da Il Manifesto del 21/05/2026
Rapporti <<autosufficienti>> con la Cina.
A Putin basta Xi
di Francesco Brusa
Di certo, grazie alla missione diplomatica in Cina terminata ieri con una dichiarazione congiunta, Vladimir Putin un risultato lo ha raggiunto: far scivolare ai margini delle scene le difficoltà interne, con i droni ucraini che minacciano addirittura i cieli di Mosca, e far dimenticare la parata della vittoria sotto tono di inizio mese. Il presidente russo è stato accolto a Pechino dal suo omologo Xi Jinping con tutti i crismi del caso, a pochi giorni dalla visita – anch’essa importante e anzi sotto molti aspetti storica – del leader della Casa Bianca Donald Trump. L’occasione d’altra parte richiedeva di per sé una certa solennità, trattandosi del 25esimo anniversario del trattato di amicizia fra i due paesi (che è stato infatti contestualmente esteso). Insomma Cina e Russia mostrano di voler ribadire la solidità del proprio legame, a maggior ragione in un momento di caos e incertezza internazionali (con il conflitto in Iran che evidentemente complica il contesto, ma non per forza in modo negativo per tutti gli attori) e sullo sfondo dell’ambivalenza statunitense, che alterna bombe, minacce e aperture senza soluzione di continuità.
ECCO ALLORA che per Putin le relazioni fra Mosca e Pechino «hanno raggiunto livelli davvero mai visti prima, e non cessano di progredire», come ha detto commentando le undici ore di colloqui bilaterali. A sua detta i rapporti fra le due sono «autosufficienti» e non dipendono «dall’attuale situazione globale», ma anzi potrebbero essere un esempio di come portare avanti «interazioni strategiche e comprensive» fra due nazioni diverse. Per quanto venga smorzato sotto una coltre retorica che parla il linguaggio della stabilità e della normale condotta fra stati, è evidente che il quadro globale sia al tempo stesso presupposto e obiettivo polemico della missione: da un lato, per via della già citata guerra in Iran e del conseguente blocco dello stretto di Hormuz, la Russia ha potuto di recente beneficiare di maggiori entrate grazie all’impennata dei prezzi del greggio e dunque di una rinnovata centralità come esportatore di risorse fossili; dall’altro, la nuova “dottrina” trumpiana in politica estera – tutta improntata sul paradosso di ambire al Nobel per la pace mentre accende focolai bellici in diverse parti del mondo – non può che impensierire le altre potenze, spingendole a serrare maggiormente i ranghi.
COSÌ, NELLE LORO dichiarazioni congiunte, i leader russo e cinese hanno lanciato non poche accuse nei confronti dell’interventismo a stelle e strisce. Dal loro punto di vista, azioni come quelle contro il Venezuela (con l’estradizione forzata dell’ex-capo di stato Nicolas Maduro) o contro Teheran, «causano un danno irreparabile ai fondamenti del diritto internazionale post-seconda guerra mondiale». Con una metafora per nulla condiscendente, anzi, Xi ha parlato del pericolo di un «ritorno alla legge della giungla» per ciò che riguarda la situazione mondiale. In generale, Mosca e Pechino rilanciano l’idea di sviluppare un «ordine multipolare» per garantire più sicurezza ed equilibro nei rapporti fra stati. Ma, dietro all’attenzione per la pace globale, si celano ovviamente interessi regionali: da qui, anche, la condanna della crescente cooperazione fra Giappone e Nato e di una possibile «espansione» dell’alleanza nord-atlantica nel Pacifico. Sul filo della logica da “sfere d’influenza”, allora, Putin ha buon gioco a ribadire che la Russia sostiene il principio «di una sola Cina» (chiudendo ogni concessione su Taiwan) e a incassare il silenzio-assenso sulla propria «avventura militare» in Ucraina.
SE PERÒ L’ARMONIA sui concetti di fondo era in qualche modo scontata, il piano più concreto degli accordi commerciali e di cooperazione risulta forse maggiormente friabile. Rispetto al gasdotto Power of Siberia-2, gli incontri si concludono solo con una «intesa di massima» – a fronte del fatto che la squadra russa approdata in terra cinese era di peso considerevole (con diversi vertici delle aziende energetiche, oltre a quelli politici). Attualmente, gli scambi economici fra Russia e Cina ammontano a circa 200 miliardi di euro – con Pechino che, date le sanzioni occidentali contro Mosca, beneficia di ingenti sconti e si trova senza ombra di dubbio in una posizione di forza rispetto al suo “alleato”. In questo senso, i venti contratti siglati durante la visita (cui si aggiungono altri venti che si annunciano nel futuro) appaiono più come una certificazione dello status-quo che come una vera svolta. Nel frattempo la guerra in Ucraina continua e i droni arrivano a minacciare anche i paesi baltici. Il leader di Kiev, Volodymyr Zelensky, vede il presidente serbo Vucic, atteso settimana prossima proprio in Cina. Anche il “multipolarismo” è quasi un dato di fatto.