da Il Fatto Quotidiano del 02/07/2026
L’ANALISI MILEX: “Dipenderemo da loro per decenni”
Italia, le armi dagli amici Donald e Netanyahu: 11 miliardi dagli Stati Uniti e 500 milioni da Israele
di Ferruccio Sansa
Dal 2023, con l’insediamento del governo di Giorgia Meloni, l’acquisto di armi americane da parte italiana ha segnato un’impennata. Stesso discorso per quelle provenienti da Israele. I dati arrivano da Milex, Osservatorio sulle spese militari italiane.
I nuovi impegni di spesa raggiungono 84 miliardi (di cui 36 già definiti). Di questi, 4 riguardano armamenti forniti da Washington e 500 milioni da Israele. Considerando che la parte del leone la fanno le imprese italiane e che ci sono state commesse monstre come quella dei carri armati tedeschi, viene così confermato il ruolo chiave di Stati Uniti e Israele. Spiega Francesco Vignarca, ricercatore di Milex: “A questi numeri presto si dovrebbe aggiungere un ulteriore investimento per altri F-35. Il programma originario per i velivoli Lockheed Martin prevedeva 131 mezzi che, però, sono stati ridotti a 90. Adesso, se verrà approvato il programma, ne verranno aggiunti altri 25 (per un totale di 115). Parliamo di ulteriori 7 miliardi in una decina d’anni che porteranno la spesa totale del programma F-35 a circa 25 miliardi”.
Contando i nuovi aerei, la spesa extra in armi americane voluta da Meloni cresce di 11 miliardi.
Ma torniamo agli ultimi dati rivelati da Milex: “Le voci di spesa per armi del governo riguardano programmi ereditati dal passato e altri avviati dall’attuale esecutivo. Le spese decise ex novo da Meloni dovrebbero arrivare a 84 miliardi. Ben quattro saranno spesi in America e almeno mezzo miliardo in Israele”. Un’ulteriore distinzione va fatta: cioè quella tra le spese, appunto, deliberate e quelle già effettuate durante questo quadriennio. Dei 4 miliardi destinati a Washington, dal 2023 al 2027 saranno spesi 400 milioni. Il resto ricadrà sui futuri esecutivi.
Cosa abbiamo comprato dagli Usa? Si parte da 21 sistemi lanciamissili Himars (Lockheed Martin), cioè camion e razzi ad alto potenziale esplosivo in grado di colpire a oltre 150 km. Poi mezzi aviolanciabili utilizzati da forze speciali e incursori: sono 321 Flyer 72, più 110 mezzi leggeri Polaris. Ci sono poi 15 droni Scaneagle della Boeing per la Marina. Non mancano le bombe e missili proprio per gli F35B. Ancora: arriveranno 6 nuovi droni armati Predator. Sempre le forze speciali riceveranno 1.100 quad, 95 fuoristrada leggeri, 235 motoslitte, 230 moto da cross.
A tutto questo si aggiungono i programmi già operativi con fornitori americani: aerocisterne Boeing per rifornire mezzi in volo, elicotteri da trasporto Boeing e bombe aeree.
Ma quante di queste armi saranno destinate all’Ucraina? Vignarca ha pochi dubbi: “Quasi nessuna, perché a Kiev i governi riservano armi già datate. Al massimo una parte dei nuovi dispositivi potrebbero rimpiazzare quelli obsoleti forniti all’Ucraina”.
Il ricercatore di Milex sottolinea: “I governi europei hanno più volte manifestato l’intenzione di rendersi indipendenti dagli Stati Uniti. Qui andiamo in direzione opposta: comprando oggi armi statunitensi ci si rende dipendenti dall’America per decenni, perché poi le armi vanno aggiornate e manutenute”. Discorso a parte per Israele: “Si discute di fermare la fornitura di armi a Gerusalemme. Ma la vera questione sono i nostri acquisti di dispositivi israeliani”.
Ci sarebbe poi da fare un confronto con gli acquisti americani di dispositivi italiani. Che invece hanno subito un taglio drastico: le fregate di derivazione Fremm prodotte dal gruppo Fincantieri dovevano essere 10. E invece sono state tagliate a 2. Non solo: “Noi compriamo armi americane a tutti gli effetti, mentre le nostre navi sono prodotte in America e quindi sono italiane soltanto sulla carta. Qui arrivano gli spiccioli”.
Dati che si aggiungono a quelli forniti dall’Eda, l’European Defence Agency, da cui si evince che i paesi Ue stanno aumentando la spesa per la difesa a un ritmo superiore alle previsioni, raggiungendo i 418 miliardi nel 2025. Per il 2026 si prevede che si salirà a 454 miliardi (2,4% del Pil). L’Eda aggiunge una considerazione sconcertante: “Tale accelerazione è sempre più limitata dalla capacità delle forze armate di assorbire e destinare i fondi, a causa delle tempistiche industriali, della prontezza amministrativa e delle risorse umane, nonché delle pressioni legate alla sostenibilità a lungo termine”. Insomma, rischiamo di spendere una fortuna per armi che gli eserciti non possono gestire.