martedì 23 giugno 2026

 

Tempi di fraternità                                                COMPASSIONE

 Affidati alla misericordia di Dio

di Davide Pelanda

 

È una domanda che alcuni studenti hanno rivolto a un docente dopo aver appreso del suicidio della madre di un loro amico. Con sincera preoccupazione hanno chiesto: «Ci é stato detto dai nostri genitori e dai parenti del nostro amico, che ha subito questo grave lutto, che chi compie un simile gesto non può avere il funerale nella Chiesa cattolica e neppure una benedizione. È vero?».

È significativo che ancora oggi, nel 2026, circolino convinzioni di guesto genere, spesso tramandate per sentito dire e radicate in una concezione del passato che non corrisponde più all’attuale insegnamento della Chiesa. In momenti di dolore così profondi, il rischio è che alla sofferenza per la perdila si aggiunga anche un senso di esciusione o di stigma, fondato su informazioni imprecise o superate.

Il docenie ha smentito con decisione tali affermazioni, ritenendo necessario fare chiarezza. La Chiesa cattolica, infatti, ha da tempo superato la prassi di negare i funerali ecclesiastici a coloro che si sono tolti la vita. Un passaggio importante in questa direzione è avvenuto con la riforma del Codice di Diritto Canonico del 1983 e con la promulgazione del Catechismo deiia Chiesa Cattolica nel 1992, che hanno espresso con maggiore precisione e sensibilità

il pensiero ecclesiale su questo tema.

Pur continuando a considerare il suicidio un atto oggettivamente grave, la Chiesa distingue tra la gravità del gesto e la responsabilità soggettiva della persona. Essa riconosce che disturbi psichici, condizioni di forte depressione, angosce profonde, paure o altre forme di sofferenza interiore possono limitare o perfino comprometiere la piena libertà e consapevolezza di chi compie tale atto. Per questo motivo, il giudizio ultimo sulla persona è affidato alla misericordia di Dio, che solo conosce fino in fondo il cuore umano e le circostanze concrete in cui clascuno vive.

Secondo l’attuale diritto canonico (can. 1184), il funerale cattolico è generalmente consentito anche alle persone che si sono suicidate, salvo casi particolari in cui vi sia uno scandalo pubblico manifesto e non vi siano segni di pentimento. Nella prassi pastorale ordinaria, tuttavia, prevale l’atteggiamento della compassione, della preghiera e della speranza cristiana.

Oggi la morte per suicidio viene affrontata con maggiore

consapevolezza sul piano umano e psicologico. La condanna dell’atto non coincide con una condanna della persona.

Al contrario, la comunità cristiana è chiamata a farsi prossima, a condividere il dolore e a sostenere chi resta. Il funerale non è solo un atto giuridico, ma un momento di preghiera, di affidamento a Dio e di conforto per familiari e amici.

La decisione concreta circa la celebrazione delle esequie spetta comungue al parroco o, nei casi più delicati, al vescovo, che valutano la situazione con prudenza pastorale, alla luce della speranza nella misericordia divina e del bene spirituale della comunità. In ogni caso, l’intento della Chiesa non è escludere, ma accompagnare, offrire consolazione e pregare per l'anima del defunto.

Questi studenti, dunque, possono rassicurare i propri genitori, amici e i familiari del loro compagno colpito da un lutto così daloroso. È importante non lasciarsi guidare da dicerie o da visioni rigide e superate, che rischiano di ferire ulteriormente chi già soffre. In momenti tanto drammatici, ciò che deve prevalere non è il gindizio, ma la misericordia, non la condanna, ma la vicinanza umana e cristiana.