da ISPI - Istituto per gli Studi di Politica Internazionale del 03/06/2026
Il Libano e la guerra degli altri
di ISPI
Come già accaduto altre volte nel corso della sua storia, il Libano è teatro di una guerra voluta da altri e di cui, da solo, non può decidere le sorti. Al centro del complesso scenario bellico tra Iran, Israele e Stati Uniti, il piccolo paese del Medio Oriente si ritrova a fare i conti con sfollamenti, raid aerei e un’avanzata militare come non accadeva da decenni. Nel fine settimana, le truppe israeliane hanno issato la loro bandiera sul castello di Beaufort, segnando la più profonda incursione nel Libano meridionale dalla fine dell’occupazione, durata dal 1982 al 2000. Per tutta risposta, Hezbollah ha colpito con attacchi missilistici le comunità e i villaggi nel nord di Israele. Citando quelle che ha definito ‘ripetute violazioni’ da parte di Hezbollah di un cessate il fuoco ufficialmente in vigore dal 17 aprile ma mai rispettato da nessuna delle due parti, Benjamin Netanyahu ha quindi ordinato massicci bombardamenti contro i sobborghi meridionali di Beirut, abitati prevalentemente da sciiti e considerati da Israele una roccaforte di Hezbollah. Secondo quanto riportato dal sito di notizie statunitense Axios solo l’intervento americano ha scongiurato l’attacco. Donald Trump avrebbe imposto l’altolà all’operazione in una telefonata al vetriolo con il premier israeliano in cui ha definito l’alleato “completamente pazzo”, accusandolo di mettere a rischio i colloqui di pace con l’Iran. L’escalation in Libano, comunque, è stata seguita dalla decisione della leadership politica iraniana – successivamente smentita da Washington – di interrompere ogni ulteriore negoziato, ribadendo che un cessate il fuoco in Libano è e resta una condizione preliminare per una tregua più ampia con gli Stati Uniti. Il messaggio è chiaro: ogni spiraglio di accordo tra Usa e Iran rischia di frantumarsi sul fronte libanese.
Diplomazia: eppur si muove?
Sul terreno, intanto, i segnali di tensione continuano ad accumularsi. In uno dei più gravi scambi a fuoco dall’inizio della tregua, l’Iran ha lanciato missili contro il Kuwait e il Bahrein, mentre gli Stati Uniti hanno condotto raid di “autodifesa” sull’isola iraniana di Qeshm, nello Stretto di Hormuz. Questi attacchi sono avvenuti dopo che l’esercito statunitense ha dichiarato di aver colpito una petroliera diretta verso un porto iraniano. L’agenzia britannica per la sicurezza marittima Ukmto ha riferito che non risultano danni ambientali significativi, ma l’episodio conferma la vulnerabilità delle rotte commerciali nell’area. Il Comando centrale americano ha sottolineato che migliaia di militari statunitensi continuano a sostenere il blocco contro l’Iran e che hanno già fermato 121 navi commerciali e trattenuto altre cinque imbarcazioni per verifiche. Dietro l’escalation retorica, tuttavia, qualcosa continua a muoversi sul fronte diplomatico. Fonti vicine ai negoziatori iraniani affermano che Teheran starebbe cercando un accordo temporaneo con Washington per alleggerire la pressione economica, ottenere accesso a parte dei proventi petroliferi congelati all’estero e stabilizzare la situazione interna senza affrontare subito i nodi più delicati del programma nucleare. Il Segretario di Stato Mario Rubio, tuttavia, ha chiarito che gli Stati Uniti non intendono offrire un alleggerimento delle sanzioni all’Iran in cambio della sola riapertura di Hormuz.
Trump vuole soprattutto una tregua?
La crisi arriva mentre Trump, ormai da settimane, dà per “imminente” un accordo con Teheran. Negli ultimi giorni, il presidente americano aveva ripetutamente lasciato intendere che un’intesa fosse vicina e che lo Stretto di Hormuz sarebbe stato presto riaperto alla normale circolazione di petroliere e navi commerciali. Gli iraniani sanno che Trump vuole porre fine alla guerra e cercano di sfruttare la situazione a loro vantaggio, ben sapendo che legare le questioni irrisolte sui due fronti – Libano e Hormuz – significa creare terreno fertile per nuove frizioni tra Trump, che vuole un accordo, e Netanyahu, che invece pretende di continuare ad avere mano libera. E infatti, secondo Barak Ravid, giornalista del sito di informazioni Axios con fonti vicine allo Studio Ovale, la telefonata tra Trump e Netanyahu è stata più che burrascosa. Oltre a definire il primo ministro israeliano “completamente pazzo”, il presidente americano lo avrebbe avvertito che senza di lui sarebbe “in prigione” e che ormai “il mondo intero odia Israele”. La sua rabbia, che con ogni probabilità non porterà ad una rottura tra i due, tradisce tuttavia la frustrazione del presidente nei confronti di un alleato che mette a rischio l’unica cosa che Trump vuole in questo momento: un accordo che ponga fine all’avventura militare più destabilizzante e mal gestita in cui gli Stati Uniti si siano imbarcati da decenni.
Libano, sconfitto in ogni caso?
I libanesi assistono con apprensione a questa partita che si gioca sopra le loro teste, consapevoli che i suoi esiti avranno conseguenze dirette sulle loro vite. Se le manovre diplomatiche avranno successo, beneficeranno di una pausa nell’offensiva israeliana. In caso contrario, Hezbollah farà il possibile per riportare il Sud del paese sotto il proprio controllo. Il rischio però è che il Paese esca sconfitto in ogni caso. Anche se riuscisse a scongiurare la minaccia israeliana di distruggere parte di Beirut, dovrebbe comunque quella tregua all’Iran – e questo rappresenterebbe un successo politico per Hezbollah. È in questo scenario che riprendono oggi a New York i colloqui con Israele: il governo di Beirut dovrà affrontare un dilemma annoso e irrisolto – sottoscrivere accordi che sa di non poter imporre a un Hezbollah pronto, non meno del suo avversario, a sacrificare il sud e i suoi abitanti pur di preservare il proprio arsenale, nell’interesse del protettore iraniano. “Non abbiamo altra scelta che firmare un accordo con Israele per recuperare tutto il nostro territorio – osserva Anthony Samrani su L’Orient le jour – E non abbiamo altra scelta che neutralizzare Hezbollah per riconquistare la nostra piena sovranità”. Un programma lucido, ma tutt’altro che scontato.