonaiuti il sesto anno di ogni decade è sempre un po' speciale perché ricorre sia l'anniversario della sua scomunica (Decreto del sant'Uffizio del 25 gennaio 1926) sia quello della sua morte (Roma, 20 aprile 1946, Sabato santo). Quest anno si contano i cento anni della prima e gli ottanta della seconda e sicuramente, come già accaduto in passato, non mancheranno le iniziative per ricordare la sua figura e la sua opera. Per questo numero speciale di Rocca ho scelto un particolare punto di vista: la Pascendi dominici gregis, l'enciclica con la quale Pio X nel 1907 condannava il modernismo come la «sintesi di tutte le eresie». L'enciclica adottava un approcccio alquanto singolare: dapprima stabiliva che ogni modernista compendia in sé sette "personaggi" (il filosofo, il credente, il teologo, lo storico, il critico, l’apologista, il riformatore) e poi tracciava di ciascuno di essi un profilo astratto, stilizzato, mettendone in evidenza i ritenuti motivi di contrasto con la tradizionale dottrina cattolica: ad esempio, secondo l'enciclica il modernista-tipo in quanto filosofo è agnostico, immanentista, evoluzionista e tendente all'ateismo; in quanto credente basa la sua fede solo sull'esperienza personale; in quanto teologo sostiene che il Magistero debba evolversi con la coscienza collettiva del popolo credente, in quanto critico esclude l'intervento  del soprannaturale nella storia, ecc. Un approccio che rendeva una caricatura, non un ritratto, del modernismo e del modernista-tipo (che peraltro non esiste); Comunque sia, consapevole di fare cosa sgradita a Pio X, vorrei applicare, a mo' di esercizio, le categorie  astratte della Pascendi a un caso concreto di modernista: Ernesto Buonaiuti, appunto.

Buonaiuti fu filosofo?

Fin da seminarista Buonaiuti mostrò un grande interesse per la filosofia. Insofferente  alla ristrettezza culturale dell’insegnamento impartito - egli leggeva avidamente i libri di filosofi più moderni che  riusciva a procurarsi di nascosto, in particolare Blondel e James. Anche se non coltivò la materia in senso sistematico, nel corso della sua attività si interessò sempre alle novità in campo filosofico, da Rudolf Otto fino a Bergson, utilizzandone i risultati per i suoi studi religiosi.

Buonaiuti fu credente?

Buonaiuti è stato un cercatore del Regno di Dio. Su questo punto conviene affidarsi al giudizio della sua fedele allieva Marcella Ravà: «Non si insisterà mai abbastanza su questa che è la caratteristica saliente di tutto l’essere suo. In ogni parola e in ogni atteggiamento, anche là dove egli erra, egli è sempre un cercatore del Regno  di Dio; e studiare la storia del cristianesimo è il suo modo particolare di cercarlo. È stato l’amore per il Regno, e non la sola passione scientifica, a spingerlo verso questo studio; e questo studio a sua volta ha accresciuto, approfondito e arricchito questo amore».

Buonaiuti fu teologo?

La teologia è stato certamente uno dei principali campi di interesse di Buonaiuti anche se non è possibile inquadrare la sua opera secondo i parametri propri delle consuete discipline teologiche (dogmatica, cristologia, sacramentaria, morale,  ecc.). Buonaiuti, così come tutto il modernismo, ha sostenuto un principio teologico di carattere generale e cioè la necessità di un  superamento dell’impianto tomistico-aristotelico, specie nella sua versione post-tridentina, o quantomeno di un suo aggiornamento.  Ciò non toglie che non abbia anche approfondito alcuni temi teologici specifici – la rivelazione, l’ispirazione, la divinità di Gesù,  la paternità di Dio – svolgendo considerazioni tuttora di grande attualità ed interesse. 

Buonaiuti fu storico?

Certamente, e con grande competenza. La storia del cristianesimo, specialmente quello delle origini, è un filo rosso che attraversa tutta la sua produzione. Ma Buonaiuti affronta con grande competenza anche altre epoche storiche, vedi i suoi studi su Gioacchino da Fiore e sulla riforma luterana. Non è un caso se per Luigi Salvatorelli Buonaiuti è il fondatore in Italia degli studi di storia del cristianesimo secondo i  metodi e le esigenze della scienza moderna.

Buonaiuti fu critico?

Per Buonaiuti il criticismo fu il punto d’inizio della sua attività, sia dal punto di vista cronologico che contenutistico, tanto che negli anni giovanili arrivò a identificarlo con il modernismo stesso. In seguito, la sua posizione si fece meno radicale – il modernismo divenne per lui una tendenza, un atteggiamento dello spirito – ma il supporto scientifico offerto dal metodo storico-critico rimase un elemento imprescindibile e costante nella sua riflessione.

Buonaiuti fu apologista? 

Buonaiuti non ha mai smesso di ritenere che la Chiesa, nonostante tutto, avesse in se stessa tutte le possibilità per ritornare ad essere la guida dei popoli; fu quindi certamente un apologista, solo che riteneva ormai privi di ogni efficacia gli strumenti apologetici tradizionali. Le sue ultime parole: «Mi sono costantemente sforzato di non dimenticare mai che la Chiesa romana è la mia madre» rivelano il suo amore per la Chiesa, nonostante le condanne subite.

Buonaiuti fu riformatore? 

Buonaiuti, come tutti i modernisti, ha avvertito con largo anticipo rispetto ai suoi tempi che ancora per poco le masse avrebbero dato credito a una istituzione che propone verità astratte e immutabili esigendo una obbedienza cieca e incondizionata. Sono molti i temi su cui il Magistero, dopo il Concilio Vaticano II, ha segnato una netta inversione di tendenza, assumendo posizioni prossime, laddove non coincidenti, con quelle manifestate a suo tempo dai modernisti. Eppure, nonostante le aperture conciliari – in alcuni casi effettivamente epocali, in altri troppo timide – l’occasione storica rappresentata dal modernismo per l’avvio di un serio percorso di rinnovamento ecclesiale è stata sostanzialmente persa ed è un peccato; è sotto gli occhi di tutti che oggi il cattolicesimo attraversa una crisi le cui proporzioni neanche i modernisti avrebbero immaginato.

Buonaiuti, quindi, fu filosofo, credente, teologo, storico, critico, apologista, riformatore. Fu tutte queste cose ma soprattutto fu un  prete. Un prete che seppe esprimere la sua vocazione non solo in termini culturali ma anche pastorali: basti pensare al suo profondo rispetto per le forme di devozione popolare (partecipava ogni anno a un pellegrinaggio al santuario della S.s. Trinità sul monte Autore) e alla sua attenzione per il laicato specie giovanile (è d’obbligo in tal senso un richiamo all’esperienza della koinonia). E come non ricordare il suo impegno sociale e il suo antifascismo? Il suo storico articolo del giugno 1924 all’indomani del delitto Matteotti, il rifiuto del giuramento di fedeltà al regime nel dicembre del 1931 e l’ospitalità offerta a un ragazzo ebreo nella sua abitazione di Montesacro negli ultimi mesi del 1943 sono una chiara testimonianza della sua partecipazione attiva alle vicende del Paese. Un autentico gigante, insomma, verso il quale ho un debito di riconoscenza per tutto ciò che mi ha insegnato in termini di formazione e di spiritualità. Ma la nota metafora medievale non mi si addice: più che sulle sue spalle, sulle quali in qualche modo dovrei pur salire, mi piace pensarmi sotto i suoi piedi e fare del mio meglio affinché possa camminare anche per le nostre strade, attraversare anche i nostri tempi con le sue idee e le sue visioni. È questo il senso del mio impegno di questi ultimi anni, concretizzatosi in tre volumi pubblicati dagli editori Gabrielli (la riedizione di due opere della maturità e un profilo (biografico/antologico). L’auspicio è che le due ricorrenze del 2026 siano l’occasione perché presso il grande pubblico si rinnovi l’interesse per una figura di grande rilievo che attende ancora il giusto riconoscimento.

Pietro Urciuoli, Ernesto Buonaiuti, PIETRO  URCIUOLI

Rocca, 8-15 aprile