da Volere la Luna del 05/06/2026
La Flotilla ha vinto: nonostante tutto
di Livio Pepino
Ora che i riflettori sulla spedizione verso Gaza della Global Sumud Flotilla si stanno spegnendo, è tempo di valutazioni, anche in prospettiva. C’è un punto fermo: le imprese, per mare e per terra, della Flotilla sono state uno degli eventi più importanti e innovativi degli ultimi anni. A dispetto della repressione violenta e indiscriminata delle autorità israeliane, della macchina del fango messa in campo dalla destra, delle sottovalutazioni e dei silenzi (iniziali ma non solo) della stampa e della sufficienza di molti (anche a sinistra). Ancora una volta la politica ufficiale non ha capito nulla e anche in settori non pregiudizialmente ostili alla Flotilla si è detto e ripetuto che si trattava solo di un’impresa dimostrativa, che l’impossibilità di approdare a Gaza era scontata e rendeva l’impresa sostanzialmente inutile, che ci vuole ben altro per aiutare i Palestinesi e via seguitando con una sequela di banalità. I fatti hanno dimostrato esattamente il contrario.
L’autunno scorso la prima spedizione della Flotilla ha prodotto, come ha scritto Marco Revelli, «l’irrompere di un tempo nuovo, qualcosa di impensabile fino a poco prima, d’invisibile, che d’improvviso emerge alla superficie e rivela un cambiamento di orizzonte nel modo di guardare le cose, e di sentire ciò che accade, e di percepire il nostro posto nel mondo. La giornata del 3 di ottobre – i due milioni nelle cento piazze – ma anche del 4 – un milione tondo tondo nelle strade di Roma – e pure del 22 settembre, la prima epifania di quel sommovimento –, sono di questo tipo: con i loro mutamenti tellurici nel costume, nella morale condivisa, nel comportamento finiscono per travolgere, a volerli interpretare per quello che sono, tutti i modi consolidati di considerare i fatti politici e sociali, rendendo inutili – o se si preferisce “obsolete” – le vecchie forme del discorso e dello stesso scontro politico». Quel che è stato innescato dall’impresa della Flotilla – smentendo la vulgata di un mondo condannato all’indifferenza e all’egoismo – è una voglia di partecipazione, di presa di parola, di protagonismo che ha riempito le vie, le piazze, gli spazi pubblici di un’infinità di corpi, di voci, di canti e di suoni uniti nel dire che non se ne può più di assistere passivamente all’orrore che quotidianamente si consuma sotto i nostri occhi e che ci sono i modi per dirlo e per pretendere il cambiamento. È stato, per molto versi, un miracolo.
Nei giorni scorsi, poi, la seconda avventura della Flotilla, con il nuovo atto di pirateria di Israele contro le barche in navigazione in acque internazionali, il sequestro dei relativi equipaggi, le torture e le umiliazioni inflitte a donne e uomini armati solo delle loro idee è stata altrettanto deflagrante. È stato abbattuto il muro dell’indifferenza costruito, nel nostro Paese e nell’intero Occidente, dalla grande stampa e dalle istituzioni, costrette finalmente ad ammettere quello da tempo – inascoltati – descrivevano prigionieri ed esuli palestinesi, attivisti, giornalisti, film makers e intellettuali non omologati. Di fronte ai maltrattamenti esibiti di propri cittadini i Governi occidentali non hanno potuto continuare a chiudere gli occhi. Non ha potuto farlo neppure il nostro ineffabile e balbettante ministro degli esteri. Certo, le reazioni sono state timide, riduttive, insufficienti ma il muro della complicità si è incrinato. La Palestina e, soprattutto, i palestinesi sono, almeno per un po’, diventati protagonisti, mentre termini come “genocidio” e “Stato canaglia” abbinati a Israele hanno cessato di essere tabù anche nell’establishment. Non basta ma è un salto di qualità importante, attribuibile proprio all’impresa della Flotilla.
Tutto questo ha un rilievo che va oltre la vicenda specifica e apre prospettive nuove e significative per i movimenti e per il variegato arcipelago che persegue un mondo diverso.
Primo. Con l’impresa della Flotilla sono tornati al centro del campo politico due valori desueti che sono, invece, fondamentali e capaci di suscitare entusiasmo e mobilitazione: la mancanza di tornaconto personale e l’universalismo. Le navi dirette a Gaza non hanno avuto sponsor esterni né finalità ulteriori rispetto all’aiuto concreto – diretto e indiretto – a Gaza e ai suoi abitanti. L’impresa è stata il frutto di una mobilitazione dal basso di associazioni, organizzazioni e singoli che hanno messo in campo solo – si fa per dire… – le proprie risorse, il proprio entusiasmo e i propri corpi. La gran parte di chi ha partecipato all’impresa e calcato le prigioni di Israele è sconosciuta ai più e non ha cercato riscontri mediatici né investimenti per il futuro. Il tutto in un mix di lingue, di nazionalità e di provenienze che ha ridato voce all’internazionalismo. La prima, univoca, lezione che se ne può trarre è che il denaro e i media non sono necessariamente il motore della politica e che i confini nazionali sono solo un’invenzione di chi vuole mantenere il mondo in condizioni di disuguaglianza e sfruttamento.
Secondo. Un ulteriore dato, non scontato, ha fatto irruzione sulla scena: l’integrazione di genere e di generazioni che ha caratterizzato le “spedizioni” e anche le manifestazioni che le hanno accompagnate. Donne, uomini, ragazzi e finanche anziani si sono mobilitati insieme e in condizioni di parità come non accadeva da tempo. I vuoti dibattiti da talk show e le pensose analisi sulla incomunicabilità e sull’inevitabile conflitto tra giovani e anziani e tra donne e uomini sono stati spazzati via, a dimostrazione che gli obiettivi condivisi e mobilitanti sono capaci di superare incomprensioni, diffidenze, diversità culturali. Ovviamente – e per fortuna – le differenze restano. Ma possono cessare di essere fattori di debolezza. E la strada tracciata dalla Flotilla può essere ulteriormente percorsa.
Terzo. C’è un’altra lezione: molti degli improvvisati marinai della Flotilla non avevano la più pallida idea di come si governa una barca in alto mare ma tutti sapevano che, per la riuscita dell’impresa, era necessario coniugare radicalità e non-violenza. Non sempre ciò è accaduto (e accade) nell’esperienza dei movimenti e altrettanto spesso la non-violenza è stata scambiata per debolezza o arrendevolezza. Ebbene, la reazione composta, pacifica e senza cedimenti degli equipaggi della Flotilla all’aggressione della marina israeliana ha fatto il giro del mondo mostrando a tutti da che parte sta la violenza e rendendo tangibile che la vittoria non è solo né sempre quella che si ottiene con le armi.
Quarto. L’immagine di questa flotta di barche disarmate che attraversavano, compatte, il Mediterraneo ha bucato i media addirittura al di là delle aspettative. La fantasia, l’inaspettato, finanche l’allegria si sono dimostrati strumenti vincenti di azione politica. Ben più di lunghe spiegazioni e ben prima che l’arroganza, la brutalità e la violenza di Israele aggiungessero il loro carico. La lezione è che la politica deve essere creativa.
Quinto. Quanto sin qui descritto non sarebbe accaduto e non avrebbe avuto l’impatto riscontrato senza il coraggio dei partecipanti all’impresa della Flotilla, ben consapevoli delle violenze, delle umiliazioni, degli insulta cui andavano incontro. La destra ha ironizzando parlando di “crociere” e di “vacanza” ma questa vergognosa speculazione è svanita di fronte alle fotografie e ai video degli attivisti inginocchiati, bendati, ammanettati, percossi, torturati. Senza coraggio, anche fisico, senza disponibilità a pagare di persona questo novello Davide non avrebbe incrinato il potere e la forza di Golia. Perché – come ha scritto su queste pagine Karim Metref – «per fare una rivoluzione bisogna pur sacrificare qualcosa: soldi, benessere, sicurezza, tempo, energia. Qualche volta bisogna sacrificare tutto: la vita».
C’è molto nell’impresa della Flotilla di cui fare tesoro. Se accadrà sarà più facile contrastare lo strapotere dei signori del mondo. Nulla è acquisito ma una strada è tracciata e non è cosa da poco.