L’Ucraina nell’Ue porta solo guerra e povertà
di Gianfranco Viesti - Ilfattoquotidiano.it - 31/05/2026
L’accelerazione dell’adesione del- l’Ucraina all’Unione europea solleva profondi interrogativi sul presente e sul futuro dell’Europa e di tutti i suoi cittadini.
1) L’Ucraina è in guerra, mentre l’Europa è nata proprio per evitare il ripetersi di conflitti armati. Un elemento fondante che purtroppo molti leader sembrano aver dimenticato negli ultimi tempi. Un ingresso nella Ue prima della fine degli eventi bellici creerebbe una situazione originale e pericolosa: la guerra verrebbe “importata” nel nostro comune territorio. Con parte dell’Ucraina occupata dalle forze russe si verrebbe a creare una grande incertezza sui confini orientali comuni, sulla loro sicurezza e controllo, con conseguenze difficilmente prevedibili.
2) La Ue associa solo paesi democratici. Una questione irrinunciabile, specie in questi tempi di crescita degli autoritarismi. Una circostanza fondamentale negli anni Ottanta, che ha favorito la caduta delle sanguinarie dittature fasciste mediterranee, con una transizione indolore. E che è stata messa duramente alla prova negli ultimi anni in Polonia e in Ungheria: bisogna rispettare principi comuni per poter entrare, ma se poi si chiudono le università o si infrange l’indipendenza dei giudici non ci sono strumenti di intervento. Stando a una pregevole analisi dell’Ispi, l’Ucraina presenta un livello molto basso, e inferiore agli altri candidati, tanto nei livelli di democrazia (Freedom House) quanto nel contrasto alla corruzione (Transparency International).
3) L’Unione è da tempo impegnata nel garantire l’ingresso dei paesi balcanici. Il processo di avvicinamento è stato, anche doverosamente, lunghissimo. Pur con vicende differenziate, questa possibilità è però da anni un punto di riferimento per le classi dirigenti e l’opinione pubblica. Un ingresso accelerato dell’Ucraina potrebbe avere delle conseguenze gravi negli assetti politici di questi paesi, a noi vicinissimi. Non dimentichiamo che cosa erano le coste montenegrine negli anni Novanta.
4) Chiunque entri, non può essere rinviata una profonda riforma delle istituzioni europee, già sotto stress per l’aumento degli Stati membri. Accrescere ulteriormente il numero dei partner conservando gli attuali assetti ne accrescerebbe le difficoltà, specie decisionali. Al di là delle forme, il tema è assai spinoso nella sostanza: si pensi al diritto di veto nelle decisioni all’unanimità. Ma ignorarlo significa correre un rischio elevato di implosione.
5) L’Ucraina è un paese grande e povero, che necessita e necessiterà di prolungati e doverosi interventi. Questo pare incompatibile tanto con l’attuale dimensione del bilancio comunitario quanto con l’atteggiamento prevalente dei paesi cosiddetti frugali, a partire dalla Svezia, che puntano a una sua ulteriore riduzione dal 2028. Diversi partner europei vogliono l’allargamento senza assumersi la responsabilità di assicurare un’adeguata capacità di intervento comunitario: una posizione gretta, miope.
6) Nuove adesioni a bilancio costante sarebbero devastanti per gli europei più deboli. Alle necessità degli ucraini e degli altri “nuovi europei” si farebbe fronte riducendo le politiche, specie per la coesione sociale e territoriale, che sono indispensabili per far sì che tutti i cittadini beneficino dell’Unione. È già avvenuto con il grande allargamento del 2004-2006, con pesanti conseguenze. Avviene oggi con il Commissario Fitto che destina alle più disparate esigenze le risorse della coesione. Una posizione suicida, dato che in molte regioni dell’attuale Europa, le difficoltà economico-sociali e la percezione di distanza e di disinteresse di Bruxelles già si traduce in voti per formazioni sovraniste, antieuropee, sovente di destra estrema. Un vero assist ai nazionalismi.
7) L’ingresso dell’Ucraina – anche se controbilanciato dai molto più piccoli Balcanici – sposterebbe ancora più a Est il baricentro politico ed economico dell’Unione. Questo conta, e molto. È, ancora, ciò che è accaduto con il grande allargamento del 2004-2006; che ha determinato, molto più di quanto fosse prevedibile, una profonda riorganizzazione dell’economia europea, anche per il modello sociale assai diverso dal nostro che si è realizzato in quei paesi. La nascita di un ampio “cuore manifatturiero” a cavallo della vecchia cortina di ferro; di cui ha fatto le spese l’Europa del Sud-Ovest: in modo particolare l’Italia, ma anche la Francia e gli iberici. Si pensi all’industria dell’auto o a quella degli elettrodomestici. Questo implica la necessità di politiche (per la tecnologia, le infrastrutture, l’industria, la coesione sociale) ben più intense di quelle di oggi nelle parti deboli o a rischio della vecchia Europa. Tutto ciò configura rilevanti interessi italiani, che vanno difesi e contemperati con quelli dell’intera Europa. La questione è serissima; merita una discussione attenta; le decisioni possono avere profonde implicazioni a lungo termine.