lunedì 22 giugno 2026

da Le Monde Diplomatique di 06/2026

Il volto oscuro della scommessa Ucraina

di Gerge Halimi e Pierre Rimbert

 

Prima bisognava difendere l’Ucraina aggredita dalla Russia. Armarla, finanziarla con centinaia di migliaia di euro. Sostenerla, aprendole le porte dell'Unione europea. Accelerare il suo ingresso, affinché la Russia non tentasse nuovamente di attaccarla. Tutti sapevano che l’allargamento si sarebbe pagato con l'implosione della politica agricola comune (Pac) e con un dumping salariale eccedente che l’Europa aveva già sperimentato con la Polonia e la Romania. Ma i dirigenti dell’Unione, e i media, all'unisono, promettevano che questa integrazione avrebbe dato credibilità alla politica di difesa europea contro la Russia, fornendo agli Stati membri un'esperienza militare e una base industriale più rassicurante dell'«ombrello americano», la cui disponibilità pare oggi troppo dipendente dagli umori altalenanti dell'inquilino della Casa Bianca.

Secondo The Economist, pur fervente sostenitore di Kiev, una ragione ancora più imperativa stuzzica i capi di Stato e di governo europei: «Se è rischioso accogliere l’Ucraina, è ancora più pericoloso lasciarla fuori». Il settimanale britannico riassume così le conversazioni confidenziali svoltosi a Bruxelles: «Quando la guerra con la Russia sarà terminata, l'Ucraina avrà centinaia di migliaia di ex soldati temprati dai combattimenti. Se l'Unione la rifiuta, niente garantisce che potenti faziosi si rivoltino contra l'Occidente. Al saldo dei pericoli elencati: un'Ucraina sconvolta da crisi interne, scontri per impossessarsi delle sue risorse, un riavvicinamento alla Russia». L'ipotesi che il paese armato e finanziato da quattro anni per portare i «nostri valori» di fronte al «padrone del Cremlino» possa un domani trasformarsi in avanguardia filorussa ostile al Vecchio continente, sancirebbe sicuramente un nuovo trionfo del genio strategico di Bruxelles. Il tutto avverrebbe a seguito delle sanzioni energetiche autoimposte che hanno dissanguato l'industria tedesca, e della timida acquiescenza nei confronti delle capricciose iniziative di Donald Trump in Medioriente, nel timore che egli si vendichi «mollando» l'Ucraina.

Ma ci vuole di più per scoraggiare l'Europa.... Pur di continuare a equipaggiare Kiev con forniture statunitensi l'Unione ha accettato un meccanismo umiliante: oramai Washington fornisce a Kiev unicamente le armi che gli europei le hanno acquistato preventivamente - e a patto che al Pentagono ne restino abbastanza per bombardare l'Iran, riempire gli arsenali di Israele e proteggere i comuni alleati regionali nel Vicino Oriente come l'Arabia Saudita, il Qatar e gli Emirati arabi uniti. Concretamente, gli europei pagano la Nato affinché compri dagli Stati Uniti gli armamenti da offrire all'Ucraina.

Con Trump alla Casa Bianca questo tipo di circuito indiretto favorisce la diffusione online di notizie. Secondo il Washington Post, una parte dei 5,5 miliardi di dollari destinati alla Nato dagli alleati di Kiev, non sarebbe servita all’esercito ucraino, ma a… riapprovvigionare gli arsenali americani. La guerra con l'Iran, spiega il Pentagono, ci obbliga a reintegrare i nostri stock di munizioni, di radar, di missili in precedenza concessi a Volodymyr Zelensky dall'amministrazione Biden. Delusi dal fatto che gli Stati Uniti si fanno rimborsare grazie ai fondi europei, Kiev e Bruxelles dispongono tuttavia di una carta da giocare. Ha il volto di Mark Rutte, segretario generale della Nato e campione incontestato di piaggeria nei confronti di Trump. A un incontro della Nato nel giugno 2025, il presidente degli Stati Uniti, il primo a non avere cani alla Casa Bianca dopo la Seconda guerra mondiale, è parso intenerito dalle strabordanti manifestazioni d'affetto di Rutte (love bombing in inglese), in particolare quando l'ha chiamato «papà».

Il prossimo incontro della Nato, previsto ad Ankara a luglio, dovrebbe offrire al suo segretario generale l'occasione di rotolarsi ai piedi del presidente americano affinché possa esercitare ancor più la sua sovranità a beneficio della causa ucraina.