martedì 9 giugno 2026

da Domani del 31/05/2026

LA MARCIA IN PIÙ DEL PAPA NELLA CONTESA CON TRUMP

di Franco Monaco

 

Non escludo che tra le chiavi di lettura delle parole e delle opere trumpiane quelle di natura psichiatrica rivestano qualche plausibilità e tuttavia mi chiedo sempre se tale cifra interpretativa non possa configurarsi come troppo sbrigativa o addirittura esorcistica.

Anche nel caso della sua reiterata polemica con papa Leone che più di altri fronti polemici da lui aperti sembra sconfini nell'autolesionismo, mi domando se a guidare Trump non sia, se non un calcolo razionale quantomeno un istinto che fa leva su più elementi:

a)   la consonanza con galassie di chiese (e di sette) evangeliche che fa parte della sua constituency elettorale;

b)  storica diffidenza di settori della stessa Chiesa cattolica americana verso il pontefice romano;

c)   un certo messianismo che confonde politica e religione;

d)    la scommessa, certo venata da presunzione ed egotismo, di potere prevalere, in un confronto/scontro aperto con il papa americano, su una base cattolica da tempo politicamente divisa.

Non sono così sicuro che, a fronte del conflitto che, a fronte del conflitto che si è aperto, la larga maggioranza dell'elettorato cattolico sia schierata con papa Leone. In sintesi, suggerirei cautela nel liquidare la questione come un incidente: una intemperanza. Ancorché essa non risponda a un disegno lucido e consapevole nella testa del suo scomposto artefice, la polemica trumpiana evoca questioni complesse e dalle radici antiche e recenti inscritte nella storia americana e della cristianità.

Vero è che negli Usa vige un dualismo più marcato che non in Europa:  a fronte di una nitida separazione istituzionale tra Stato e chiese, una commistione tra sentimento religioso (plurale) ed ethos collettivo. Si pensi solo alla preghiera pubblica comune (ciascuno al proprio Dio), all'annuale National Day of Preyer o al canto God Bless thee Usa.

Sia chiaro: il processo di secolarizzazione della mentalità e del costume ha investito entrambi. Europa e Stati uniti con la privatizzazione degli orientamenti e delle appartenenze politiche. E tuttavia, complice il bipartitismo e la radicale polarizzazione politica negli Usa, oltre alle chiese evangeliche schierate con il fronte Maga anche tra i cattolici si è sviluppato un cristianesimo senza Cristo, una 'religione civile" per la quale l’orientamento politico fa premio sull’adesione ai dettami della fede e al magistero della stessa Chiesa cattolica.

Ciò detto, il punto di forza di Prevost sta in una vistosa differenza: tanto unilaterale e sopra le righe è la carica polemica del presidente Usa, tanto pacata e ferma la risposta del papa che — parola di Parolin –“segue la sua strada“.

Quella di proclamare il vangelo della pace, piaccia o non piaccia. La pacata fermezza di un papa che per le sue origini, non è suscettibile di essere accusato di antiamericanismo ideologico, e ha sortito l'effetto di ricucire, almeno in parte, le profonde divisioni che solcavano la cattolicità e lo stesso episcopato Usa. A quanto

si sa, già riscontrabile tra i cardinali suoi elettori nel Conclave.

Una linea di serena coerenza che fa perno su due elementi. L’uno di contenuto l’altro di metodo e di stile.

Il primo: la determinazione nel rivendicare il diritto-dovere di testimoniare e di predicare la Parola di cui la Chiesa è custode senza fare sconti ai potenti del mondo (‹non ho paura dell'amministrazione Usa).

Il secondo: la fiducia nel dialogo, anche laddove regnano conflitti e dissensi.

A più livelli, non escluso quello della diplomazia vaticana, sempre disponibile alla mediazione tra i contendenti. E il paradosso di questa travagliata congiuntura: il paese un tempo icona di libertà, democrazia e dell'ordine liberale in preda a derive autocratiche e predatorie; la Chiesa cattolica, istituzione verticistica per secoli refrattaria alla democrazia, oggi custode e promotrice di dialogo. pluralismo, multilateralismo orientato alla pace. Persino di laicità.

Fedele al versetto di Matteo che ammonisce di dare a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio. Un principio che sottende una distanza critica dallo strapotere politico che mal sopporta ogni limite. Una ”cultura del limite“ che rappresenta un antidoto ai totalitarismi e dunque un prezioso, ”laico" servizio reso alla polis e all’umanità.