da Il Manifesto del 17/04/2026
Il papa insiste: guai a chi usa dio per la guerra
di Paolo Rodari
È stato lo scontro a portarlo al centro della scena. E ora Leone non sembra avere alcuna intenzione di uscirne. Paradossale, ma difficilmente contestabile: senza gli attacchi del presidente americano, il suo pontificato avrebbe rischiato di restare in ombra, schiacciato dal confronto con il carisma del predecessore. Invece, una volta conquistata l’attenzione globale, Prevost non si è sottratto. Non si è difeso. Ha preso quel faro di luce puntato su di lui e l’ha trasformata in un megafono.
Ieri, a Bamenda, nel nord-ovest del Camerun, nel cuore della regione anglofona segnata da anni di violenza, questa postura è diventata evidente. Qui, in una «martoriata regione» travolta da un conflitto che in circa un decennio ha provocato migliaia di morti e centinaia di migliaia di sfollati, Leone ha parlato da messaggero di pace. Ma con parole tutt’altro che accomodanti. Di fronte a quello che lui stesso ha definito un «mondo a rovescio» – dove si investe in armi, si depredano le risorse e si alimenta «una spirale di destabilizzazione e di morte senza fine» – il papa ha ribaltato la prospettiva: sono i poveri, ha detto, «la luce del mondo».
Nella cattedrale di San Giuseppe, davanti a una comunità segnata da sofferenza e paura ma attraversata, per l’occasione, da una tregua dei gruppi separatisti, non si è limitato a invocare la pace. Ha indicato responsabilità precise. E soprattutto ha colpito uno dei nervi più scoperti della politica globale: l’uso della religione. «Guai a chi piega le religioni e il nome stesso di Dio ai propri obiettivi militari, economici e politici, trascinando ciò che è santo in ciò che vi è di più sporco e tenebroso». Parole nette, pronunciate con tono pacato, difficili da neutralizzare.
Può anche non scrivere materialmente i suoi discorsi. Ma è lui a sceglierli, a validarli, a pronunciarli. Ed è lui, soprattutto, a decidere di non arretrare mentre da Washington continuano ad arrivare attacchi. Non è un dettaglio: il presidente americano è stato eletto anche grazie al voto di molti cristiani, inclusi cattolici. Nonostante già in passato si fosse reso protagonista di uscite discutibili contro il vescovo di Roma. Nel 2016 Francesco parlò dei «muri» contrapponendoli ai «ponti», provocando la reazione furiosa dell’allora candidato Trump. Ma quello che sta accadendo oggi ha un’intensità diversa. Più strutturale.
E da Bamenda Leone ha scelto di stare dentro questo livello dello scontro. Lo ha fatto parlando dei «signori della guerra», che «fingono di non sapere che basta un attimo a distruggere, ma spesso non basta una vita a ricostruire». E denunciando l’economia della violenza: miliardi spesi per «uccidere e devastare», mentre non si trovano risorse «per guarire, educare, risollevare». Poi un’altra accusa, altrettanto esplicita. Chi depreda le risorse di un Paese finisce spesso per reinvestire quei profitti nelle armi, alimentando un ciclo senza fine. Una «spirale», appunto. Il quadro che ne esce è coerente e durissimo: un mondo squilibrato, rovesciato, in cui pochi dominano e molti pagano il prezzo. Non a caso, il papa parla di umanità «distrutta da un manipolo di tiranni (l’Osservatore romano traduce pochi dominatori, ndr)» ma tenuta in piedi «da una miriade di fratelli e sorelle solidali».
Fuori dalla cattedrale, la realtà conferma le parole. Bamenda vive da anni in una tensione permanente: violenze, povertà, paura diffusa. Eppure, nel giorno della visita, la città mostra anche altro: fedeli arrivati da lontano, comunità diverse – cristiani, musulmani, rappresentanti di varie confessioni – riunite nello stesso spazio, in un clima di fraternità reso possibile anche da una tregua fragile ma significativa. È in questo contesto che Leone inserisce il suo appello più concreto: cambiare rotta. Una «inversione a U», la definisce, chiedendo a «ogni coscienza onesta» di denunciare e ripudiare un sistema che produce morte, per imboccare la strada della sostenibilità e della fraternità.
Non è solo un discorso. È una linea. E qui si definisce anche la cifra del pontificato. Non alza la voce, non cerca lo scontro. Resta mite, misurato, quasi appartato nei modi. Ma nelle parole – sempre più spesso – non arretra. Nelle ultime settimane questo tratto è diventato visibile. La pressione internazionale non lo ha ridimensionato. Al contrario, lo ha costretto a esporsi. E ha scelto di farlo fino in fondo, proprio sui temi che più irritano i centri di potere: guerra, risorse, religione, disuguaglianze.
Doveva essere un viaggio pastorale. Un gesto di vicinanza a una popolazione ferita. Si sta trasformando in qualcosa di più. Il banco di prova di un pontificato che prende forma sotto pressione. E forse anche nel suo punto di svolta. Perché Leone, ormai, sembra aver fatto una scelta precisa: non evitare il conflitto, ma attraversarlo. Senza rinunciare alla mitezza. E usando proprio quella mitezza – inattesa, ostinata – come la sua forma più efficace di forza.